Il libro che presentiamo oggi al Thriller Café è firmato da Marcello Gado e si intitola “A mano armata“, un hard-boiled italianissimo che parte con un assalto a un furgone blindato finito nel peggiore dei modi: con il sangue sull’asfalto. Al centro della scena ci sono due fratelli, anime alla deriva in una quotidianità fatta di stenti e regole infrante, pronti a tutto pur di sbarcare il lunario, persino a scendere a patti con una batteria di spietati criminali albanesi.
Quella che parte dalla provincia è una spirale di violenza che trascina i protagonisti verso i luoghi più oscuri del crimine. A cercare di dipanare la matassa c’è l’ispettore Depaoli della Polizia Giudiziaria, alle prese con un’indagine tutta in salita: pochi indizi, molti sbandati e il corpo di una guardia giurata che si trovava, tragicamente, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un mosaico complesso che, tassello dopo tassello, porterà dritto a una sanguinosa resa dei conti.
Questa in sintesi la trama di “A mano armata”, ma per aiutarvi a farvi una migliore idea del libro vi lasciamo a seguire tre domande all’autore e un breve estratto.
Tre domande all’autore
Com’è nato questo libro?
Questo libro nasce dalla mia passione per il genere hard-boiled. Ho voluto scrivere un racconto veloce, duro, quasi cinematografico, direi, ma che contenesse la storia, struggente, degli ultimi della terra, i dimenticati, i braccianti agricoli sfruttati e troppo spesso dimenticati.
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Di sicuro la figura dell’antieroe, sporco, cattivo ma profondamente umano, un buono al contrario, e il ritmo serrato della vicenda.
Prevedi altri capitoli con protagonista l’ispettore Depaoli?
A dire il vero, ne ho già uno in lavorazione, oltre a un precedente romanzo, collocato cronologicamente prima di “A mano armata“, che non ha mai visto la luce, ma chissà, magari un giorno, lavorandoci ancora di più sopra…
Estratto
Il Cascinin Négar, o in italiano la Cascina Negra, sorgeva come un’escrescenza inspiegabile e solitaria in mezzo a distese di campi di riso. Il perché del suo nome, non se lo era mai riuscito a spiegare nessuno. Non era nera né scura, ma al contrario le sue pareti e i suoi ballatoi si stagliavano sotto il sole di un colore che una volta era bianco, ma che il tempo, l’umidità dei campi e il sole a picco, in quanto non c’erano piante a schermarla dai suoi raggi, avevano trasformato in un giallo paglierino con sfumature verdi di umidità lungo gli angoli e le numerose crepe dell’intonaco. Lo stabile principale, composto da due piani collegati da una scala esterna e una ringhiera in ferro arrugginito, e da un ballatoio al piano superiore, era separato dalla piccola stalla e dal fienile che ci poggiava sopra da un piazzale ricoperto di ghiaia ed erbacce. La cancellata di accesso, anch’essa in ferro e arrugginita da anni ed anni senza la minima manutenzione, rimaneva aperta notte e giorno, anche perché nessuno dei vicini o di chi ne conosceva gli abitanti avrebbe mai osato entrarci se non invitato. Brutta gente, dicevano i più. Disgraziati, aggiungeva qualcun altro. Ci vivevano una coppia di fratelli insieme alla vecchia madre malata. Il più grande dei due, Paolo, noto a tutti come Paolone, era un uomo di statura non altissima, ma superiore alla media, e il soprannome era dovuto alla robustezza delle sue membra, muscolose e coperte da una fitta peluria scura. Aveva ricevuto una scarsissima educazione, se non nulla, e questo lo portava ad essere poco loquace, ai limiti del mutismo, cosa che spesso veniva scambiata per bieca ostilità. Parlava poco, Paolone, e dava ancor meno confidenza agli esseri umani, di tutti i generi, sia maschi che femmine, ma in compenso nutriva un amore smisurato per la sua cavalla, Betty. Era vero e proprio amore, ma lui non sapeva definirlo tale, in quanto la scarsezza del suo lessico spesso gli impediva di dare un nome vero e proprio alle cose, figuriamoci alle emozioni, lo provava e basta, e questo gli era sufficiente. Paolone, vestito con un paio di jeans impolverati e una canottiera di un arancione stinto dai lavaggi, dal sudore e dal sole, stava tornando dal consueto giro serale lungo gli argini delle risaie di cui si prendeva cura per lavoro, sotto padrone. Indossava logore scarpe da ginnastica in tela, infilate nelle staffe della sella di Betty, e il sole batteva ormai obliquo sul suo cranio rasato per nascondere la calvizie incipiente. Si passò una mano sulla sommità della testa, per asciugare il sudore impastato con la polvere dei campi, e osservò con sguardo severo il paesaggio che gli stava intorno: i campi di riso, colmi dell’acqua che rifletteva il cielo azzurro di primavera, le strade polverose che li delimitavano, e i pochi salici piangenti, tra un argine e l’altro, che creavano pozze d’ombra fresca in giornate calde come quella appena passata. Faceva quel giro tutte le sere, dopo essersi spaccato la schiena tutto il giorno nei campi, per controllare che tutte le cose fossero state fatte bene, soprattutto quelle affidate al fratello, di cui non si fidava minimamente, e soprattutto per far sgranchire le zampe a Betty e godersi il suo solitario e rilassante momento di gioia in sella alla sua cavalla. La sellava, prendendo i finimenti da una logora staccionata di fianco alla stalla, le dava una carezza affettuosa e, dopo averle aperto il box, con un movimento atletico le saltava in groppa, per poi dirigersi in aperta campagna. Erano quei momenti che a discapito del duro lavoro sotto padrone lo facevano sentire un uomo libero e padrone della sua terra e del suo tempo. In quei momenti non contava che il salario fosse una miseria, e che comunque quel lavoro lo conservasse più per la paura che i proprietari terrieri della zona avevano di lui e del fratello che per vere e proprie abilità da agricoltore, contava solo l’aria sul volto, il calore del sole sulla pelle, e il forte odore selvatico che arrivava alle sue narici dalla pelle di Betty. Lui in quei momenti era un uomo felice.
