Salvatore Paci - La collezionista
Romanzo thriller Peter Schiera
Serial killer in coppia

In due si uccide meglio: il mio libro dedicato alle coppie di serial killer


“Fiato di sbirro”, di Maurizio Matrone

fiato di sbirro - maurizio matroneApriamo la nuova settimana con un volume che aspettava da tanto la sua chance di lettura. Il titolo è Fiato di sbirro, l’autore: Maurizio Matrone.

Titolo: Fiato di sbirro
Autore: Maurizio Matrone
Editore: Hobby & Work
Anno di pubblicazione: 1998
ISBN: 9788871332215
Pagine: 128
Prezzo: € 6,20

Trama in sintesi:
“Anche gli sbirri cambiano, e il mondo e gli eventi intorno a loro. Non c’è nulla di lineare… Che contraddizioni! Che delirii! Però sono proprio questi gli argomenti che piacciono al nostro agente scelto…”.
Il nostro agente scelto è Carmelo Sanguedicristo, questurino di Bologna coinvolto in un vortice di “incidenti” fatali e cadaveri illustri. Un mistero dentro un enigma, con molte domande, nessuna risposta e un terribile sospetto: e se l’assassino, più che un delinquente motivato dalle solite ragioni (sesso, potere, soldi), fosse un raffinato esteta che identifica nel crimine il veicolo della creatività assoluta?
Fiato di sbirro, ovvero l’omicidio come gelida performance “concettuale” e l’investigazione come esempio di arte “povera”, talora goffa, ma sempre illuminata da un’impagabile ragion d’essere: il bisogno di verità…
Accanto al romanzo di Maurizio Matrone, a testimonianza della vitalità della nuova narrativa mystery del nostro paese, il volume ospita un’appendice con i tre racconti vincitori del concorso “Delitto al lago”.
(Dalla quarta di copertina)

Domanda: quanto scritto sopra incuriosce? Per me non molto, ma il libro l’avevo preso a pochi euro su un remainder e ormai lo tenevo, quindi l’ho letto lo stesso. Risultato: non mi è piaciuto granché. La trama, a mio parere, presenta qualche punto poco chiaro e nel complesso è poco articolata: muoiono degli esponenti delle forze dell’ordine e il protagonista indaga. Tutto qua. Niente sottotrame o vicende collaterali, e la principale ridotta a una sequenza più o meno rapida di eventi condensata in un centinaio di pagine. Se invece di un libro stessimo parlando di una delle tante puntate di qualche fiction, forse ci si poteva accontentare: si sa, i tempi televisivi sono quelli che sono. Ma per un romanzo mi pare ci sia un po’ troppa poca carne sul fuoco. E anche il momento della verità, che in ogni giallo dovrebbe venire atteso con sufficienti aspettative dal lettore, quando arriva non illumina più di tanto: forse perché la soluzione dell’intreccio è un po’ fiacca, forse perché la curiosità non è cresciuta col passare delle pagine. Si giunge quindi al finale – peraltro non conclusivo – con la sensazione di non aver avuto molto dal libro. Del resto anche la scrittura di Matrone, che narra usando sempre il punto di vista di un personaggio (che immancabilmente usa intercalari a raffica) è piuttosto scarna e manca del tutto di momenti descrittivi: si riduce a pensieri (non sempre geniali), dialoghi, fatti e poco altro. Completa il senso d’insoddisfazione l’impaginazione del testo, senza rientri agli “a capo”, che personalmente trovo odiosa e che di certo non facilita la lettura.
Come segnalato anche in quarta di copertina, il libro reca poi in appendice al romanzo i 3 racconti vincitori di un concorso che si chiamava “Delitto al lago”: il primo è di Andrea Carlo Cappi, gli altri due di scrittori rimasti sconosciuti… nel complesso gli scritti sono carini, ma nessuna perla.
Tirando le somme sull’intero volume, quindi, direi che se non ce l’avete non è poi un gran dramma. Caso mai aveste pensato di comprarlo, io consiglio di dirottate i soldi su qualcos’altro…

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 18 maggio 2007 | Lascia una deposizione |

“L’ultimo ballo”, di Ed McBain

So che la saracinesca tristemente abbassata per tutti questi giorni ha gettato qualcuno nel panico, ma il vostro barman vuole tranquillizzarvi, il Thriller Cafè non chiude battenti. OK, forse per esprimere questo concetto il titolo del libro di oggi proprio azzeccatissimo non è, ma io questo ho letto ultimamente e di questo parliamo. L’ultimo ballo, s’intitola, però voi state sereni, il jukebox qui continuerà a suonare…

ultimo ballo - ed mcbainTitolo: L’ultimo ballo
Autore: Ed McBain
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2003
Pagine: 228
Prezzo: € 8,40

Trama in sintesi:
In un anonimo appartamento viene ritrovato il cadavere di un uomo di circa sessant’anni dal passato apparentemente irreprensibile. Tutto fa pensare ad un suicidio, ma il detective Carella e i suoi uomini si rendono subito conto che hanno a che fare con un omicidio in cui sono coinvolti la figlia della vittima e suo marito. Le indagini si svolgono nell’ambiente dello spettacolo, in un sordido mondo di violenze, paure e tradimenti che fanno da sfondo alla preparazione di un musical.
(Dalla scheda su IBS)

