Romanzo thriller Peter Schiera

Scrivere un mystery, di Gillian Roberts – parte 10


scrivere-mysteryDecima, attesa puntata del corso di scrittura creativa di genere crime con Gillian Roberts. Le lezioni precedenti di Scrivere un mystery sono raccolte, ovviamente, nella sezione alle scrittura thriller di ThrillerCafe.it, assieme ad altri articoli simili. Quella di oggi, tratta sempre dal libro You can write a mystery, ci insegna a scrivere dei buoni dialoghi

***

Scrivere un dialogo dovrebbe essere la cosa più facile del mondo. Sappiamo tutti quanti parlare e (talvolta) ascoltare le altre persone, in modo da riprodurre semplicemente sulla carta, giusto?
Sbagliato.
Se doveste registrare su un nastro la vostra ultima spumeggiante conversazione, sentireste ogni tipo di deviazione, interruzione e ripartenza, ripetizioni, e pensieri incompleti – per non parlare di intercalari come “ER”, “umm”, “hmm” e loro cugini vari. Da qualche parte c’è lo scintillare e lo spirito che ricordate, ma è stato molto probabilmente soffocato dal linguaggio della vita vera. Ricordiamo gli highlights, i picchi emotivi – e questa è la parte che vogliamo portare sulle nostre pagine, non il resto. Il dialogo nella vita reale fa uso di molte componenti, e comprende il linguaggio del corpo che aiuta a chiarire il messaggio e, cosa più importante, non è un opera d’arte artigianale, come il vostro immaginario dialogo sarà.
Come con tutti gli altri aspetti della scrittura creativa, noi non vogliamo riprodurre la vita, vogliamo dare l’impressione di averlo fatto e lo facciamo tralasciando le parti noiose.
Nella vita reale, ciò che diciamo spesso serve solo a mettere qualcun altro a proprio agio, come: “Bella giornata, non è vero?” o “Cosa ne pensate di questi Forty-niners?” A volte serve solo a diffondere informazioni: “Mi piacerebbe la senape, per favore,” o “Pensi che avrete il tempo di mettere a posto i doppi infissi oggi?” Tutte cose utili, ma manca loro la necessaria tensione narrativa che serve a mantenere il lettore incollato alle pagine.
Proprio come in precedenza nella vita reale, il dialogo fittizio fornisce informazioni. Questi doppi infissi devono essere installati. E ancora, come nella vita reale, la scelta delle parole e il modo in cui vengono espresse rivela e riflette il carattere di chi parla. (Riconosceremo un rapporto diverso e di diverse personalità sia nella vita reale che sulla pagina tra “Pensi che avrai il tempo di mettere i doppi infissi oggi?” e “In casa si gela! Quando il diavolo alzerai il culo e monterai quei doppi infissi?”)
Ma a differenza del parlato della vita reale, il dialogo nella narrativa deve anche far muovere le cose. Deve far progredire il vostro racconto. Le finestre, o la mancanza di esse, o la furia che inculcano, o ciò che il fatto di non essere al loro posto potrebbe significare (qualcuno può entrare nella casa?) deve essere sulla pagina perché fa muovere la storia.

Per ricapitolare: il dialogo nella fiction deve fare tre cose: fornire informazioni, rivelare il carattere dei personaggi e far procedere la storia. Un buon dialogo spinge l’azione. Pensate alle parole provenienti dalle bocche dei vostri protagonisti come frecce, ogni colpo con uno scopo. Il linguaggio può far male, informare, confondere, piacere, sedurre, stupire, terrorizzare e così via. Pensate al fine, e se non riuscite a trovarlo, tagliate via.

Anche se stiamo forgiando il discorso in una sua rappresentazione artificiosa, dobbiamo evitare di smussarlo tanto da farlo suonare fasullo. Il termine “buon oratore” generalmente non è un complimento, quindi se rendete un personaggio troppo eloquente, sembrerà che stia recitando discorsi preparati e non risulterà sincero. Sospetteremo di lui. (Che significa, ovviamente, che questo potrebbe essere utilizzato come un indizio, anche se molti lettori potrebbero notarlo.) Questa cosa è importante da ricordare anche quando si sta scrivendo una scena emotiva, quando la paura, la gioia o la rabbia emergono, la gente generalmente è meno coerente che mai, quindi state particolarmente attenti a non far pronunciare loro bellissime frasi perfette, altrimenti l’immagine che si crea è quella di falsificare l’emozione. (A meno che, naturalmente, non sia questo l’effetto che cercate.)

