Teologia del dominio - J. L. BryanNon siamo nella Londra di 1984 ma a Los Angeles, 2036.
Daniel Ruppert avrebbe voluto fare lo scrittore, il giornalista investigativo, girare il mondo e raccontare la verità ma il mondo è cambiato, appena un po’ in realtà. Daniel invece è un mezzobusto famoso della GlobeNet, un network televisivo. Ha una bella casa in una gated community a Bel Air, guida una macchina d’ultimo modello e pensa di conoscere la verità oltre la propaganda ma molto nella vita di Daniel Ruppert sta per cambiare, così come tutto il resto.

Certe notti guardava la sagoma addormentata della moglie, domandandosi cosa ci facesse lì, accanto a una persona che gli sembrava un’aliena. Erano passati 15 anni da Columbus, e da quel giorno, aveva trascorso la maggior parte della vita come un sonnabulo stordito. I suoi dubbi più intimi, troppo pericolosi per essere esternati, miravano alle grandi verità del mondo: sembrava che il suo Paese fosse intenzionato a governare il pianeta predicando moralità mentre provocava milioni di morti. Come erano riusciti a farlo passare per democratico e libero mentre dieci o quindici o forse venti milioni di persone erano incarcerate? Era basito dai comportamenti delle masse, e si era abbandonato come uno zombi alla sua stessa vita.

Gli Stati uniti hanno una nuova bandiera, hanno subito un attacco terroristico nucleare che ha cancellato dalla faccia della terra la città di Columbus. L’assetto istituzionale è rimasto lo stesso ma la società americana è stravolta.
Un cristianesimo evangelico apocalittico, il Dominio, controlla la moralità dei cittadini, distribuisce cariche prestigiose e facilità gli affari e le carriere dei fedeli, milizie patriottiche rastrellano stranieri e sospette spie per sottoporli a giustizia sommaria. Sopra tutti il Dipartimento del Terrore, un complesso militare e d’intelligence che dal controterrorismo è ormai il guardiano oscuro di una nazione sull’orlo del collasso. Troppa curiosità porta Daniel al centro delle manovre oscure del suo paese.

La città era affascinante, almeno finché non ci si arrivava abbastanza da vedere auto bruciate ammucchiate sui lati delle strade e alti bastioni di veicoli arrugginiti, perfetti nascondigli per i cecchini.
Superarono una gigantesca piramide nera, un castello fatato medievale, la Statua della Libertà, l’Empire State Building. Tutti rosicchiati lungo i bordi, le facciate divorate da anni e anni di bombe e mitragliatrici. I fuochi sparsi sotto il cielo aperto erano le uniche luci nell’oscurità profonda.

Questo romanzo di J. L. Bryan è alcune cose. Una distopia classica nei suoi elementi – governo totalitario, guerra eterna, crollo delle libertà civili – ma è nel comporle che acquista originalità e weirdness. L’America di Teologia del Dominio sembra vicinissima, stravolta ma appena nella contemporaneità della cronaca, letteralmente due minuti nel futuro. La guerra che sembra imminente con la Cina, l’interventismo massiccio in Medio e Vicino oriente non più per istanze geopolitiche o economiche ma in nome di una vera guerra santa, la società diventata sempre più tribale, divisa in razze, religione, livello di reddito.

È un thriller d’azione che si svolge on the road in un’America al collasso, in cui le nicchie sociali sono nascoste in pericolose rovine e i parchi nazionali e la natura sono stati devastati.

Il ruolo dello PSYCOM è generare il mito ad hoc, alimentarlo, estenderlo alla quarta dimensione, cioè alla narrativa del mito. Ogni guerra è la guerra per proteggere Dio, Paese e famiglie. Viviamo in un eterno scontro tra bene e male, in cui bene significa noi e male significa loro, cioè quelli che possiedono le risorse. Cosa forma il nostro senso di identità, come americani, come inglesi, o come qualsiasi altro popolo? A quali elementi della storia ritorniamo? Sarai d’accordo che l’identità americana è stata forgiata dalla Rivoluzione, dalla Guerra Civile, dalla Seconda guerra mondiale e dalla lotta al terrorismo?
– In buona parte.
– E questi eventi cosa hanno in comune?
– La lotta per la libertà?
– In un quadro più ampio, una lotta apocalittica sulla questione di chi governa chi.

Il protagonista del romanzo, al contrario di quello dell’orwelliano 1984, sa che la propaganda è un inganno, comprende i sistemi di controllo sociale ma, come in 1984, non sa quanto è profonda la “tana del Bianconiglio”. Sa che la realtà che sta vivendo è una fiction ma non sa di quanti veli si compone. Sopra tutto il mondo descritto da Bryan c’è un ulteriore livello, uno che controlla la narrazione fino alle sue fondamenta filosofiche come un vero dominatore del Grande “grande“ Gioco. Lì lacererà tutti, fino al finale apocalittico. È anche un romanzo con un sottotesto solido di critica sociale ma soprattutto sistemica. Teologia del Dominio è l’incubo distopico del cospirazionista americano in una summa di tutte le parole chiave importanti.
L’immobilità epocale della distopia orwelliana qui è sostituita con un eterno ritorno del potere, disposto alla palingenesi della fine del mondo e delle forme apparenti delle narrazioni comuni per rimanere saldo, nel dominio dell’uomo.

Disclaimer: l’autore di questa recensione ha contribuito allo scouting di questo romanzo in qualità di lettore.

Sconto di 3,00 EUR
Teologia del dominio
  • J. l. Bryan
  • Editore: Urban Apnea