Ho letto il primo libro di Ed McBain una vita fa, non ricordo neanche più quanti anni saranno passati, ma ricordo invece benissimo che i poliziotti dell’87° Distretto da allora sono entrati a far parte della mia schiera di amici di carta e non ne sono più usciti. Le avventure di Carella, Kling, Meyer, Brown e tutti gli altri occupano sempre un posto privilegiato nella mia coda di libri da smaltire, e non di rado capita che facciano qualche sorpasso (a sinistra e pure a destra, ché se non possono permetterselo loro che hanno la divisa…)
In questa storia, dal titolo – forse non felicissimo – L’ultimo ballo, li vediamo alle prese con una serie di omicidi che ruotano attorno a un musical. Andrew Hale può impedirne la realizzazione, ma la cosa va contro gli interessi di troppe persone e qualcuno lo ammazza. Alla sua morte ne seguiranno altre, a essa collegate in maniera più o meno forte. La trama, ovviamente, è da “police procedural” – o poliziesco moderno – genere che McBain ha inaugurato nel lontano ’56 col suo romanzo L’assassino ha lasciato la firma; pietra miliare del giallo da poco scomparso, ma sempre attualissimo, nonostante la carriera quasi quarantennale questo scrittore è ancora capace di tenere desta l’attenzione del lettore e condurlo con sé tra le strade della Grande Città Violenta, mettendolo di fronte alla brutalità che sovente inquina la vita, ai biechi interessi che non s’arrestano di fronte a nulla, alla raggelante constatazione di come facilmente si uccida.
Un romanzo che forse non rappresenta il top della produzione dell’autore, ma un viaggio nell’87° Distretto di Isola è sempre un’esperienza arricchente: per quanto mi riguarda, quindi, libro consigliato.

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 14 maggio 2007 | Lascia una deposizione |

“Kriminalbar”, di Piero Colaprico

kriminalbar - piero colapricoBen prima che aprisse il vostro amato Thriller Cafè, esisteva a Milano un locale che ha fatto la storia del noir italiano. Quel locale si chiamava Kriminalbar, e la gente che lo frequentava si distingueva per un’interessante caratteristica: stava tutta dalla parte sbagliata della legge…

Titolo: Kriminalbar
Autore: Piero Colaprico
Editore: Garzanti
Anno di pubblicazione: 1999
ISBN: 88-11-66324-5
Pagine: 240
Prezzo: € 11,36

Trama in sintesi:
In queste dieci avventure forsennate e trucide il punto di vista è prima di tutto quello dei malavitosi di una città affamata di soldi. “Kriminalbar” è il romanzo-vademecum per capire il nuovo volto della criminalità italiana e milanese, con i suoi discutibili eroi, i suoi comportamenti, le sue regole. E’ un mondo livido e feroce, cinico e disperato, popolato da una corte dei miracoli tragicomica e pericolosa, raccontato in presa diretta, illuminato da una scrittura incalzante e da battute folgoranti.
(Dalla scheda su IBS)

Confesso: Colaprico lo conoscevo solo di nome, fino a qualche giorno fa. Però ce l’avevo annotato da un po’ tra gli autori da sperimentare e la scorsa settimana finalmente mi sono detto: “compriamo qualcosa di suo”… Ho fatto una ricerca rapida e tra le sue opere è saltato fuori questo Kriminalbar. Con un titolo così certo non potevo non prenderlo: che barman sarei stato, altrimenti! ;-)
Piuttosto incuriosito da quel cast di delinquenti piacevolmente assortito (con nomi come Motozappa, ‘O Giappone, Eddi Bosnia…) che compariva in quarta copertina in un improbabile rosa shocking, me lo sono allora portato a casa e l’ho iniziato con parecchie aspettative, che – devo dire – pagina dopo pagina ho visto abbastanza confermate. Le storie, infatti, leggibili anche da sole ma funzionanti al meglio se prese nell’insieme, sono quasi tutte ottime. Forse è ravvisabile giusto qualche inciampo qua e là, ma si tratta di peccati scusabili (anche considerando che si tratta di uno dei primi libri dell’autore) che comunque non inficiano il risultato complessivo. Colaprico mette in scena un campionario di crimini quasi completo, spaziando dalla truffa all’omicidio e passando per il ricatto e la rapina, e un’altrettanto vasta collezione di criminali di ogni risma, da tossici sbandati a boss della mala, che fanno a gara tra loro a chi è più cattivo. Nel libro non ci sono personaggi positivi: il meno peggio è un ex capitano dei carabinieri dai metodi tutt’altro che ortodossi, e di volta in volta la narrazione è affidata al punto di vista del delinquente di turno. Ci si cala nei panni di chi trama imbrogli in grande stile, di chi ammazza per la prima volta e non si scompone, di chi lo fa spesso ma uccide amici e ci sta male, di chi vive rischiando di morire ogni giorno e non gliene frega niente… Personaggi discutibili, certo, ma protagonisti di storie avvincenti, raccontate con piglio sicuro e una bella scrittura noir, amara e ironica il giusto.
Un brindisi, per quanto mi riguarda al Kriminalbar, e all’autore di cui conto di leggere presto qualcos’altro.
Menzione a parte per l’episodio dal titolo “Il Poldo non si vende più”: per me, una piccola perla.