Rientrò nel cortile della cascina al trotto, lasciando libere le briglie della cavalla, ma osservandola muovere freneticamente le orecchie e scartare col muso, capì che era infastidita da qualcosa. Ormai la conosceva bene, e sapeva leggere il suo linguaggio corporeo. Era infastidita. Ne capì il motivo quando girò l’angolo della stalla, affacciandosi sul piazzale in ghiaia, quando vide suo fratello e un amico seduti su due sedie in plastica bianca davanti ad un tavolo sgangherato, anch’esso in plastica, sporco di polvere e segnato dal tempo. Betty odiava l’amico di Davide, non si fidava di lui, un’antipatia a pelle nata dal primo giorno in cui si erano incontrati. Paolone si era convinto che il perché andasse ricercato nella nazionalità Albanese di quel ragazzo. Lui era razzista, e quindi per lui era naturale che anche la sua cavalla lo fosse. Avanzò al trotto verso i due amici, osservandoli ridere e scambiarsi pacche sulle spalle, ignorandolo del tutto. Quando fu davanti a loro, con la cavalla che continuava a scartare nervosamente, tanto che dovette stringere le briglie per non farla girare su sé stessa, i due smisero di parlare e lo osservarono, schermandosi gli occhi dal sole che era alle sue spalle e batteva forte sul muro della cascina dove i due erano seduti a parlare.
Paolone osservò prima il fratello, Davide, e poi il suo amico, Arsid, senza dire una parola. Osservò il tavolo, su cui erano appoggiate numerose bottiglie di birra da sessantasei, alcune vuote e altre ancora da aprire, e notò anche il piatto al centro del quale c’erano un mucchietto di polvere bianca e un paio di strisce della stessa sostanza. Coca, si disse, quella testa di cazzo di suo fratello era di nuovo a perdere tempo a sniffare quella schifezza.
Suo fratello indossava una canottiera blu scuro e dei jeans attillati, meno sporchi dei suoi, e i capelli, lunghi sulle spalle e molto diradati sulla sommità del capo, erano unti e pettinati per nascondere la calvizie che affliggeva anche lui, un’eredità paterna a cui nessuno dei due aveva potuto sfuggire. Smise di ridere e lo fissò, sogghignando.
– Vecchio, che si dice? – gli chiese per spezzare il silenzio imbarazzato che si era creato.
– Ciao Paolone, come butta? – aggiunse l’amico albanese, sempre schermandosi il volto dal sole.
– Fate festa? – chiese loro Paolone.
– Già, – rispose il fratello, – Vuoi una birra? Vieni giù da quel cavallo, dai, prendi una sedia. Per una volta che c’abbiamo da festeggiare unisciti anche tu.
– E cosa si festeggia? – chiese ironico Paolone abbassandosi sul pomo della sella, piegandosi in avanti.
– Un pacco di soldi venuti dal cielo, – rispose l’amico, scoppiando a ridere e guardando verso Davide, che rise a sua volta e annuì.
L’autore
Marcello Gado è nato a Novara nel 1977, città che ha scelto di utilizzare come sfondo dei suoi romanzi. Dopo aver svolto i più disparati lavori, dall’operaio, al magazziniere, al libraio, ha trovato definitiva stabilità come proprietario e chef di un rinomato ristorante della sua città. “A mano armata” è il suo romanzo d’esordio.
