A Firenze gira voce – Christine von Borries
“A Firenze gira voce. Un’indagine sui lungarni“ pubblicato da Piemme Mondadori nel 2025 è il terzo romanzo di Christine von Borries della serie Le quattro amiche fiorentine. Il primo romanzo dal titolo “A noi donne basta uno sguardo” è del 2018 e tratta di un’indagine sull’omicidio di una ragazza africana ospite di una casa di accoglienza che nasconde loschi affari dietro il paravento umanitario. Le quattro amiche inventate dalla von Borries, il PM alla Procura di Firenze Valeria Parri, l’ispettore di polizia Erika Martini, la giornalista Giulia Gori e la commercialista Monica Giusti nel secondo volume della serie, “Le unghie rosse di Alina“ del 2020, in piena pandemia, si trovano a dover fare i conti con il delitto di una giovane prostituta russa trovata morta nel fiume. I tratti salienti del terzo nuovo caso di indagine nel 2025 del quale adesso ci occupiamo sono quindi rispettati, la location è sempre la città di Firenze, le amiche sono le stesse ma questa volta sono su un altro piano investigativo, il mondo della finanza, i fallimenti per bancarotta fraudolenta, la sfera chiusa e particolare di quei personaggi che diventano i depositari dei nostri affari e a volte segreti economici, quei personaggi che provocano ansia e apprensione, che controllano e dichiarano i nostri averi, i nostri redditi e ai quali con fiducia affidiamo la giustificazione dei nostri soldi. Un ambito della vita doveroso ma oneroso e che dovrebbe rispettare tutte le regole e i crismi previsti dalla legge, in questo presumibile financial economic thriller invece sono proprio i professionisti, gli addetti che dovrebbero garantire la sfera economica dei clienti a venir meno e a corrompersi proprio con il mezzo e il tramite ambito e agognato del loro lavoro, il denaro. Le persone implicate sono professionisti, giudici, commercialisti, imprenditori. Sappiamo di essere in Toscana, siamo nel tribunale di Firenze, la città con i suoi scorci di incredibile bellezza il Ponte Vecchio, il lungarno, le stradine, le colline del piazzale Michelangelo, ma la scena rappresentata all’inizio del libro, la sparatoria in tribunale, ci porta istintivamente a pensare alla capitale italiana della finanza e della borsa, sì la Milano da bere sicuramente più calzante per le vicende che invece avvengono nella dolce Firenze dove l’autrice lavora e ambienta le sue storie.
Attilio Bergamini, amministratore delegato della Safe Word azienda caduta in bancarotta fraudolenta è imputato e deve rispondere proprio alla PM Valeria Parri del suo operato. Viene condannato in un giorno che casualmente vede presenti in tribunale le altre tre amiche del PM, la poliziotta Erika, la giornalista Giulia e anche la commercialista Monica. Il manager in preda alla disperazione e occultamente armato di pistola irrompe nella stanza del giudice Ristori ritenendolo colpevole del disastro economico della sua azienda e lo minaccia a mano armata prendendolo in ostaggio insieme agli impiegati presenti. Gli spari che si susseguono nel tribunale creano scompiglio e spavento, ci sono anche feriti, c’è una gran confusione e qui entrano in scena le nostre amiche e inizia la storia.