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 5 maggio 2007 | Lascia una deposizione |

“Ombre nell’ombra”, di Paco Ignacio Taibo II

taibo Il Thriller Cafè oggi ospita il simpatico Paco Ignacio Taibo II. Certo, lui beve quasi solo Coca-Cola e quindi in questo locale casca un po’ male, ma non me la sento di discriminarlo solo per questo. Pertanto, eccolo qua: il suo romanzo di cui parliamo è Ombre nell’ombra

Titolo: Ombre nell’ombra
Autore: Paco Ignacio Taibo II
Editore: Net
Anno di pubblicazione: 2002
ISBN: 9788851520182
Pagine: 229
Prezzo: € 6,90

Trama in sintesi:
Non sempre gli eroi di un thriller sono detective di mestiere. Tutt’altro: Pioquinto Manterola è un melodrammatico e appassionato cronista di nera; Tomas Wong è dirigente, s’intende della sezione sindacale della fabbrica in cui è operaio; Alberto Verdugo è l’avvocato delle cause perse; Fermìn Valenciaga è poeta per vocazione e pubblicitario per necessità. Vivono tutti in una Città del Messico con i nervi già tesi per il serpeggiare della rivolta di Pancho Villa, quando, per dirla con lo stile barocco degli articoli di Pioquinto: “Quello che nessuno si aspettava è successo. Una tragedia è arrivata, dispiegando su tutti coloro che si trovano nei pressi le sue ali insanguinate”. In poche parole, si susseguono una serie di inquietanti omicidi: un suonatore di trombone stecchito sul palco della banda, un cadavere che precipita da un piano alto… e non è che l’inizio. I quattro amici non restano indifferenti al fascino del mistero e, a furia di discussioni e bevute, incappano perfino nella soluzione del caso.
(Dalla quarta di copertina)

Mi è capitato di mangiare allo stesso tavolo di Taibo II a Pistoia, nel 2004, in occasione di una rassegna letteraria dedicato al giallo. Lui era l’ospite che chiudeva la manifestazione, io ero alla mia prima premiazione a un concorsino, e la sera finimmo entrambi in un elegante ristorante del centro a gustare specialità toscane, a spese dell’organizzazione, chiaramente. Quante parole gli rivolsi in quella circostanza? Zero. Tra me (quasi un imbucato, direi) e lui, c’erano almeno 7-8 persone, tra assessori, editori (Tropea) e giornalisti/scrittori (Bruno Arpaia, Laura Grimaldi); il massimo del contatto fu quando riuscii a farmi scarabocchiare un para Giuseppe, PIT II/2004 sulla copia de “Il fantasma di Zapata” che avevo comprato durante la mattinata. Niente di cui andare particolarmente fieri, ma almeno quell’inaspettato avvenimento servì a farmi conoscere un ottimo scrittore. Presi un suo libro giusto “per provare”, e posso ben dire che non me ne sono pentito: anzi, ogni tanto mi fa più che piacere fare una capatina in Messico e incontrare i pittoreschi personaggi delle sue storie, che siano lo strano investigatore Héctor Belascoarán Shayne o i quattro amigos di questo romanzo. Storico, giornalista, ex docente universitario, Taibo II riesce a infodere ogni pagina di una “messicanità” palpitante, che trasuda dalla carta per avvolgere il lettore e portarlo con sé tra le tragedie e le ironie di una terra di bandidos, militari corrotti e onesti civili armati, attori di piccole ma pericolose pieces teatrali, mentre va in atto quella più grande che si chiama Rivoluzione e che tutti coinvolge, nel bene o nel male.
Detective inverosimili, quelli protagonisti di questo libro, dilettanti dell’investigazione ma professionisti della vita: un giornalista di nera, un avvocato che difende prostitute, un poeta disilluso, un operaio cinese sindacalista, alle prese con delitti orditi da rotelle che nel grande gioco degli ingranaggi del potere stanno ben più in alto di loro. Rischiano di rimetterci la pelle, ma tra una partita di domino e un bicchiere di habanero, alla fine arrivano a sbrogliare la matassa e a restare vivi. Non proprio felici e contenti, certo, ma vivi, ed è già tanto. Che dirvi ancora, se non: Handale, companeros. Il Messico vi aspetta…

(e per un tocco più realistico, vi annuncio che qui al Thriller Cafè assieme al romanzo vi portiamo ottime tortillas con salsa chilli, per guacamoles e tamales ci stiamo ancora attrezzando – ovvero, sto imparando a cucinarli… chi vuol fare da cavia mi faccia sapere…)

Ombre nell’ombra, di Paco Taibo II: acquistalo su IBS!

