bongiorniIl vice commissario Carrera ama la sua città, Milano. Ancora più precisamente, il protagonista de La sentenza della polvere ama la parte romana del capoluogo lombardo, quella zona vicina al Duomo ma composta da viuzze che nemmeno i milanesi doc frequentano più, centrale ma sconosciuta, vuota di turisti e per questo adatta alle passeggiate notturne di Carrera, talmente legato a quella zona che vive con fastidio persino gli sconfinamenti in altri quartieri di Milano. Per rimanere fedele ai suoi luoghi è addirittura disposto a rinunciare a qualsiasi donna che lo costringerebbe ad allontanarsene; l’unica eccezione, per questo rude vice commissario accanito tabagista e forte bevitore, è stata Ane, una modella norvegese conosciuta tempo addietro e persa a causa degli infortuni in cui ti fa imbattere la vita. A lei si collega una delle due indagini che turbano le notti di Carrera: la donna è infatti scomparsa senza lasciare traccia dopo essere tornata per un solo giorno a Oslo dalla madre. Cosa le è successo? Per scoprirlo bisognerà ripercorrere i suoi ultimi spostamenti negli anfratti oscuri di una Milano che avvolge il vice commissario protettiva e minacciosa al tempo stesso.
La città meneghina, dunque, riveste un ruolo centrale in questo noir di Alessandro Bongiorni: la sua non è una Milano di maniera, è invece viva e pulsante e si ha l’impressione che i luoghi descritti siano davvero familiari a questo giovane autore, nato nella città della Madonnina nel 1985, qui alle prese col primo romanzo per una casa editrice importante, Piemme, dopo un paio di prove per editori minori.

Una città dura, come la vita, che sa colpire dove fa più male. È il caso di Raimondo, ex ingegnere, barbone per scelta, che tanto sarebbe piaciuto a Enzo Jannacci, che di una certa Milano dei bassifondi ha sempre saputo cogliere la poesia e l’umanità. Di spazio per la poesia però, in questo romanzo, ce n’è poco: troppo dure le strade, troppi traffici illeciti, troppo incattiviti tutti quanti. Non è la piccola mala tradizionale milanese, quella forse un po’ immaginaria, ad esser raccontata, ma la criminalità vera, che fa più paura di quella cantata all’osteria. Il romanticismo del crimine lasciamolo a chi ha l’ardore di rimpiangere una supposta moralità antica perduta dalla mafia, qui si fa sul serio, ci si confronta con la realtà del delitto che sempre, in ogni luogo e in ogni tempo, è violenza, sopraffazione, crudeltà.
Raimondo vive con dolore e in solitudine il suo carico di colpa da espiare in strada, ma nonostante tutto non vuole ancora morire e si aggrappa all’unico amico rimastogli, Carrera, che a sua volta trova nell’ex ingegnere un confidente speciale ed una persona su cui contare quando bisogna rialzarsi in piedi, quando l’unica cosa che ti può salvare dal baratro è la compagnia silenziosa di una sigaretta e di una bottiglia di birra da condividere sulle scale della chiesa di San Sepolcro.

Di colpi bassi, comunque, la vita ne ha per tutti, anche per Carrera, che nonostante abbia preso a frequentare l’infermiera Monica rimane tormentato dal rapporto irrisolto con Ane, e per il suo capo, il commissario Fenisi, al quale muore un figlio tossicodipendente. È con quest’ultimo, con la sua ennesima iniezione descritta senza remore fin nei dettagli più crudi, che si apre il romanzo: un inizio duro, glaciale, che dà subito l’idea del clima ruvido che ci aspetta. Proprio la sua morte sospetta innesca la seconda, più importante, indagine che sorregge tutta la narrazione: una lotta dura contro l’eroina che, al contrario di quanto si possa pensare, è ancora diffusa per le strade. Il controllo dell’enorme mercato della droga, gestito da un burattinaio invisibile e apparentemente onnipotente, scatena la violenza delle bande di latinos, le pandillas ben note a chi ha dimestichezza con la cronaca milanese, alimentata da un pazzo armato di mazza da baseball che colpisce senza un’apparente logica i membri delle gang, provocando sospetti e vendette incrociate in quella che è a tutti gli effetti una guerra che, come tutti i conflitti bellici, si lascia dietro una lunga scia di feriti e di morti.