Monica dalla vita sentimentale sbagliata e incerta si innamora ancora una volta dell’uomo sbagliato Lorenzo Guarnieri commercialista socio del giudice Ristori, Valeria, la PM, è alle prese con tre figli e si sta separando dal marito che l’ha tradita lasciandola col problema del figlio appena nato cardiopatico in attesa di un intervento, Giulia, la giornalista ha adottato un bambino, Erika, la poliziotta alla ricerca di un uomo che non esiste. Ma c’è un legame indissolubile in questo rapporto di amicizia di quattro donne che inserite e vissute in un ambito lavorativo non proprio semplice ma anche nella loro vita più intima fatta di tradimenti, abbandoni, rapporti sbagliati e con figli da accudire nonostante tutto in una vita frenetica aiutate solo da altre donne, le baby sitter che riescono a liberarle dagli impegni domestici per consegnarle ai loro impellenti e improrogabili compiti. Ho letto la prima parte del libro e l’incontro con i personaggi descritti, il giudice Ristori, i commercialisti Guarnieri, Bernasconi con il suo importante e rinomato studio, i curatori fallimentari e subito ho fiutato il marcio, la corruzione e ho pensato, questa gente per denaro è disposta a tutto, anche all’omicidio pur di non perdere i propri agi e la condizione raggiunta nella società. Il personaggio principale allora non sono gli uomini o le donne ma un sentimento e un istinto animalesco presente nell’essere umano: la cupidigia. Proprio il fiorentino più illustre, Dante Alighieri, nella Divina Commedia, punisce la cupidigia (o avarizia) radice di tutti i mali simboleggiata dalla lupa nel canto I dell’Inferno con gli avari e i prodighi che nel IV cerchio per la legge del contrappasso spingono enormi macigni e quando le due schiere si incontrano e si scontrano, si ingiuriano a vicenda gridando: “Perché tieni?” (agli avari) e “Perché burli?” (ai prodighi, cioè perché getti via?). Il peso del macigno rappresenta la fatica vana spesa in vita per accumulare o dissipare beni materiali che non danno vera soddisfazione. Nel Purgatoriole anime dei penitenti espiano la colpa per potersi purificare: giacciono distesi a terra, bocconi, con il volto premuto nel fango e le mani e i piedi legati. Come in vita rivolsero i loro occhi solo ai beni terreni, ora sono costretti a guardare verso il basso, impossibilitati a volgere lo sguardo al cielo. I Barattieri (V Bolgia) sono immersi nella pece bollente e tormentati dai diavoli (Malebranche) perché hanno usato cariche pubbliche per arricchirsi. Nella Divina Commedia, Malebolge è il nome dato all’ottavo cerchio dell’Inferno, nel quale sono puniti i fraudolenti. Devo dire che mentre la von Borries delineava i tratti ambigui e foschi delle figure di Lorenzo Guarnieri e del giudice Federico Ristori, con le loro amanti e la loro vita agiata e preziosa ho pensato alla musica che fa da sfondo al film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto del 1970 diretto da Elio Petri e interpretato da Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan pluripremiato anche con l’Oscar. Quella musica di Ennio Morricone non mi lasciava e mi indicava i colpevoli, i meccanismi del potere e l’immunità di chi lo esercita: “il potere logora chi non ce l’ha” il celebre aforisma attribuito erroneamente a Giulio Andreotti, ma in realtà del diplomatico francese del ‘700, Charles-Maurice de Talleyrand.
Ma mi sbagliavo perché ero caduto negli inganni e nei trabocchetti creati ad arte dall’autrice. Queste donne lavorano su fatti concreti come concrete sono le vicende umane che le attraversano. L’intento della magistrata di Firenze autrice del romanzo è quello di esaltare le qualità femminili nella letteratura gialla dominata spesso da uomini in una percentuale spaventosa, gli investigatori sono tutti uomini a parte qualche investigatrice ma sono eccezioni come la Petra Delicado di Alicia Giménez-Bartlett o il vicequestore Vanina Guarrasi di Cristina Cassar Scalia per non parlare della regina del giallo nordico Camilla Läckberg. Ma anche quando gli uomini scrivono i gialli descrivono spesso donne stereotipate, rossetto e tacco 12, donne stupende e prosperose. Ebbene queste donne patinate e di carta create non esistono nella realtà, non sono vere. Le donne descritte dalla von Borries sono non solo vere ma legate, cosa alquanto discutibile e da verificare, da una profonda amicizia e pur partendo da mestieri diversi, pubblico ministero, poliziotto, giornalista e commercialista si aiutano nella risoluzione di casi che nascono in tribunale e legati al mondo della finanza travalicano l’ambito legale e deviano in oscuri omicidi. Queste donne durante tutto l’arco della vicenda che tiene il fiato sospeso fino al colpo finale molto inaspettato hanno una loro vita interiore, hanno mariti, figli da accudire, separazioni in atto, sbandate emotive e innamoramenti improvvisi per i quali le vedi spesso angosciarsi o perdersi ma poi tornano sempre sulla cresta dell’onda lavorativa e del legame indissolubile dell’amicizia che le lega. Questa amicizia è un sentimento condiviso che a più riprese le rende complici e mai stranamente in competizione come i luoghi comuni ci insegnano, donne che si difendono a vicenda e fanno squadra in barba allo stereotipo della presunta rivalità femminile.
Ma questa amicizia esiste? In queste quattro donne che hanno una vita e una professione non facile?
E l’uomo come ne esce? Questa è una storia originale basata su reati economico-finanziari ma che poi portano all’omicidio e all’assassinio e proprio quando noi pensiamo di aver dall’inizio individuato il colpevole o i colpevoli ecco solo alla fine del romanzo con un grande colpo di scena ci viene presentato l’assassino al quale il lettore non ha mai minimamente pensato.
