A cinque anni di distanza da The Father – Made in Sweden – Part. I, Anders Roslund e Stefan Thunberg hanno chiuso il cerchio con la seconda parte della storia dei fratelli Duvnjac dal titolo italiano Un fratello per cui morire. Magistrale nella forma, significativo nel contenuto. Davvero un grande thriller.

Leo Duvnjac esce di prigione dopo aver scontato sei anni per rapina a mano armata in concorso con il padre Ivan e due fratelli. Ad attenderlo fuori dal carcere trova il padre, già libero e riabilitato. “Se l’ho fatto io, puoi farlo anche tu”, gli ripete continuamente.

Ma Leo non ha alcuna intenzione di smettere di delinquere, tanto più che dietro le sbarre ha avuto tempo e modo di progettare un colpo memorabile, da mettere a segno nei primissimi giorni dal rilascio, con la complicità di un altro ergastolano, Sam, fratello dell’ispettore Broncks, acerrimo nemico dei Duvnjac.

Leo e Sam sembrano molto simili, fratelli maggiori tesi a protezione dei minori, ma la loro diversa capacità di trinciare i legami di sangue farà la differenza.

Leo vuole con sé i due fratelli per l’ultimo colpo spettacolare che ne segni il riscatto e ne cambi la vita, mentre Sam è in rotta da più di vent’anni con il suo.

Saranno due partner bene o male assortiti? E il colpo del secolo sarà portato a termine?

Ma, soprattutto, per quale fratello varrà la pena di morire?

Thriller affascinante, ricco di flashback e colpi di scena, Un fratello per cui morire è l’ideale continuazione della storia di Boris Sumonja e i suoi tre figli, Carl, Johan Alin e Lennart, la famigerata Military Gang che all’inizio degli anni ’90 mise a segno dieci rocamboleschi colpi ai danni di furgoni blindati e banche in una Svezia attonita, che mai aveva conosciuto un tale livello di violenza e precisione chirurgica nell’esecuzione di rapine a mano armata. Nella trasposizione letteraria operata da Anders Roslund – giornalista investigativo e scrittore – e Stefan Thunberg – uno degli sceneggiatori svedesi più acclamati – i protagonisti sono Ivan, Leo, Felix e Vincent Duvnjac la cui storia è fedelissima ai fatti processuali nel primo libro e del tutto romanzata in questo secondo. Se il primo descrive l’educazione criminale impartita da un padre violento e alcolista ai propri figli, il secondo è imperniato sui legami indissolubili tra fratelli e su come nelle famiglie le azioni di uno si riverberino, nel bene e nel male, nella vita degli altri.

E’ indubbio che il valore aggiunto dei romanzi della serie Made in Sweden risieda nel fatto che Stefan Thumberg, nato Sumonja, sia uno dei figlio del violento Boris, l’unico a non aver mai fatto parte “dell’impresa di famiglia” perché al momento del divorzio dei genitori si stabilì a Stoccolma per studiare arte. Un narratore d’eccezione, quindi, che, forte del coinvolgimento emotivo e della sua abilità letteraria, ha potuto imprimere ritmo e credibilità alla storia di finzione descritta in Un fratello per cui morire.

Tanti i personaggi abilmente descritti. Ecco i principali. Una volta finito il romanzo, non li dimenticherete tanto facilmente.

Leo Duvnjac, lo stratega manipolatore

Ma non avrebbe abitato lì. Lui era diretto altrove. E perciò doveva fare quello che lei l’aveva appena pregato di non fare.

‘Non ho scelta mamma. Perché vedi, Jari deve essere sotituito da Felix o Vincent. E poi, mamma, ti farò preoccupare ancora di più. Perché il fucile di Jari è nelle mani della polizia. E domani, mamma, quel bastardo di Broncks ne sarà informato. E verso l’ora di pranzo, o più probabilmente dopo, verrà qui, a casa tua, a prelevarmi.’ (pag. 118)

Ivan Duvnjac, il patriarca redento

Ne restava uno. Suo padre. Che se ne stava lì con le braccia protese in avanti. Lui, che non abbracciava mai, doveva aver visto come facevano gli altri. – Leo, figlio mio. – Tu? Non pensavo…che saresti venuto. Ivan fece un passo avanti e lo abbracciò. – Se sono cambiato io, Leo, puoi cambiare anche tu. Un abbraccio forzato. Una frase sussurrata. Poi il padre lo ripeté più forte. – Che cazzo stai dicendo? Due braccia protese diventarono due dita sollevate. – Due anni, figlio mio. – Due anni cosa? – Da quando sono uscito. E neanche un goccio del cazzo. (pag. 47)

Elisa Cunan, la tenace Commissario

In quella stanza regnava il suo metodo. […] Tre pile. Tre momenti chiave. […] Non ancora del tutto sveglia, sbadigliò di nuovo e sollevò distrattamente la foto in cima alla pila di sinistra, quella che lei chiamava “Hai iniziato tu, stronzo”. L’istante in cui il pensiero si trasforma in crimine. […] Chiamava la pila di mezzo “Ti sei fottuto con le tue mani”. Quando il crimine commesso si trasforma in tracce. […] Sulla terza c’era la terza pila, “Non crederai di farla franca, stronzo”. Quando le tracce si trasformano in un colpevole. (pag. 122)

John Broncks, l’acerrimo nemico

Ora esisteva una sentenza definitiva. Le pene degli imputati potevano essere rese esecutive. Tra le forze dell’ordine John Broncks era stato acclamato come un eroe, l’uomo che aveva reso possibile il procedimento penale, con gli incassi della rapina ancora intatti. Nessuno dei rapinatori aveva speso nemmeno una corona, avendo avuto cura di non modificare le proprie abitudini. (pag. 124)

Sam Larson, il complice riottoso

Sam gli indicò le due camere da letto. “Strette come due celle. Mamma e papà in una, io e John su un letto a castello nell’altra. Ogni estate. Fino a quando ho compiuto diciotto anni e sono passato da questa a un’altra cella. Da allora nelle mie estati ci sono stati meno sole e meno nuotate” (pag. 70)

Britt-Marie Axelsson, la madre coraggio

Britt-Marie sentì la donna a capo del gruppetto aprire e chiudere la porta di casa, percorrere il vialetto e dirigersi verso l’auto con Leo sul sedile posteriore. Fu allora che se ne rese conto: riunire tutti e tre i figli insieme, quello che aveva tentato di fare per l’ennesima volta, sarebbe rimasto solo un sogno irrealizzato. D’altra parte è così che funziona una separazione: legami che si allentano e poi si spezzano. (pag. 150)

Note della Rossa: Stefan Thunberg ha dichiarato di aver cambiato i nomi dei protagonisti per rispettare la privacy dei fratelli, che oramai hanno pagato il loro debito alla giustizia e si sono ricostruiti una vita. Per esempio, il più grande Carl – Leo nei romanzi – ha preferito anch’egli prendere il cognome della madre, Thunberg. Un piccolo dettaglio però l’Autore ha lasciato intatto: suo fratello si chiama in realtà Carl Boris Sumonja, perché Boris è il nome del famigerato padre. Il personaggio, di conseguenza, Leo Ivan Duvnjac, a sottolineare quanto indissolubile sia il legame tra il primogenito e il genitore.

Incipit: “Sangue. Non ha mai pensato a quanto sia rosso, a quanto ne contenga un corpo di donna. Abbastanza da tingere una cucina e un ingresso interi, e tre piani di scale fin giù al portone. Eppure ce n’è a sufficienza da permetterle di continuare a scappare, lontano.”

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Un fratello per cui morire. Made in Sweden
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