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 26 aprile 2007 | Lascia una deposizione |

“Utente sconosciuto”, di Micheal Connelly

utente sconosciuto - micheal connellyUn Utente sconosciuto è entrato oggi nel Thriller Cafè: si torna a parlare di Micheal Connelly, ma stavolta, purtroppo, un po’ meno entusiasticamente del solito…

Titolo: Utente sconosciuto
Autore: Micheal Connelly
Editore: Piemme
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 8838473714
Pagine: 367
Prezzo: € 18,90

Trama in sintesi de Utente sconosciuto:
Henry Pierce è un giovane scienziato, partner di una società all’avanguardia che si occupa di biotecnologie. Ha alle spalle una storia d’amore fallimentare e si è appena trasferito in una nuova casa. Casa nuova, telefono nuovo. Ma la prima volta che ascolta la segreteria telefonica si accorge della presenza di messaggi che non sono diretti a lui. Tutte le chiamate sono per una certa Lilly che, è evidente, è nei guai fino al collo. Henry si lascia catturare dal mondo di Lilly, un mondo notturno a luci rosse, fatto di sesso via Internet e di identità segrete. Travolto da una sorta di attrazione fatale Henry si getta in una sua indagine personale sulle tracce della donna misteriosa, precipitando in una rete inestricabile e pericolosa.
(Dalla scheda su Ibs)

Come ogni tanto gli capita di fare, Connelly esce dalla serie di Harry Bosch e sforna questo romanzo “one shot” immerso in un mondo particolarmente affascinante: quello della ricerca molecolare lanciata alla conquista del computer biologico, che in un futuro (forse non tanto lontano) potrebbe soppiantare l’antenato al silicio, con buona (?) pace dei guru della Silicon Valley. Ambientazione di sicuro di attualità e sufficientemente nuova, quindi, quella scelta dallo scrittore californiano, ma una trama soffocata a volte da tecnicismi scientifici, e meno soddisfacente di quanto ci saremmo aspettati da lui, fa sì che alla fine il romanzo non risulti il gran libro che avrebbe potuto essere.
La storia si dipana, inizialmente con non molto ritmo, attorno alla misteriosa scomparsa di Lilly, un’accompagnatrice della quale Henry Pierce eredita senza volerlo il vecchio numero di telefono: è proprio quest’ultimo a innescare il meccanismo a spirale che porta il giovane scienziato sempre più vicino al baratro. Forse già qui c’è qualche piccolo scricchiolio: il punto di partenza proprio solidissimo non è, tutto basato sulla psicologia del protagonista e sulle aspettative riguardo alle sue reazioni da parte dei suoi antagonisti, ma ciò che rende questo romanzo inferiore a quelli imperniati sul monumentale detective del LAPD è probabilmente il minor spessore di Pierce rispetto all’inarrivabile Bosch. Pierce è un personaggio poco riuscito, un po’ stereotipato in certi aspetti ed estremizzato in altri, e innestato oltretutto in un intreccio senza infamia e senza lode. Nell’insieme, Utente sconosciuto è un libro sotto media per Connelly. Per carità, non che sia da buttare: fosse stato partorito da un autore meno noto, il giudizio sarebbe stato di certo positivo. Da un maestro del genere, però, ci si aspetta un po’ di più…

Ora, prima di lasciarvi (con la raccomandazione di non farvi coinvolgere troppo da sconosciuti al telefono), come detto in apertura segnalo brevemente un regalino che Micheal Connelly vuole fare ai propri fans. In occasione della prossima uscita del suo ultimo romanzo, The Overlook, atteso in libreria negli States e in Canada il 22 maggio, nella stessa data lo scrittore omaggerà tutti gli iscritti alla sua mailing list di un capitolo bonus scritto apposta per loro: se qualcuno è interessato, ha un mesetto per iscriversi… l’indirizzo lo trovate sul suo sito: www.MichealConnelly.com
Detto questo, l’appuntamento qui al Thriller Cafè è a fra qualche giorno, quando parleremo di quel consumatore maniacale di Coca-Cola che risponde al nome di Paco Ignacio Taibo II.

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 23 aprile 2007 | 1 deposizione |

“Flashfire – Fuoco a volontà”, di Richard Stark

flashfire - richard starkPare proprio che questa sia una settimana all’insegna dei Parker: da quello di John Connolly passiamo infatti al personaggio creato da Richard Stark, alias con cui Donald E. Westlake ha firmato i romanzi che vedono protagonista il suo professionista del crimine.

Titolo: Flashfire – Fuoco a volontà
Autore: Richard Stark
Editore: Sonzogno
Anno di pubblicazione: 2004
ISBN: 88-454-1166-4
Pagine: 258
Prezzo: € 6,95

Trama in sintesi:
Parker, il professionista del crimine, partecipa a una rapina spettacolare, mettendo a ferro e fuoco un’intera città. Ma, anziché dargli la sua parte, i suoi nuovi complici intendono usare il bottino per finanziare un altro colpo. Il loro primo errore: ingannare Parker. Il loro secondo errore: lasciarlo vivo. Per il maestro della rapina si profila una duplice sfida. Deve vendicarsi dei suoi soci e deve realizzare da solo un furto di gioielli apparentemente impossibile. A costo di attuare un ambizioso piano criminale che lo porta dal Kentucky alla Florida. A costo di giocare pericolosamente col fuoco.
(Dalla scheda su Ibs)