Fate sì che il dialogo rifletta il carattere di chi parla. Le scelte di vocaboli e il modo di parlare dovrebbero suggerire tutto ciò che sappiamo di lui e della sua attuale emozione. Qual è il suo percorso formativo? Che temperamento ha? Divaga facilmente (in tal caso suggerite le divagazioni, ma non riportate tutti i meandri che gira)? Oppure parla con frasi brevi? Termina ogni domanda con una domanda, come per esempio “non sei d’accordo?” o qualifica le sue osservazioni con frasi come “almeno questo è quello che penso”.
Pensate al ruolo che svolge il personaggio in questa situazione. E’ uno che dice sempre sì? Un negoziatore? Un paciere? Un tipo che si defila? Qualcuno che costringe le persone a decidere in suo favore? Si può pensare a una infinità di scopi per i vostri personaggi, e a quale debba essere la forma di ciò che dovrebbe dire. Ho dato due esempi di come una richiesta di mettere dei doppi infissi potrebbe essere avanzata, ma ci potrebbero essere centinaia di ulteriori variazioni su questo piccolo punto, a seconda del background di chi parla, del ruolo suo e di chi lo ascolta. Coloro che parlano e le loro finalità ed emozioni spingono il dialogo in una nuova dimensione, dando tensione e un senso di azione in avanti.

È importante ricordare questa cosa, mentre l’investigatore prosegue nella sua indagine. Troppo spesso, gli scrittori alle prime armi inseriscono personaggi minori che sono in scena solo per diffondere informazioni. Non è realistico o particolarmente interessante, quindi ricordatevi di pensare per bene a queste persone. Esse non sanno di stare nel vostro libro solo perché conoscono qualcosa. Esse, come tutti noi, credono di essere al centro dell ‘universo. Hanno i propri impegni, le proprie paure, le proprie origini, che influenzano ciò che dicono al detective e come lo dicono. Vogliono aiutare o sviare? Forse non vogliono nessuna delle due cose – forse vogliono solo un appuntamento. O chiedere all’investigatore di aiutarli a mettere in su quei doppi infissi. In ogni caso, se inserite una persona nel vostro romanzo rendetela una persona il cui modo di parlare riflette chi è. La tensione e la parte di trama che questa aggiunge val bene la pena di approfondirla, proprio allo stesso modo in cui vale la pena di aggiungere un po’ di spezie a un blando stufato.

Per riassumere: pensate a ciò che il vostro personaggio vuole dire, perché lo vuole (o deve) dire, e come lo dice, stando chi è e ciò che vuole. Pensate a come le sue parole fanno progredire la storia. Il risultato sarà un dialogo molto artificiale che sembrerà molto realistico nella vita.

Prossima lezione: Tre modi di presentare il dialogo e quando utilizzare ciascuno di essi.

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Archiviato il 14 aprile 2009 in Tecniche di scrittura thriller.

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Articolo protocollato da Giuseppe Pastore

Da sempre lettore accanito, Giuseppe Pastore si diletta anche a scrivere e ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste e ottenuto vittorie e piazzamenti in numerosi concorsi letterari. E' autore (assieme a S. Valbonesi) del saggio "In due si uccide meglio", dedicato ai serial killer in coppia. Dal 2008 gestisce il ThrillerCafé, con la poco recondita ambizione di farlo diventare il locale virtuale dedicato al thriller più noto del web.

Giuseppe Pastore ha scritto 1094 articoli:


4 deposizioni to “Scrivere un mystery, di Gillian Roberts – parte 10”

  1. Valentino Sergi ha dichiarato (senza subire minacce)

    Caspita! Utilissima questa. Grazie!

  2. kick ha dichiarato (senza subire minacce)

    de nada, Valentino :D

  3. Natale ha dichiarato (senza subire minacce)

    Primo interessamento. Trovo che quanto scritto sia davvero importante ed utile… e ottimamente proposto. Saluti, Natale.

  4. kick ha dichiarato (senza subire minacce)

    Ciao Natale, benvenuto :)

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