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Vacher: lo Squartatore – Serial Killer (parte 1)


Joesph Vacher - serial killerIl 31 dicembre del 1898 la testa di Joseph Vacher, ventinovenne pluriomicida francese, venne troncata dalla ghigliottina. Fu così eseguita la sentenza di condanna a morte del più spietato, violento e sanguinario criminale che la Francia avesse mai visto prima d’allora. Vacher ammazzava donne, bambini e adolescenti aggredendoli con selvaggia ferocia. Tagliava, squarciava, sventrava, mutilava organi e compiva atti sessuali sui corpi martoriati. Sotto i suoi colpi cadevano soprattutto giovani pastori e pastorelle.
Colti di sorpresa in luoghi isolati, soccombevano rapidamente alla furia assassina dell’uomo. Terminato lo scempio, l’omicida fuggiva per campi e boschi facendo perdere le proprie tracce. Fu finalmente arrestato nel 1897, dopo il fallito tentativo di stuprare una contadina. Delle sue vittime, dodici furono accertate nel corso del processo, ma si presume che il loro numero fosse vicino a trenta.
Incaricato dalle autorità giudiziarie dell’Ain (regione Rodano-Alpi), il medico e criminologo Alexandre Lacassagne (1843-1924) visitò varie volte il detenuto Vacher.
Dopo aver studiato accuratamente il caso, egli riferì le proprie conclusioni al tribunale giudicante. A parere di Lacassagne, l’imputato non era affetto da tare o da patologie che potessero giustificare gli orribili delitti da lui commessi. Mancando valide attenuanti, la condanna alla pena capitale fu inevitabile.
Due mesi dopo l’esecuzione (febbraio 1899), il criminologo diede alle stampe un saggio intitolato “Vacher l’eventreur et les crimes sadiques” (Vacher lo squartatore e i delitti a sfondo sadico). Destinato a un pubblico colto, il testo tratta la questione con rigore scientifico, riferendo gli eventi accaduti e presentando un’accurata anamnesi e un dettagliato quadro psicologico dell’assassino seriale. Lacassagne scrive da medico, eppure rivela eccellenti doti di narratore. Racconta i fatti con la precisione del cronista, dipinge luoghi e situazioni con tratti svelti ma nitidi, descrive i personaggi dando loro uno spessore drammatico. “Vacher lo squartatore” è un libro importante, perché precorre la tematica letteraria e cinematografica del serial killer. È un libro interessante, perché abbonda di informazioni e di spunti di riflessione. Non bastasse, è un libro di appassionante lettura.
È stato pubblicato da noi? No: l’OPAC SBN non ne reca traccia. Potete però trovare il testo originale francese, digitalizzato sul sito Gallica. Non conoscete la lingua transalpina? Poco male: Thriller Café offre al pubblico italiano la traduzione delle pagine iniziali di “Vacher l’eventreur”. Il caso è qui presentato dall’autore in tutta la sua atroce realtà.