In mezzo a tutto questo Carrera si muove da duro, l’unico modo per sopravvivere in mezzo a tanta spietatezza e portare a casa dei risultati: lui e i suoi colleghi non si tirano indietro quando c’è da tirare qualche cazzotto per ammorbidire un delinquente, meglio se straniero; i suoi metodi poco convenzionali funzionano, ma per il vice commissario uno scatto ulteriore di carriera è improbabile data la sua abilità a incaponirsi nei casi fino ed oltre il limite della legalità (e della sensatezza) ed il vizio inguaribile di andare a letto con le donne di colleghi e superiori.

Attorno al commissariato di Carrera si muovono, più o meno nell’ombra, diverse figure, tutte descritte con sapienza da Bongiorni, che sa donare anche ai personaggi secondari una loro dignità letteraria. Facciamo per esempio la (spiacevole) conoscenza di Raul Monteferri, ex bambino goffo e solitario, vittima di bullismo, che dopo un’eccellente carriera scolastica, un lavoro in America ed una vita trascorsa tenendosi alla larga dalle persone, è diventato assessore portandosi dietro dal passato tutta una serie di paranoie e fobie verso ogni tipo di contatto con gli altri (quasi temesse una contaminazione dall’impurità) ed un senso di rivalsa che lo ha trasformato in un cinico arrivista disposto ad oscure alleanze pur di compiere la sua scalata al potere verso lo status in grado di risarcirlo dalle umiliazioni subite. Raul sceglie di concentrarsi sulla lotta alla droga un po’ per convinzione e un po’ per ambizione, scorgendo in questa battaglia un ottimo trampolino per la sua carriera politica.
Contemporaneamente all’ascesa di Monteferri il giornalista Sandro Chiodi, fino a quel momento relegato a seguire una serie di rapine nelle farmacie del pavese, fiuta nella capitale (im)morale d’Italia qualcosa di grosso, e grazie alla sua testardaggine verrà a conoscenza dell’operazione anti-droga su vasta scala che Carrera e i suoi stanno conducendo, svelandone i possibili agganci non troppo limpidi con le vicine elezioni europee.

In definitiva, quella de La sentenza della polvere è una storia aspra, originale, che senza scadere mai nel già sentito si concede comunque qualche cliché di genere: il poliziotto solitario che indaga nonostante sia stato estromesso dal caso, il burbero dall’animo buono che fa impazzire le donne…
I brevi capitoli di cui è composto il romanzo scorrono piacevoli, ma forse si poteva arrivare prima alla stretta finale: la scelta di prolungare la durata del libro serve sicuramente a rendere conto del verosimile lasso di tempo necessario alle varie indagini per prendere il loro corso, svilupparsi e concludersi, ma in questo sforzo manca la giusta tensione che incollando il lettore alle pagine avrebbe fatto pesare meno questo dilungarsi.

Nonostante la cura e l’approfondimento dei personaggi, si percepisce sempre una certa distanza del narratore, quasi che Bongiorni osservi questo mondo da fuori, se non con occhio freddo e cinico almeno privo di quel po’ di affetto nei confronti dell’umanità che descrive che forse avrebbe giovato all’attaccamento del lettore ai personaggi. Una prosa comunque non neutra né asettica, capace in maniera personale di catturare subito il lettore, ed uno stile coerente con l’intenzione di mostrare la dura realtà di quell’ambiente, dove lasciarsi andare ad abusi e violenze è la normalità anche per i poliziotti. Neanche le pagine finali, però, bastano a togliermi un’insoddisfazione di fondo; si tratta ovviamente di un giudizio personale, di una questione di gusti, ma avrei apprezzato ancora di più questo libro, che ho letto comunque con piacere, se avesse problematizzato maggiormente le scelte di Carrera, donandogli quel po’ di inquietudine e conflitto interiore in più che avrebbero tolto il sospetto di fatalismo e di arrendevolezza a tratti compiaciuta alle spietate regole del mondo che aleggiano sull’intero romanzo.

Proprio perché il tema portante di tutte le vicende narrate è la violenza senza sconti che permea il mondo descritto nel libro, il modo in cui Bongiorni decide di salvare il suo protagonista risulta ancora più inverosimile, un’effrazione alla regola più volte dimostrata nel romanzo secondo la quale nessuna buona azione rimane impunita e la generosità disinteressata non è di casa su questa terra.
Una vera e propria discesa all’inferno, che fino alla fine ci ricorda che in questo mondo non c’è limite all’orrore, e il traffico di droga non è nemmeno la cosa peggiore che si può incontrare.

La sentenza della polvere – Alessandro Bongiorni

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