Nella Premessa a Sceneggiata di morte, l’autore, Diego Lama, spiega che questo romanzo è “una parodia in chiave noir” di Filumena Marturano, commedia di De Filippo della quale vengono ripresi “stravolgendoli” ambientazioni e personaggi. Questi ultimi, dice Lama, han pian piano preso le distanze dagli archetipi eduardiani raggiungendo una loro autonomia.

Napoli, 1885. Maddalena Portolano, ex prostituta che ha vissuto trent’anni con il ricco proprietario di pasticcerie Raimondo Satriano senza che lui l’abbia mai voluta sposare, viene trovata morta nel suo letto, pugnalata al cuore. Pochi giorni prima la donna era stata cacciata di casa dal convivente che la voleva portare in tribunale per avere indietro ciò che fino a quel momento lei aveva ottenuto dalla relazione. Si tratta di un delitto passionale di un antico spasimante? O di un dramma familiare dovuto ai figli segreti che Maddalena ha avuto coi suoi amanti, ma tra i quali forse si nasconde anche un erede di Satriano? Raimondo ha una giovane nuova fiamma, una zoccola secondo l’opinione comune: c’entra forse con l’omicidio?
Ad indagare c’è il commissario capo Veneruso, già protagonista de La collera di Napoli. Lama ha costruito un personaggio molto realistico: senza esagerazioni o eccentricità, è sostanzialmente una brava persona e un buon poliziotto, brusco quanto il mestiere richiede ma senza provare piacere nella sua autorità (anzi addirittura a volte vergognandosi del proprio lavoro). Scettico sulla nascente medicina legale e sull’introduzione della scienza nel campo poliziesco, il commissario è riflessivo, talvolta fino alla cupezza, ma sempre risoluto, e spesso esterna ad alta voce i suoi pensieri, muovendosi con difficoltà nelle maglie del caso: nessuno ha un alibi e tutti hanno un movente.

Sceneggiata di morte è un giallo avvolto da un’ambientazione noir. Al suo interno racchiude anche un piccolo delitto da camera chiusa, molto ben congegnato: in un palazzo di camere in affitto un uomo è morto per un colpo di pistola in testa; la sua stanza è chiusa dall’interno e il cortile sul quale si affaccia la sua finestra dà ad altri tre appartamenti, tutti appartenenti a persone che in un modo o nell’altro odiavano la vittima. Una scena breve ma molto gustosa per gli amanti del genere.

Attorno al delitto principale si dipana una Napoli oscura e notturna, che porta ancora addosso i segni della recente epidemia di colera; una devastazione anche interiore, una perdita della fiducia e della ragione che ha colpito l’intera popolazione. Nei suoi giri per la città Veneruso incontra un’umanità derelitta, disperata, pazza, o tutte e tre le cose assieme. In quelli che sono i momenti più toccanti del libro, il commissario sente il peso di questa fratellanza unita dal dolore: neanche un poliziotto possiede il rimedio all’insensatezza crudele della sofferenza.

Nella sua lunga esperienza nel corpo della polizia reale di Napoli, prima borbonica e poi unitaria, il commissario aveva preso l’abitudine di suddividere i colpevoli – assassini, ladri, truffatori, aggressori – in tre categorie: carogne, ignoranti e disperati, a seconda delle motivazioni e delle circostanze. La sua giurisprudenza, al contrario di quella di Castel Capuano, teneva conto anche delle avversità o del destino. Per Veneruso la giustizia non avrebbe dovuto essere uguale per tutti, a parità di delitto, perché i colpevoli non erano tutti colpevoli, almeno non tutti alla stessa maniera. Bisognava mettere in conto anche la malasorte.

La narrazione è divisa in scene come un copione teatrale, a loro volta frammentate in diverse azioni che spesso si concludono sul più bello, con una battuta fulminante o l’ingresso di un nuovo personaggio, conferendo al libro (che si legge d’un soffio) il ritmo del feuilletton ottocentesco grazie anche ad una ricostruzione d’epoca attenta ma non pedante.

Col prosieguo delle pagine le cose si complicano e a Veneruso manca sempre la risposta alla domanda essenziale riguardante l’omicidio: perché? Tutto è finto, come in una commedia o in una sceneggiata, gli inganni si susseguono e squarciare il velo della dissimulazione non è compito semplice. In un tripudio di colpi di scena arriverà la soluzione: troppo complessa per poter essere indovinata dal lettore (e scoperta da Veneruso grazie ad un indizio trovato presto ma tenuto nascosto), resta comunque un virtuosismo notevole nella sua ingegnosità.

Sceneggiata di morte – Diego Lama

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