Jeffery Deaver non ha certo bisogno di presentazioni per gli amici del Thriller Café! Oggi vi parlerò di Verità imperfette nel quale Colter Shaw, il cacciatore di taglie, è alle prese con due diverse investigazioni, in attesa che arrivi in Italia il romanzo a lui dedicato, The goodbye man, appena uscito negli Stati Uniti.

“E’ curioso il paradosso di chi vive secondo il codice della sopravvivenza. Il punto, ovviamente, è rimanere in vita. Ma quest’ovvietà non coglie un dettaglio fondamentale: non vivi davvero fino a che non ti trovi ad affrontare un pericolo cui sei costretto a scampare.” (pag. 111)

Scomparsa (Captivated)

“E’ scomparsa da un mese. E due giorni.” Aveva un’espressione così turbata che Shaw si aspettava quasi che l’uomo avesse tenuto anche il conto delle ore. “Non ha più avuto alcun contatto con lei?” “Nessuno.”  La voce gli si abbassò di un’ottava, si schiarì la gola. “No, signore.”

Il signor Matthews ingaggia Shaw a seguito della scomparsa da casa di sua moglie Evelyn. Nessun contatto con lei da più di un mese e il marito è un uomo distrutto. Non sarà affatto difficile per Shaw trovare la donna, che gli racconterà una storia diametralmente opposta a quella propugnata dal marito. Un lieto fine sembrerebbe delinearsi, ma l’intuito e l’istinto di sopravvivenza di Shaw prepara un colpo di scena da manuale.

Il secondo ostaggio (The second hostage)

“Okay. Abbiamo un problema:” Il vicesceriffo, magro e abbronzato, schiena dritta, postura rigida, aveva appena riagganciato, e adesso si rivolgeva a tutti i presenti: “Era Sally, dalla centrale. Ostaggi e colpi d’arma da fuoco a Kiowa Lake”.

Le indagini per rintracciare una ragazza scomparsa da casa, porta Shaw presso l’ufficio dello Sceriffo della Contea di Cimarron nel bel mezzo di un’emergenza: un uomo tiene degli ostaggi sotto mira in un residence. Shaw si offre come mediatore, in attesa che arrivino i rinforzi da Kansas City e, con un colpo di mano, riesce addirittura a penetrare all’interno dell’abitazione e a fronteggiare il sequestratore.

Chi è Colter Shaw?

“Indossava la classica tenuta di quanto partiva in missione: jeans, camicia sbottonata sul colletto – quella di oggi era blu marino – e una giacca sportiva scura a scacchi. Un abbigliamento sobrio e rispettoso, per mettere a proprio agio clienti e testimoni. Ai piedi le solite Ecco nere senza lacci. Erano comodo e offrivano un’aderenza la suolo perfetta. Non si sa mai.” (pag. 12)

Personaggio quanto mai sui generis, Colter Shaw non è né un poliziotto o ex poliziotto né tanto meno un investigatore privato. Diciamo, piuttosto, un cacciatore di taglie free lance che si muove in piena autonomia alla ricerca di persone scomparse, sulle quali è stata posta una ricompensa. Nessun contratto con il committente, libertà assoluta nel portare a termine o meno la ricerca, metodi da giornalista-segugio, Shaw deve la sua tempra ad un padre survivalista estremo che aveva addestrato i figli quasi militarmente. Da quegli insegnamenti ha tratto però il massimo e ha introiettato il codice paterno del Mai:

“Mai pensare di sentirsi al sicuro. Mai rendersi vulnerabile. Mai confidare in aiuti esterni. Mai rimanere sprovvisti di un’arma. E mai dare per scontato che l’interlocutore sia disarmato.” (pag. 28)

Forte di questi “sani” principi, la professione di Colter Shaw si svolge tra mille rocambolesche avventure, per descrivere le quali Deaver può divertirsi a pescare a piene mani dai classicissimi del giallo le soluzioni logico-deduttive più disparate per escogitare finali che lascino di stucco, perché il suo personaggio non è imbrigliato dai tecnicismi e dal burocratese della legge. E con grande sarcasmo, Deaver può anche permettersi di far apparire Shaw come un “orecchiante” delle procedure dei veri poliziotti, sottolineandone il tratto da out sider.

A questo proposito vi segnalo, da pagina 90 in poi, un’interessante enunciazione delle regole che un negoziatore deve tenere a mente per riuscire a sciogliere una crisi come quella descritta nel racconto: da “creare empatia con il sequestratore” a “usare il nome di battesimo del sequestrato per umanizzarlo agli occhi di chi lo tiene sotto tiro”.

Colter Shaw sostiene di aver tratto insegnamento dalle scalate assieme all’amico Tom Pepper, un ex dell’Agenzia; chissà da chi le avrà apprese Deaver stesso, che si conferma maestro indiscusso dei racconti brevi.

Note della Rossa: Da sempre appassionata dell’Edgar Award, ogni anno ne seguo nomination e assegnazioni con la stessa curiosità e apprensione degli Oscar cinematografici. Ebbene, strano a dirsi, ma Jeffery Deaver non ha mai vinto un Edgar in nessuna categoria, pur essendo candidato 2 volte per il Best Paperback Original (nel 1990 con Manhattan is My Beat e nel 2002 con Hell’s Kitchen, con lo pseudonimo di William Jefferies) e ben 5 volte per la Best Short Story. E’ stato però Presidente della Mystery Writers of America organization nel 2017 e 2018, onore che spetta ai grandissimi autori americani. Se voleste approfondire, vi rimanderei al sito ufficiale www.theedgars.com.

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Verità imperfette
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Verità imperfette
  • Deaver, Jeffery (Author)