Un libro che si legge in un lampo, semmai quello eruttato dalla canna di una pistola, per restare in tema col titolo. Agile nelle dimensioni e nella scrittura, Flashfire è un romanzo capace di tenere il lettore incollato alle pagine facendo leva su quelle piccole pulsioni da malviventi che, chi più chi meno, tutti proviamo. Parker è un personaggio scorretto: è un criminale, uno che ruba, che ammazza. Non dovremmo essere dalla sua parte. Eppure lo siamo. Forse perché in un mondo sempre più corrotto e disonesto, almeno lui non si ammanta di finto buonismo: peggio un malfattore dichiarato e con una propria “etica”, o un manager che dietro la sua aria rispettabile nasconde un’anima da serpente? Certamente il secondo. Parker in fondo incarna un po’ le nostre segrete voglie di rivalsa nei confronti del marcio che ci vediamo intorno. Grazie alle sue gesta, assaporiamo il brivido di cambiare le regole per qualche ora e possiamo immaginare così di farla pagare al capoufficio stronzo, al politicante colluso, al medico evasore; per questo, Parker ci è simpatico.
Con questo eroe “negativo”, Donald Westlake – firmandosi Richard Stark – ha infranto quella legge non scritta degli anni ’60 che voleva i cattivi perdenti e i colpi tentati finire sempre male. Il tempo, oltre 40 anni sono passati da allora, lo ha consacrato a icona del “caper”, un genere oggi più vivo che mai, al cinema (Ocean’s eleven, Inside man) come in letteratura (lo stesso Micheal Connelly con Vuoto di luna ha lasciato da parte il punto di vista dei poliziotti per narrare con quello del criminale).
Se non avete familiarità con questo tipo di romanzi direi che forse è un buon momento per provarli, e le avventure di Parker sono sicuramente il miglior modo per iniziare.
Che una volta tanto il crimine paghi, anche per chi s’ingegna a scriverlo…

Ovviamente, mi raccomando di non farvi prendere troppo la mano dalla fiction e farvi venire strane idee su rapine al Thriller Cafè: non vi conviene, il fucile caricato a palle di neve lo tengo sempre a portata di mano…

Flashfire, di Richard Stark: acquistalo su IBS!

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 18 aprile 2007 | Lascia una deposizione |

John Connolly: un caffè con il best seller writer irlandese

Questa nuova settimana al Thriller Cafè si apre non con una recensione, ma con due chiacchiere con un graditissimo ospite: John Connolly, una delle voci più interessanti del panorama internazionale (oltre che uno dei miei autori preferiti). Tra un caffè e una zeppola con la crema, ci racconterà qualcosa di lui e dei suoi romanzi, e dell’imminente The Unquiet, sua ultima fatica con protagonista Charlie Parker. Stay tuned!

tutto ciò che muore - john connolly[Thriller Cafè]: Benvenuto, John. Parlaci un po’ di te, cominciamo semmai dal tempo in cui ancora non eri un scrittore di successo…
[John Connolly]: Sono nato a Rialto, Dublino, nel 1968. Dopo qualche lavoretto saltuario ho studiato Inglese al Trinity College e ho conseguito un master in giornalismo all’università di Dublino, nel 1993. Per i successivi 5 anni ho lavorato come freelance per l’Irish Times, col quale ancora collaboro con una certa regolarità.

[TC]: E quando hai cominciato a scrivere narrativa?
[JC]: Da sempre, direi. A sei anni scrivevo avventure western su un macchinista di treni, Casey Jones, o sugli episodi di Tarzan in tv il sabato mattina. Ho scritto anche poesie, ma erano tanto terribili da essere un insulto per la Poesia, e così qualche tempo dopo le ho distrutte. In ogni caso, credo che chi finisce per scrivere per la vita abbia scritto da sempre.

[TC]: A un certo punto è arrivato poi Tutto ciò che muore (Every dead thing): ci puoi dire com’è nato?
[JC]: Ho sempre letto libri “di genere”: cominciai con un romanzo del grandissimo Ed McBain, di cui poi ho divorato tutti gli altri. Nel 1991, nell’ambito dei miei studi frequentai un corso di crime fiction: fu allora che scoprii Ross MacDonald e James Lee Burke, da cui credo di essere stato molto influenzato. MacDonald, in particolare, mi colpì per il senso di compassione e giustizia con cui permeava le proprie opere, cosa che non ero mai riuscito a trovare negli scrittori inglesi, riluttanti a mettere in discussione la società in cui ambientavano le storie.
Cominciai a scrivere Every Dead Thing nel 1993, soprattutto per evadere dal giornalismo. Non dissi a nessuno che lavoravo a un romanzo, dato che il fallimento è uno di quei problemi che se confidati vengono raddoppiati, piuttosto che dimezzati. Decisi solo che avrei usato i soldi guadagnati come freelance per andare negli Stati Uniti e fare le ricerche di cui avevo bisogno: volevo ambientare il libro in America, dato che ero interessato a scandagliare i temi delle vittime, della compassione e della redenzione che avevano naturale collocazione nel contesto urbano di grosse città, più che in quello rurale dell’Irlanda. Non avevo mai pensato di pubblicare quel lavoro, però, fino al 1996, quando a causa di un problema con l’Irish Times ebbi un periodo di grossa frustrazione. A quel tempo avevo solo metà del libro già scritta: la mandai a qualche agente e a vari editori nella speranza di avere una spinta a terminarlo. Invece mi ritrovai con circa 70 lettere di rifiuto. Solo la mia attuale agente, Darley Anderson, mi spronò a continuarlo: ripartii allora per gli States, spesi tutti i soldi che avevo e finii il romanzo. Nel 1998 vendetti i diritti a Hodder, in Inghilterra. Non ci credevo, e ancora non ci credo.

