Un biglietto per il naufragio è il terzo romanzo di Alessio Piras, che prende le mosse da quanto successo nei due libri precedenti ma senza penalizzare chi non li abbia letti. Il giovane professore universitario Lorenzo Marino riporta la storia dell’amore contrastato dell’amico marinaio Riccardo Mignanego così come gli è stata raccontata da Riccardo stesso: la sua ragazza Raisa, dopo anni passati a scappare dai fratelli che la volevano vendere a un trafficante d’esseri umani, è stata rapita e di lei si sono perse le tracce. Ora sono addirittura i parenti aguzzini che chiedono a Riccardo un aiuto per ritrovarla e lui, pur essendo consapevole del rischio di cadere in una trappola malavitosa, ha deciso di tentare il tutto per tutto dato che si tratta della donna della sua vita. Si affida dunque a Marino e al commissario Andrea Pagani, la coppia protagonista delle avventure di Piras.

Intanto Genova è sommersa dall’ennesima onda nera: le forti piogge, complice l’incuria colpevole delle istituzioni, fa tracimare il Bisagno provocando danni e morte. Ma un cadavere insospettisce Pagani: non è vittima del maltempo, ed è invece collegato in maniera sorprendente a Raisa. La pista conduce a Barcellona: non potendo andarci il commissario, viene mandato il suo assistente Pittaluga con Marino a fare da interprete. Per quest’ultimo si tratta di un sussulto dell’anima: affetto da nostalgie croniche, il ritorno nella città catalana dove ha vissuto a lungo mette a rischio l’equilibrio che a fatica aveva raggiunto.

Ritroviamo dunque appieno la poetica di Piras, a partire dalla genovesità pura. Basti dire che il primo capitolo si intitola Dolcenera, come la canzone di Fabrizio De Andrè. E lo scrittore è fedele proprio al credo del cantautore ligure, per il quale “Genova è una città da rimpiangere”: il suo protagonista era scappato dalla Superba e si è trovato schiacciato dalla nostalgia, vocabolo particolarmente appropriato dato che significa dolore del ritorno. Pur essendo scettico sulla definizione di noir mediterraneo, è evidente che Piras rientra nell’alveo che guarda a Izzo come modello e fa delle città d’ambientazione veri e propri personaggi.

L’autore ha un’indole letteraria, che lo avvicina ai classici del genere. Ci gioca: non solo, nella finzione, i suoi libri sono la trasposizione esatta di resoconti altrui, pagine che raccolgono i fatti narrati da un personaggio a un altro, ma in questo romanzo usa i versi (stupendi) della poesia Els amants di Vincent Andrés Estellés trovati davvero su un muro a Genova (come testimonia la foto inclusa nel volume) per esprimere il potere eternante della letteratura, la natura magica ed essenziale delle storie. L’epilogo, che chiude non solo Un biglietto per il naufragio ma l’intera trilogia, rilancia la riflessione su realtà e finzione dal sapore pirandelliano.

La scrittura è sicura, fondata su descrizioni che scavano in profondità per restituire il senso di un luogo, di un’emozione, di un pensiero. La tendenza alla riflessione, alla speculazione dettata da uno spunto, in questo libro è più contenuta, lascia maggior spazio agli snodi della trama e, specie nella seconda parte, all’azione. La visuale si allarga, non solo perché per lungo tempo si seguono le indagini dell’agente Pilar, infiltrata nel giro della prostituzione, ma anche perché, pur rimanendo un romanzo Genova-centrico, parte della storia si svolge a Barcellona. Due città simili, foriere di grandi passioni, ma con le loro peculiarità: meno marittima quella spagnola, che a volte pare addirittura dare le spalle al Mediterraneo.

La ricerca di Raisa fa emergere il tema centrale del romanzo, ovvero il traffico di donne. Accanto a qualche accento di folklore (siamo pur sempre nella città di Via del Campo), Piras è attento a descrivere con puntualità il dramma delle prostitute, il degrado sociale sotteso, sgombrando il campo dal romanticismo con cui talvolta viene raccontato questo mondo. Apice dell’orrore è la cosiddetta giostra nera, la tortura fisica e psicologica alla quale le nuove schiave vengono sottoposte per distruggere ogni brandello di dignità.

Un biglietto per il naufragio è un’opera più corale rispetto alle precedenti: vengono introdotti il Commissario Xavi Malasombra (di stanza a Barcellona), il vicequestore Libeccio, Levratto. È probabile che sentiremo ancora parlare di loro. Poliziotti, puttane, persino criminali, sono tutti uomini comuni, con l’eccezione di Pilar, dotata di una scorza forse un po’ irrealistica.

È così l’essere umano che vive sul Mediterraneo: nell’immobilismo contemplativo la sua anima lavora a pieno ritmo, il suo sguardo coglie ogni singolo dettaglio dell’onda grigia che si avvicina, sbatte, risucchia e svanisce. Per poi tornare. E quella certezza, quel ritorno sicuro, ci tiene a galla e non ci fa affogare.

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Un biglietto per il naufragio. Pagni e Marino tra Genova e Barcellona
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