Gli uomini qui sono solo coprotagonisti descritti nelle loro limitazioni e limitatezze e non ne escono proprio bene. Una storia verosimile che il nostro magistrato fiorentino prende come spunto dalla propria attività lavorativa, scritta bene perché lei si occupa di quello che descrive di questi reati particolari legati al mondo della finanza e una storia vera perché a chiunque può capitare di essere accusato ingiustamente e di comparire come Franz Kafka nel processo davanti a un giudice che ti condannerà per sempre. Solo che l’aver tanto esaltato queste donne e pure meritatamente non tratteggia i personaggi maschili presenti nel romanzo presi soltanto da logiche di potere, dalla cupidigia, dalla voglia di arricchirsi al di là di ogni regola e ogni legge? Ma dove sono finiti i galantuomini e visto che siamo a Firenze gli stilnovisti che gentilmente decantavano le donne? Qui ci sono uomini che sono posseduti solo dall’ambizione di entrare a far parte dell’alta società, dediti al sesso sfrenato e da consumare con violenza regolare e ripetuta, che in nome del dio denaro si corrompono e rischiano di perdere tutto, carriera, soldi e potere. Le donne invece hanno più propensione al sentimento rischiando a volte anche la derisione e l’abbandono di fronte a uomini cinici e interessati solo al denaro e al potere, ma loro hanno un’arma in più, un legame che non vuole compromessi e non cede ai ricatti, hanno l’amicizia. E così alla fine scopriamo l’arcano, le quattro donne, i quattro personaggi, non sono altro che le quattro aspettative e i quattro desideri reconditi incarnati dall’autrice che ne occupa già uno, quello di magistrato e vuole vivere le altre tre vite, da poliziotto, da commercialista e perché no anche da giornalista? Questo è il legame che unisce i quattro personaggi, le quattro donne, le confidenze che consolano e gratificano l’ideatrice della storia.
Nel quartiere di Santa Maria Novella nel loggiato degli Uffizi è ubicata la statua dedicata al padre di Cosimo dei Medici, l’eroico Giovanni delle Bande Nere (1498-1526), esposta sul Lungarno Anna Maria Luisa de’ Medici a Firenze. La statua fa parte del gruppo di sculture collocate nelle nicchie del loggiato degli Uffizi e posta nella diciottesima nicchia del loggiato. Chiuso nell’armatura, il Giovanni delle Bande Nere scolpito dal Guerrazzi è raffigurato mentre, a capo delle milizie, si appresta ad affrontare il nemico: impugnata la spada su cui la scritta “Non mi snudare senza ragione Non m’impugnare senza valore” rammenta la prudenza che fu una delle sue principali virtù ma anche il coraggio oserei dire se “Faceva più danno alli inimici lui solo che tucto lo exercito” così come Giovanni Salviati descrive l’ultimo importante capitano delle compagnie di ventura ritenuto da Niccolò Machiavelli l’unico capace di difendere gli Stati italiani dalla discesa del temibile re spagnolo Carlo V. Sono circa 6 km quelli che dividono la Procura della Repubblica dove lavora Christine von Borries dalla statua di Giovanni delle Bande Nere con sullo sfondo il Ponte Vecchio a Firenze e il nostro sostituto procuratore può ben fregiarsi del motto inciso sulla spada del capitano di ventura “Non mi snudare senza ragione, non m’impugnare senza valore“, perché il suo ultimo lavoro ha colto nel segno. Con docile prudenza ma con grande coraggio ha difeso l’altra metà del cielo, l’universo femminile proprio nel cinquantesimo anno che ci divide dalla morte di Agatha Christie, l’antesignana delle scrittrici di giallo e a più di due secoli dalla morte di Jane Austen l’inventrice della scrittura al femminile. Christine von Borries con molto garbo e con una maestria che non ha nulla da invidiare agli scrittori maschili ci presenta un vero thriller con due omicidi, due cadute nel vuoto, la prima del curatore fallimentare della Safe Word, Carlo Sforza, e il dubbio che ci porterà dalla prima parte del giallo, dalla casa dell’imprenditore accusato ingiustamente, e dal ponte tibetano delle Ferriere vicino Pistoia dove chi può svelare il mistero o almeno una sua parte, Bergamini, cade da un’altezza di trentasei metri nel fiume colpito a morte con il petto insanguinato… chi ha spinto, chi ha sparato? Lo scoprirete soltanto alla fine del libro.
Recensione di Michele Mennuni.
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