[TC]: Raccontaci l’emozione di vederlo sugli scaffali…
[JC]: Non ricevetti copie prima che fosse disponibile in libreria, così capitò che passeggiassi per Grafton Street, a Dublino, e vedessi una copertina in vetrina. “Ehi, quello sembra essere il mio nome”, pensai. Entrai nella libreria, presi il libro e me lo rigirai tra le mani, un po’ imbarazzato. Lo posai e feci un passo indietro. Entrò una donna, prese il libro, lo guardò, lesse la quarta di copertina, lo sfogliò… e lo rimise a posto…

[TC]: Dopo la pubblicazione, il libro fu abbastanza criticato. Come prendesti certe recensioni davvero dure?
[JC]: Devo dire che ebbi delle recensioni terribili: una di esse credo sia ancora oggi una delle stroncature più forti a un libro che abbia mai letto. Mi sentii come se mi avessero rapinato. Adesso, certo le recensioni negative fanno male (ed è inevitabile se ci tieni a ciò che fai), ma non come prima. Ora mi rendo conto che ci sono persone a cui non piace quello che faccio, ma che sono anche fortunato perché ne esistono altre a cui invece piace, che capiscono i miei intenti. Credo in ogni caso che sia meglio suscitare reazioni estreme, piuttosto che avere molti “Carino”…

[TC]: E veniamo allora a Charlie Parker, il protagonista di Tutto ciò che muore e di altri romanzi successivi: cosa puoi dirci di lui?
[JC]: Parker è un uomo tormentato dalla morte della moglie e della figlia, uccise mentre stava a compatirsi bevendo in un bar. Nel corso di Every Dead Thing e dei libri seguenti egli si sviluppa poi come un essere umano che dopo aver conosciuto la violenza scopre la compassione, un uomo che realizza che deve perdonare se stesso se vuole riparare ai propri errori.
Dal punto di vista fisico, l’ho lasciato volutamente non ben caratterizzato: a parte pochi dettagli i lettori possono figurarselo a piacimento, in base a come lo “sentono” dai romanzi. Mi interessa di più che chi legge riesca a entrare nella sua mente, scoprire il mondo come lo sperimenta lui sulla propria pelle. E’ questo uno dei motivi per cui, se mi chiedessero quale attore vedrei bene per impersonare Parker in un film, non saprei che rispondere. Potrebbero essercene molti adatti, o allo stesso modo inadatti…

[TC]: E quanto di John c’è in Charlie?
[JC]: Parker è un paio d’anni più vecchio di me ma condivide parecchie mie opinioni e punti di vista, miei gusti, la mia morale, credo. Attraverso di lui ho anche esplorato alcuni elementi della mia vita, cercando di capire meglio me stesso e il mondo in cui vivo. Ho usato Parker come una sorta di prisma, se vogliamo. Siamo molto simili, sì, e col passare del tempo penso lo siamo diventati ancora di più.

gente che uccide - john connolly[TC]: Parker ritorna poi in Il ciclo delle stagioni (Dark Hollow), Gente che uccide (The killing kind), Palude (The white road) e L’angelo delle ossa (The black angel). Facciamo una breve carrellata su questi romanzi – e non ti preoccupare che poi te li recensisco tutti ;-)
[JC]: Dark Hollow è ispirato principalmente dai motivi base di quella tradizione che emerge nel libro: la foresta nera, il mostro che ritorna dal passato, il figlio abbandonato. Volevo deliberatamente creare un’atmosfera sinistra per il romanzo. Anche se alcuni lo hanno definito in quel modo, non è un “serial killer novel”, la vicenda centrale è un tantino più complessa, e il romanzo successivo non lo è del tutto.
The killing kind segue la strada tracciata dai predecessori: nel primo romanzo abbiamo la morte, la colpa, la ricerca del perdono, nel secondo la ripazione, nel terzo c’è la redenzione. E’ un libro dove la speranza è più presente rispetto ai precedenti; secondo me è meno dark degli altri, anche se molti non sono stati d’accordo con la mia opinione. Nel successivo The white road, poi, molti fili lasciati appesi nei volumi precedenti si annodano, e l’intero romanzo potrebbe essere visto come una coda all’intera sequenza su Charlie Parker. Probabilmente è il più nero dei miei lavori: dominato da un senso di oppressione che grava sui personaggi sin dall’inizio. L’ultimo libro della saga finora edito, The black angel, riprende elementi da ciascuno dei miei altri scritti, gettando luce su particolari citati in passato e che ora assumono un più ampio significato. A ogni mio romanzo cerco di far in modo che il lettore possa vedere l’intera trama della serie da una prospettiva diversa…

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Articolo protocollato da Thriller Cafe | 16 aprile 2007 | Lascia una deposizione |

“Vita segreta di uno scrittore di gialli”, di Enrico Luceri

enrico luceriSpesso qui al Thriller Cafè si parla di autori lontani, che difficilmente verranno di persona a bere una birra col barman e che ad andare bene si ricorderanno di chiamarlo a Natale per fargli gli auguri. Capite allora che quando succede di recensire un amico, che potreste davvero incontrare mentre aspetta il suo mojito al bancone, lo faccio con sommo gaudio, e in questo caso anche con profonda ammirazione. Miei cari clienti, straight from Rome, oggi è qui tra voi Enrico Luceri!…