***

1. Il delitto di Bénonces
Il 31 agosto 1895, in località Grand-Pré, nel territorio del comune di Bénonces, fu scoperto il cadavere orrendamente mutilato di Victor Portalier, giovane pastore sedicenne. Alla una del pomeriggio egli aveva lasciato il domicilio del suo padrone, il signor Berger, agricoltore residente nella frazione di Anglas, per portare al pascolo il bestiame. Erano circa le tre quando un altro pastore, il dodicenne Jean Marie Robin, vide il gregge di Portalier dentro un campo coltivato a trifoglio. Chiamato invano il compagno, si adoperò per ricondurre le bestie al loro posto allorché notò tracce di sangue per terra. Spaventato, chiamò a gran voce altri pastori, i quali lo indirizzarono a una guardia campestre. L’uomo si recò sul luogo e, seguendo le tracce di sangue, s’imbatté presto nel cadavere di Portalier, nascosto sotto alcuni cespugli di ginepro, seminudo e ricoperto di ferite. Uno squarcio enorme scendeva dalla punta dello sterno al pube aprendogli tutto il ventre; le interiora fuoruscivano sparpagliandosi sull’addome e su una delle cosce. Un’altra ferita aveva spaccato lo stomaco e faceva colare sostanze alimentari sul suolo. Il torace aveva tre lacerazioni, di cui una lunga sei centimetri e larga tre; altri tre squarci erano presenti nel collo: uno di essi, lungo tre centimetri e largo quattro, aveva tranciato la carotide. Portalier, dunque, era stato sgozzato, sventrato e mutilato in modo abominevole. Quattro delle lesioni da lui subite erano idonee a provocare una morte quasi istantanea. Le condizioni in cui la vittima si trovava hanno consentito di ipotizzare che il movente del delitto fosse stato quello di soddisfare un’immonda libidine sul cadavere. Il giovane Portalier era stato affidato da sua madre alla Società Lionese per la Salvaguardia dell’Infanzia, che da tre anni lo manteneva in custodia presso il signor Berger, dove aveva dato prova di comportamento impeccabile. Nessun residente nella zona poteva essere indiziato del suo assassinio, perciò i sospetti si erano orientati su un vagabondo dall’atteggiamento minaccioso, che si era aggirato nel villaggio il giorno del delitto nonché il giorno precedente. Le meticolose deposizioni dei vari testimoni che lo avevano notato consentirono di identificare i suoi tratti a scopo segnaletico.
Risultava essere un trentenne di corporatura media, che vestiva una giacca corta di stoffa lucida e nera, un paio di pantaloni a righe bianche e nere, e che portava in testa un basco o un cappello di paglia; calzava soprascarpe e circolava con un bastone e un sacco di tela grigia. Aveva una barba appuntita e rarefatta sulle guance, nera come i suoi capelli, la bocca deforme e l’occhio destro arrossato e sormontato da una cicatrice. I movimenti del vagabondo durante l’intera giornata del 31 agosto furono ricostruiti fino alle sei di sera, quando oltrepassò la linea ferroviaria attraverso il passaggio a livello di Villebois; fu però impossibile sapere che cosa fosse accaduto da quel momento in poi e le ricerche rimasero infruttuose per due anni. Esse, tuttavia, non furono abbandonate.
Il giudice istruttore di Belley che, come altri magistrati, era rimasto impressionato dalla somiglianza esistente fra il delitto di Bénonces e vari crimini commessi in circostanze simili in diversi luoghi della Francia, si era impegnato a precisare e completare il cartellino segnaletico dell’indiziato e aveva scritto una rogatoria, indirizzata a numerose Procure, che ebbe l’effetto di assicurare alla giustizia l’assassino di Victor Portalier. Il 4 agosto del 1897 il citato Joseph Vacher veniva arrestato nel circondario amministrativo di Tournon, a seguito dell’aggressione a una donna. I dati segnaletici dell’aggressore presentavano analogie talmente forti con quelli del vagabondo indicato dai testimoni di Bénonces che egli fu trasferito a Belley, dopo la condanna inflittagli dal tribunale di Tournon (7 settembre 1897).
Dapprincipio, l’uomo negò risolutamente ogni addebito però, dopo essere stato formalmente identificato da diversi testimoni che lo avevano visto a Bénonces il 30 e il 31 agosto 1895, si riconobbe colpevole non solo dell’omicidio del giovane Portalier ma, anche, di ulteriori delitti analoghi, da lui compiuti nelle regioni francesi che egli aveva attraversato vagabondando negli anni 1894, 1895, 1896 e 1897; delitti che l’opinione pubblica, in preda all’indignazione, aveva ingiustamente addossato a persone innocenti.
Le sue confessioni non erano affatto dettate dal rimorso. Una volta incriminato, Vacher ha tentato di sfuggire alla massima pena insinuando dubbi sulla propria responsabilità ed ha giustificato la quantità e l’efferatezza dei crimini commessi con le condizioni di salute, descrivendosi come un alienato che soccombe a improvvisi e inconsapevoli attacchi di rabbia furiosa, che in quei momenti uccide a caso e che, talvolta, oltraggia i cadaveri delle vittime e li sottopone a spaventose mutilazioni perché è dominato dalla pazzia. La reiterazione e la disumanità dei delitti dovevano costituire un elemento della strategia difensiva, ed è in base a tale strategia che Vacher ha fatto determinate confessioni, salvo poi desistere quando gli è sembrato inutile mantenere questa linea di difesa. Sebbene incomplete, queste ammissioni sono avvalorate da una lunga e paziente indagine; esse rivelano una comprovata serie di crimini che supera in orrore qualunque cosa l’immaginazione umana possa concepire. Per quanto riguarda il delitto di Bénonces, Vacher lo ha confessato al giudice istruttore con queste parole:
“Da Saint-Ours ho fatto ritorno a Bénonces, dove ho ucciso il ragazzo da voi chiamato Portalier, ma di cui io non sapevo il nome; era in piedi, mi pare, in un pascolo dove teneva d’occhio il suo gregge. Io percorrevo un sentiero che saliva in montagna e passava non lontano dal pascolo. Mi sono avvicinato al pastore. Non gli ho detto niente e il fatto che mi avvicinassi non lo ha messo in allarme. L’ho colpito improvvisamente alla gola. L’ho ucciso con un coltello che portavo con me ma che non ricordo com’era fatto. L’ho sgozzato e mi pare d’avergli anche strappato a morsi gli organi genitali. Avrei preferito sorvolare su certi particolari che riguardano alcune brutte cose che ho fatto, e ho paura che l’esempio dato dalla mia malattia danneggi il senso morale dei giovani… Mi chiedete com’ero vestito, ma io non me lo ricordo; chiedete se mi sono lavato dopo il delitto e neppure di questo ho memoria, ma suppongo d’averlo fatto. Poi sono passato per i boschi. Comunque non mi è possibile ricordare altro, visto lo stato in cui mi trovavo”.
Queste dichiarazioni, integrate dalle evidenze materiali, non lasciano dubbi sulla colpevolezza di Vacher. È sicuramente lui che ha sgozzato, sventrato, mutilato il giovane Portalier per dare sfogo alle proprie ripugnanti pulsioni. E ha compiuto questo crimine non, come sostiene lui, durante un attacco di pazzia rabbiosa ma con premeditazione e con piena consapevolezza.
Vedendo un ragazzo tutto solo, indifeso, egli ha lasciato il sentiero che stava percorrendo e si è avvicinato a lui lentamente, per non metterlo in allarme, mentre impugnava un coltello già aperto per potergli tagliare la gola. Poi, con rapidità estrema, lo ha colto di sorpresa e lo ha colpito a morte.
In seguito, obbedendo alla sua perversa natura, lo ha spogliato, squartato, mutilato e insozzato. Appagati i propri bisogni, con la stessa presenza di spirito e il medesimo sangue freddo con cui ha progettato il crimine, ha nascosto il cadavere sotto i cespugli, ha cambiato copricapo e ha messo gli abiti sotto braccio per non essere riconosciuto, ha iniziato a passo svelto una marcia forzata attraverso i campi che lo ha sottratto velocemente alle ricerche. Premeditato e compiuto in piena coscienza, questo delitto è l’unico di cui le norme di procedura penale permettano l’inserimento nel presente atto d’accusa.

Vai alla parte 2
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Archiviato il 5 marzo 2011 in serial killer; etichettato con .

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