A Good Place to Die – James Buchan

A Good Place to Die – James Buchan

Nicola Mira
Protocollato il 3 Gennaio 2017 da Nicola Mira
Nicola Mira ha scritto 99 articoli
Archiviato in: Libri in lingua originale

A Good Place to Die” di James Buchan non è affatto un romanzo poliziesco convenzionale e, anche come thriller, non rientra perfettamente nei canoni classici del genere. Tuttavia, è una storia brillante che dosa in egual misura suspense, azione e contemplazione, arricchita dal sapore esotico della vita (nonché dell’amore e della morte) nell’Iran tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, il tutto sapientemente amalgamato dallo stile evocativo di James Buchan.

L’autore è stato per molti anni corrispondente per il “Financial Times” in Medio Oriente e la sua conoscenza della cultura, della società e della storia iraniana è straordinaria. Riesce a far percepire vividamente la vita a Isfahan, i suoi bazar, le strade e le abitazioni private, e a far apprezzare la profondità di una storia millenaria. Si avverte persino il ritmo della splendida lingua persiana attraverso dialoghi che riproducono le cadenze e il registro del farsi parlato dai madrelingua.

Soprattutto, si percepisce un profondo timore reverenziale, forse persino amore, per un mondo così diverso da quello anglosassone. È il timore e il rispetto provati dal protagonista inglese, John Pitt, sentimenti che alla fine si fonderanno nell’amore per la sua bellissima moglie iraniana, Shirin, e che sovvertiranno la sua idea di civiltà mentre cercherà disperatamente di ricongiungersi a lei e alla loro figlia Layly.

Forse sto correndo troppo, inconsciamente ispirato dallo straziante prologo del romanzo, che ci mostra Pitt mentre rievoca i dolci ricordi di moglie e figlia, solo per risvegliarsi bruscamente in una cella iraniana, intriso di sudore e bendato.

Oltre all’Iran, con la sua storia antica, la sfarzosa famiglia reale Pahlavi e la rivoluzione — brutale e spietata — che ha abbattuto il regime dello Shah Mohammad Reza nel 1979, gli altri protagonisti del romanzo sono John Pitt e Shirin Farameh.

John non ha ancora 18 anni quando, nel 1974, lascia la sua casa e va all’estero per la prima volta, facendo l’autostop verso Londra e oltre. Più una fuga che un viaggio, il percorso lo conduce infine a Isfahan, dove finisce per millantare una laurea che non possiede e insegnare inglese in una scuola privata. Lì incontra la velata, bella ed enigmatica Shirin e si innamora di lei, ricambiato. James Buchan è molto abile nel trasmettere la dolcezza della loro storia d’amore con toni per nulla stucchevoli, affidandosi al brivido dell’ignoto che scaturisce quando un ragazzo e una ragazza di mondi diversi si innamorano.

Non sorprende, dato che Shirin è la figlia di un generale dell’Aeronautica ai vertici della gerarchia militare dello Shah, che la loro unione sia totalmente inadeguata e che debbano fuggire dalla città per stare insieme. Grazie all’insolito amico di John — il signor Ryazanov, un russo a capo della stazione locale del KGB, nonché tossicodipendente che si affeziona al giovane inglese — finiscono a diverse centinaia di miglia a sud di Isfahan, nel Golfo Persico, in una “casa sicura” russa abbandonata vicino al mare. È l’ambientazione più improbabile per una luna di miele, ma loro sono degli improbabili Romeo e Giulietta. Tuttavia, sono condannati tanto quanto gli amanti di Verona: John è sospettato di essere una spia britannica o russa, mentre Shirin è un’emarginata nella sua stessa terra per essere fuggita di casa e aver sposato un infedele. Avranno una figlia ma presto saranno separati, mentre i nemici si stringono attorno a loro e John convince Shirin che la soluzione più sicura sia tornare nel Regno Unito, dove lei e Layly potranno riunirsi a lui in un secondo momento.

Le cose, però, prenderanno una piega terribile. Di Shirin e Layly si perderanno le tracce e John, che non ha mai lasciato il paese, partirà alla loro ricerca, finendo arrestato e incarcerato dai rivoluzionari khomeinisti appena insediati con l’accusa di essere una spia imperialista. La seconda parte del romanzo traccia la sua discesa in un inferno fatto di celle, condanne a morte e “pentimenti”. John finirà per unirsi ai suoi carcerieri, combattendo per loro contro gli iracheni, con la disperazione determinata di un uomo che spera ancora di ritrovare la famiglia perduta. Sono la sua unica ancora di salvezza nel mare in tempesta di una vita che lo ha reso molto meno di un inglese, ma non ancora abbastanza un iraniano — seppur vicinissimo a esserlo.

È uno dei grandi traguardi del romanzo, questa doppia natura di John: la sua innata “inglesità” — l’intraprendenza e il senso di giustizia — e la sua altrettanto forte “iranianità” acquisita, una passione che sfiora il lirismo. Non è, in ultima analisi, un personaggio allegro o del tutto amabile. È disposto a spingersi verso estremi che la maggior parte delle persone troverebbe inquietanti e persino sgradevoli. Ma è totalmente degno dell’ammirazione del lettore per l’intensità del suo amore per Shirin e Layly e per la volontà di giocare una partita lunga, pericolosa e straziante nel tentativo di riaverle. Per la sua tenacia e la speranza, mantenute laddove normalmente non ci sarebbe posto per esse.

Come eroe di un thriller, John Pitt non rientra nei canoni stabiliti, ma penso che questo sia uno dei tanti punti di forza del romanzo. E James Buchan svolge un lavoro meraviglioso nel tessere una narrazione potente attorno a lui e a Shirin Farameh, attorno ai loro sogni giovanili e al desiderio mai spento di vivere e amare, accettando tutti i rischi che ciò comporta, specialmente in una terra lontana, geograficamente e culturalmente, come l’Iran rivoluzionario.

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