Una storia semplice - Leonardo SciasciaUna storia semplice (Adelphi, 1989) è l’ultimo lascito di un autore che non ha bisogno di presentazioni: Leonardo Sciascia. Si tratta di un giallo poliziesco ispirato ad un fatto realmente accaduto: il furto di un Caravaggio.

Il romanzo approderà due anni dopo sul grande schermo, dove il grande Gian Maria Volonté girerà il suo ultimo film italiano interpretando il Professor Franzò, che di fatto incarna il punto di vista di Sciascia in questa storia.

E’ sabato 18 marzo, vigilia della festa patronale di San Giuseppe falegname. All’imbrunire arriva una bizzarra telefonata alla questura. All’altro capo del telefono è Giorgio Roccella, un diplomatico in pensione che ha un appartamento in contrada Cotugno, il quale vorrebbe far «vedere urgentemente una cosa che si è trovata in casa». Il commissario ci scherza sopra: «Un cadavere», ma il brigadiere telefonista si attiene ai fatti: «No, ha detto proprio una cosa».

Quando gli agenti entrano in casa Roccella e scoprono che il diplomatico è morto, ecco che “una storia semplice” diviene complicata, e pagina dopo pagina lo diverrà esponenzialmente sempre più.

Il cadavere ha un grumo nerastro tra mandibola e tempia. A terra c’è una vecchia revolver tedesca. Apparente suicido. Eppure, se così fosse, la mano destra del cadavere dovrebbe penzolare a filo della rivoltella caduta. Invece no, si trova poggiata sul piano della scrivania, a fermare un foglio sul quale si legge: “Ho trovato.” Probabilmente la vittima ha trovato qualcosa che non ha fatto in tempo a scrivere, cioè quella “cosa” che si era trovata in casa, e per la quale aveva chiamato la stazione di polizia. Ma allora perché quel punto dopo le parole “ho trovato”? Non potrebbe forse essere una geniale minuzia dell’assassino? Quel punto conferisce nuovo significato al testo: “ho trovato che la vita non vale la pena di essere vissuta”; “ho trovato l’unica ed estrema verità”; “ho trovato”, punto.

Su questa intrigante matassa, dotata di forte tensione narrativa, l’autore innesca dei meccanismi gialli perfettamente oleati, brillanti e curati come un prodotto di altissima orologeria, all’interno dei quali si annidano quasi inosservati diversi piani di lettura. Ai piani più alti, il lettore avveduto percepisce il nitido profumo di mafia e di droga (mai esplicitamente menzionate), come pure i velati riferimenti all’omertà meridionale, alla negligenza di un sistema che ineluttabilmente prevale sulla buona volontà individuale.

Del resto tutta l’opera letteraria del genio di Racalmuto è improntata a (di)mostrare la difficoltà dell’esercizio della ragione e la complessità dell’affiorare della verità, troppo spesso nascosta dentro poteri occulti o camuffata dentro complicate strutture e trame della società, specialmente in una Sicilia soffocata dall’incombenza delle mafie. In questo senso la narrativa di Sciascia, intellettuale “disorganico”, appare come autentica paladina di ragione e libertà, al di là di ogni legame di classe o partito. Parola dopo parola sembra emergere il disincantato sconforto di un autore deluso da un paese dominato da oscure complicità e dall’ingiustizia di poteri trasversali. Il conflitto tra istituzioni dello Stato (altra tematica latente che percorre tutte le sessantasei pagine di questo capolavoro, al limite tra il racconto giallo e l’inchiesta), trova rappresentazione – ad esempio – nel complesso rapporto tra il brigadiere dei carabinieri e il commissario di polizia. Il primo è di umili origini contadine, e ha il vizietto di avere il cervello fino e l’istinto affilato, oltre che l’impudenza e l’ardire di imbeccare le domande al commissario durante un interrogatorio: «il quadro». Il superiore allora lo fulmina: «Ci sarei arrivato senza il tuo aiuto». Ma il brigadiere peggiora le cose: «per carità, non mi permetterei… lei è laureato». Il commissario non può sapere che la laurea in legge fosse la massima aspirazione di vita del brigadiere, la cui battuta è quindi candida, affatto maligna. In un successivo interrogatorio il brigadiere interromperà di nuovo: «è impossibile immaginare che un uomo, dopo aver maneggiato una pistola, al momento di suicidarsi si metta il guanto, si spari e abbia poi il tempo di togliersi il guanto e di farlo sparire. Roba da hellzapoppin». Il commissario, visibilmente irritato, replicherà : «Ti diverti, eh… Continua  a divertirti, continua». Chi si diverte è invece il lettore, con un sorriso amaro e  riflessivo, persino quando il conflitto tra brigadiere e commissario sfocerà verso lidi inaspettati, in una sorta di duello disonorevole.

Lo stile inconfondibile è quello di Sciascia: equilibrato, razionale, classico; dotato di una precisione capace di illuminare la realtà fin dentro gli angoli più bui.

Il pragmatismo dei personaggi («E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?») li convoglia tutti attorno ad una verità semplice, di comodo. Ancora una volta l’ultima resistenza della ragione contro l’ingiustizia è rappresentata da personaggi solitari, destinati a soccombere contro la ramificazione complessa del potere e del crimine. L’idealista rimane così da solo contro un muro di gomma . E con lui, a meditare su quanto impermeabile sia questo muro, ci rimane anche il lettore.

Nonostante tutto, anche se da sconfitti, si intuisce il valore dell’importanza di opporsi al male.

Recensione di Leonardo Dragoni

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Una storia semplice
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Una storia semplice
  • Leonardo Sciascia
  • Editore: Adelphi