Titolo: Vita segreta di uno scrittore di gialli
Autore: Enrico Luceri
Editore: Magnetica Edizioni
Anno di pubblicazione: 2006
ISBN: 88-89889-19-5
Pagine: 96
Prezzo: € 9,00

Trama in sintesi:
Meccanismi letterari perfetti, i racconti di Enrico Luceri sono dei gialli condotti a compimento con un’innata maestria narrativa. Ma forse il pregio maggiore è che osano trascendere, con ferma determinazione di stile e contenuto, la stessa forma del giallo classico.
(Dalla quarta di copertina)

Ok, l’ho detto subito, Enrico è un amico, ma chi mi conosce sa che non sono proprio il tipo che fa marchette: se di questo libro da me sentirete parlare bene (e non solo da me), non è perché conosco l’autore ma perché i racconti che lo compongono sono dei buoni racconti. Per spiegarvi perché, comincio da lontano, ritornando a quando ero abbonato ai Classici del giallo della Mondandori, a quando aspettavo che a Natale uscisse Invernogiallo per tuffarmi nelle opere brevi di Klavan, Block, Westlake, o dei nostrani Cappi, Pinketts, Coloretti. Erano i giorni della mia “fame gialla”, di Poirot e Nero Wolfe come grandi amici, degli impossibili delitti in camera chiusa da risolvere. Da allora è passato qualche anno e la passione per le classiche detective stories s’è spostata verso le derivazioni più moderne del genere: il thriller, in primis, o il noir. Ma il mio gusto per l’enigma è rimasto intatto, e il guanto di sfida intellettuale di un giallista lo raccoglio spesso e volentieri, a volte restando ammirato dalla capacità dell’autore di seminare magistralmente gli indizi e camuffare le prove, a volte deluso per aver scoperto il trucco troppo presto, o per essermi sentito imbrogliato da un coniglio dal cilindro che viola il patto che uno scrittore deve stipulare col lettore. Be’,Vita segreta di uno scrittore di gialli mi ha fatto provare il primo tipo di sensazione: in esso ho ritrovato il piacevole sapore del classico, del pungolo a ragionare, della competizione coi detective/scrittori, quattro Ellery Queen ciascuno diverso dall’altro, ma tutti vivi e “familiari”, così ben tratteggiati da sembrare conosciuti da una vita, quando li si è incontrati appena due pagine prima. Ho ritrovato una scrittura elegante, da leggerla degustandola con calma, come fosse uno Chardonnay tanto caro all’autore. Ho trovato trame e personaggi che reggono la scena al di là del rompicapo mentale (che troppo spesso è usato dagli autori come unico fine dell’opera), il tutto immerso in una una cornice antologica chiara e non pretestuosa. In sostanza, ho trovato il piacere di leggere, con la testa e col cuore, e a un libro credo proprio non si possa chiedere di più.
Vi consiglio, miei affezionati clienti, di lasciare da parte cocktail e intrugli vari a stelle e strisce: oggi Enrico Luceri ci offre calici di vino pregiato. Vale davvero la pena assaporarli.

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 12 aprile 2007 | Lascia una deposizione |

“L’anima del male”, di Maxime Chattam

l'anima del male - maxime chattamL’anima del male, romanzo d’esordio del francese Maxime Chattam, è il romanzo recensito oggi. Il Thriller Cafè riapre quindi dopo la breve sosta (che ci ha lasciato in eredità una piccola pila di libri da leggere, per adesso accatastati dietro al jukebox) con un titolo involontariamente in totale contrasto con l’atmosfera pasquale degli ultimi giorni.

Titolo: L’anima del male
Autore: Maxime Chattam
Editore: Sonzogno
Anno di pubblicazione: 2004
ISBN: 884541194X
Pagine: 482
Prezzo: € 9,50

Trama in sintesi:
Portland, Oregon, ai giorni nostri. Una serie di efferati omicidi che vedono vittime giovani donne sconvolge la città. Delle indagini si sta occupando l’ispettore Brolin, che ha lasciato l’incarico di profiler all’FBI perché desiderava un po’ di azione. Di azione ne avrà fin troppa, considerate le caratteristiche dei delitti: le vittime hanno tutte le mani tagliate di netto e il viso sfigurato da un acido. Brolin è davanti a un dilemma: si tratta del parto della mente di un serial killer o piuttosto sono omicidi rituali di una setta satanica? Quando una studentessa di psicologia scompare nel nulla e sembra destinata alla stesso tragico destino, il poliziotto sa che deve fermare l’allucinante striscia di sangue che imbratta le strade di Portland.
(Dalla scheda su Ibs)

