Interessante questa novità targata Arcana dal titolo Delitti Rock – Da Robert Johnson a Michael Jackson: 200 indagini sulla scena del crimine e firmata da Ezio Guaitamacchi.
Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison: quattro grandi star della “musica che ha cambiato il mondo” muoiono (in circostanze misteriose) nel giro di soli due anni. Tutti avevano una J nel nome. Tutti avevano 27 anni. Quella del “Club J27″, purtroppo, non è un’anomalia della storia del rock. Prima e dopo Brian, Jimi, Janis e Jim, altre stelle luminose del firmamento musicale vedono le loro giovani vite troncate da incidenti improvvisi, overdose vigliacche, atti violenti, veri e propri omicidi. Sempre, un alone di mistero circonda queste “morti celebri”. Da Elvis Presley a Kurt Cobain, da Marvin Gaye a Jeff Buckley, sono decine i “casi irrisolti” (a volte, ancora aperti) di una catena inquietante di Delitti Rock. Quarant’anni dopo le morti di Hendrix e Joplin e a trenta dall’omicidio Lennon, questo libro racconta i casi più scottanti, le storie più scabrose, gli avvenimenti più scioccanti cercando di far luce sui misteri che aleggiano (ancora oggi) attorno ai nomi di alcuni dei più grandi miti del Novecento. La scena del crimine viene analizzata nel dettaglio così come minuziosamente sono approfonditi tutti gli accadimenti che accompagnano la tragica fine di ciascun personaggio. Il racconto trasporta l’ascoltatore in una zona “ai confini della realtà” nella quale si possono assaporare le varie storie quasi le si stesse rivivendo in diretta.
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Con questo post termina oggi la traduzione – a cura di Lino Monti – del saggio “Vacher l’eventreur” (Vacher lo Squartatore), le cui prima e seconda parte sono state pubblicate qualche settimana fa.
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3. Le ammissioni di Vacher
Tenendo conto solo delle rivelazioni fatte dall’accusato al giudice istruttore e accertate come vere, benché egli abbia improvvisamente smesso di confessare, è assodato che Vacher uccise quattro ragazzi, sei ragazze e una donna anziana a partire dal giorno in cui uscì dall’ospedale di Saint Robert. Fece, inoltre, il tentativo di violentare una bambina undicenne. Lasciato Saint Robert, Vacher andò a Saint Genis Laval, poi si diresse a Grenoble passando per Beaurepaire (Isère).
Fu in questo comune che, il 20 maggio del 1894, uccise e stuprò la trentunenne Eugénie Delhomme. La donna camminava sola, verso sera, lungo un sentiero isolato. L’uomo la assalì, la strangolò e le tagliò la gola con un coltello, la prese a calci nel ventre e le staccò parte della mammella destra. Prese poi la vittima, cui aveva strappato i vestiti, la trascinò dietro una siepe e abusò di lei. Il corpo fu scoperto solo il giorno dopo. L’assassino era fuggito attraverso i campi e aveva trovato sistemazione in una fattoria nei dintorni di Grenoble; nel frattempo, uno dopo l’altro, erano stati sospettati alcuni giovani di Beaurepaire, segnalati per errore da voci di popolo. Dai paraggi di Grenoble, Vacher andò a la Bresse poi pensò di andare a Mentone, da una sorella che abitava lì e dalla quale sperava d’essere ospitato. Leggi il resto »
Continua oggi la traduzione del saggio “Vacher l’eventreur” (Vacher lo Squartatore), la cui prima parte è stata pubblicata qualche settimana fa.
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2. I precedenti di Vacher
Joseph Vacher nacque a Beaufort (dipartimento dell’Isère) il 16 novembre del 1869.
Proveniva da una famiglia contadina assai numerosa ma rispettabile. I suoi genitori godettero di buona salute fisica e mentale. Tra i suoi avi non c’erano mai stati individui folli, epilettici o subnormali. Durante l’infanzia, egli non soffrì di alcuna malattia capace di scombussolare il suo sistema nervoso. Egli sostenne, tuttavia, che da bambino fu morso da un cane rabbioso e che i suoi parenti lo curarono con un medicamento sconosciuto, che ebbe l’effetto di istupidirlo e di guastargli il sangue. A suo parere, i delitti da lui commessi sono imputabili ad attacchi di rabbia dovuti al morso e al trattamento curativo.
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Nel gennaio del 1993 le prime pagine dei quotidiani francesi sono occupate da una storia agghiacciante: il medico Jean Claude Romand uccide la moglie e i due bambini, poi gli anziani genitori, infine tenta di strangolare l’amante. Un caso di cronaca in cui il male e la follia nascosti dietro una vita perfettamente normale esplodono con una violenza insostenibile. Carrere, scrittore impegnato in quel momento nella stesura della biografia di Philip Dick, rimane assorbito da questa macabra vicenda e decide di scriverne un libro inchiesta. Pagina dopo pagina si scoprono gli inquietanti retroscena di una vita che sembrava perfetta ma che nascondeva anni di menzogne e di apparenze. Chi era davvero Jean Claude Romand?
Il 31 dicembre del 1898 la testa di Joseph Vacher, ventinovenne pluriomicida francese, venne troncata dalla ghigliottina. Fu così eseguita la sentenza di condanna a morte del più spietato, violento e sanguinario criminale che la Francia avesse mai visto prima d’allora. Vacher ammazzava donne, bambini e adolescenti aggredendoli con selvaggia ferocia. Tagliava, squarciava, sventrava, mutilava organi e compiva atti sessuali sui corpi martoriati. Sotto i suoi colpi cadevano soprattutto giovani pastori e pastorelle.
Colti di sorpresa in luoghi isolati, soccombevano rapidamente alla furia assassina dell’uomo. Terminato lo scempio, l’omicida fuggiva per campi e boschi facendo perdere le proprie tracce. Fu finalmente arrestato nel 1897, dopo il fallito tentativo di stuprare una contadina. Delle sue vittime, dodici furono accertate nel corso del processo, ma si presume che il loro numero fosse vicino a trenta.
Incaricato dalle autorità giudiziarie dell’Ain (regione Rodano-Alpi), il medico e criminologo Alexandre Lacassagne (1843-1924) visitò varie volte il detenuto Vacher.
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Online la quarta e ultima parte dell’articolo Il criminale sessuale sadico tratto dall’FBI Law Enforcement Bulletin, febbraio ‘92.
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Caratteristiche delle vittime.
Ventinove dei 30 criminali studiati sceglievano solo vittime bianche. L’83% delle vittime erano delle estranee per l’aggressore. Un quarto di essi attaccava soltanto maschi. Il 16% sceglieva bambini; il 26% sia bambini che adulti.
Le prove dei crimini.
Questo tipo di aggressori di solito mettono, incosapevolmente, a disposizione degli inquirenti un gran numero di elementi utili ai fini dell’incriminazione. Più della metà dei soggetti studiati ha tenuto “ricordi” dei crimini: calendari, mappe, diari, disegni, lettere, manoscritti, fotografie, cassette audio e video. Nella maggior parte dei casi, queste cose venivano conservate sia nelle case, che negli uffici o nelle automobili, nascoste, o anche in depositi in affitto, o in contenitori seppelliti sotto terra.