L’anima del male, il primo capitolo della cosidetta “Trilogia del Male” di Chattam, è un tipico serial thriller, con protagonista l’ammazzasette di turno (Leland Beaumont, alias il Boia di Portland) e l’investigatore che cerca di anticipare le sue mosse per salvare altre vittime (in questo caso, Joshua Brolin). Il meccanismo su cui si basa il romanzo è quindi uno dei più consolidati nel panorama del genere e l’autore non se ne discosta molto: il libro da questo punto di vista non è particolarmente innovativo. C’è però da dire che Chattam dimostra di saper padroneggiare bene sia il ritmo, anche se non ci sono colpi di scena funambolici alla Deaver, che soprattutto le tematiche trattate. Grazie ai suoi studi di criminologia e psicologia forense, egli si muove del tutto a suo agio tra criminal profiling e mezzi d’indagine scientifica, snocciolando pure dettagli di criminalistica e anatomopatologia con estrema precisione. Tutto bene quindi, verrebbe da pensare. Be’, sì e no, vi risponde il vostro barman, perché, a dire la verità, spesso Chattam ha la tendenza a esagerare, a descrivere le procedure investigative come se stesse scrivendo un manuale per l’accademia di Quantico. Succede così che l’erudizione dell’autore rubi la scena alla storia, cosa che a mio parere non dovrebbe mai accadere; in più, lo stile è ancora in parte da raffinare, come pure la gestione dei personaggi. Brolin, in particolare, non è capace di lasciare il segno al cento percento: Harry Bosch o Charlie “Bird” Parker sono di ben altra pasta. Considerando però che si tratta di un’opera prima e anche che l’ispettore avrà modo di farsi conoscere meglio nei volumi successivi, forse sulle piccole pecche citate si può chiudere un occhio. La scelta coraggiosa del pre-finale e il finale inquietante, poi, chiudono secondo me in maniera positiva un libro che gli amanti della “scuola Harris” in fin dei conti non potranno non apprezzare.

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 10 aprile 2007 | 1 deposizione |

“Un drink prima di uccidere”, di Dennis Lehane

un drink prima di uccidere - dennis lehaneChiudiamo la settimana pasquale con un titolo che spero non prenderete in parola: parlo di Un drink prima di uccidere, primo romanzo con protagonista la coppia più bella di Boston: Pat Kenzie e Angie Gennaro (chiaramente, è quest’ultima ad alzare la media). Il mio consiglio a riguardo è “fatevi il drink, e lasciate perdere il resto”.

Titolo: Un drink prima di uccidere
Autore: Dennis Lehane
Editore: Piemme
Anno di pubblicazione: 2004
ISBN: 9788838481932
Pagine: 349
Prezzo: € 18,90

Trama in sintesi:
Il senatore Mulkern è un uomo potente, ma il suo potere non è senza ombre. E quando Jenna, una donna di colore che faceva le pulizie alla State House di Boston, scompare con alcuni documenti, Mulkern si rivolge ai detective Pat Kenzie e Angie Gennaro per rintracciarla. Roba che scotta, questioni politiche riservate, dice il senatore. I due non sanno ancora che scovare quella donna significa decretare la sua condanna a morte. Infatti Jenna muore, crivellata di colpi subito dopo aver dato a Kenzie una foto. Rifiutando di consegnare quella foto, Pat si attira le ire di Mulkern e allo stesso tempo quelle di due delle principali bande di strada di Boston, che all’improvviso si mettono sul piede di guerra e minacciano di infiammare la città.
(Dalla scheda su Ibs)

Ho letto le storie di Lehane nell’ordine con cui sono state pubblicate in Italia, ovvero tutte mischiate. Ho convenuto che non sia il modo migliore per procedere, e quindi, per la vostra gioia (che spero esprimerete facendo una sostanziosa colletta in mio favore), parlerò dei vari libri seguendo la via giusta, e cioè partendo dal primo. Un drink prima di uccidere è appunto il romanzo che segna l’esordio della premiata ditta Kenzie-Gennaro nella nutrita schiera di investigatori privati che popolano il mondo del thriller. Lui d’origine irlandese, lei – il cognome credo parli da solo – italiana, si muovono per le pericolose strade bostoniane con l’appoggio di personaggi che nel corso dei volumi successivi s’avrà modo di conoscere meglio (primo tra tutti quel mattacchione di Bubba Rogowski, che in casa ha un pavimento minato e un arsenale più fornito di quello di una base dei marines). La vicenda narrata nel libro prende origine da un’indagine commissionata da un potente politico, un incarico all’apparenza semplice che diventa una piccola tessera in un puzzle più vasto e inquietante, in cui dominano le tinte scure dell’odio razziale, delle gang e delle guerre di strada, e quelle nerissime – vero motore della storia – della violenza sui minori sintomo e allo stesso tempo causa di una degenerazione della società che ogni giorno siamo costretti a conoscere attraverso le pagine della cronaca. Non un enigma intricato, non moltissimi colpi di scena: la trama di questo romanzo di Lehane è soprattutto un viaggio attraverso temi scottanti, su cui il lettore si trova necessariamente costretto a riflettere. E’ proprio questo uno dei punti di forza dell’autore, la sua capacità di veicolare un messaggio importante, di indurci ad aprire gli occhi su questioni che preferiremmo ignorare. Di certo non è però il solo: personaggi vivi e affatto banali, dialoghi incisivi, scrittura evocativa. Gli elementi per un giudizio positivo ci sono tutti: Lehane è un autore che secondo me vale sicuramente la pena di leggere. Cominciare dal suo primo romanzo potrebbe essere una buona idea.

E ora un brindisi alla vostra e buona Pasqua, il Thriller Cafè riapre tra qualche giorno…

Un drink prima di uccidere, di Dennis Lehane: acquistalo su IBS!

Articolo protocollato da Thriller Cafe | 7 aprile 2007 | Lascia una deposizione |


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