padre-nostroEdito nella collana Controtempo di Rizzoli, oggi recensiamo Padre nostro, romanzo a firma di tre penne del collettivo Sabot: Ciro Auriemma, Stefano Cosmo e Piergiorgio Pulixi (quest’ultimo attualmente in libreria anche col suo secondo romanzo La notte delle pantere). Buona lettura.

La mia passione per le storie di narcos comincia da ragazzino, negli anni 90. Precisamente nel 1993. Aspettavo il mio turno dal barbiere e sfogliavo le pagine di un settimanale quando a un certo punto capitai su un articolo che parlava della morte di un tizio di nome Pablo Escobar. Fino a quel momento ero stato uno di quelli, per dirla con le parole di Jonny Deep, che avevano vissuto sulla Luna: “El padrino, il senior Pablo Escobar. Per quelli che hanno vissuto sulla luna negli ultimi vent’anni: il capo, il boss di tutta la baracca, El Mahiho.” Ricordate la battuta di Blow, vero? Da quel giorno la mia passione esplose portandomi a leggere e guardare di tutto, purché avesse a che vedere col mondo dei trafficanti di droga. E quando dico tutto, voglio dire proprio tutto, dai fumetti alla fiction, dai libri al cinema. C’è sempre stato qualcosa, nell’economia illegale della droga, capace di affascinarmi. Una risorsa povera che genera un’economia miliardaria, forse fu questo.
Tutto questo per dire che quando ho letto le prime recensioni di Padre Nostro, romanzo scritto a sei mani dai ragazzi del Collettivo Sabot, mi ci sono fiondato immediatamente.
Devo dire che il libro mi è piaciuto. È una storia di narcos, con tutti i personaggi che ci si aspetterebbe di trovare in una storia di questo tipo, con in più l’aggiunta di qualche gustosa trovata d’autore: abbiamo il boss anziano ma ancora temibile e rispettato, il figlio impaziente di subentrargli nella guida dell’organizzazione, il braccio destro che aspetta da una vita il suo momento e la figura che al momento giusto emerge dalle ombre per fare la sua parte (di questa parlerò più avanti, perché a mio avviso è uno dei punti forti del libro); e poi ci sono quelli dall’altro lato della barricata, i buoni: il capitano dei Carabinieri e il tenente della Guardia Civil (quest’ultima altro punto di forza) uniti dallo scopo comune di far fuori i cattivi e da una forte attrazione fisica. Mettete tutto insieme, agitate e servite con contorno di cliché assortiti sul mondo della criminalità organizzata e del narcotraffico ed eccovi servito Padre Nostro. Nel complesso, una storia divertente e con un buon grado di suspense. Peccato per l’epilogo, lo dico sinceramente. Non mi è piaciuto, ma immagino che valga il precetto latino secondo cui De gustibus eccetera eccetera per cui evito di fare spoiler e rimetto ai lettori la sentenza sullo specifico punto. Non deludente, sia chiaro, e non brutto: dico solo che personalmente ne avrei preferito una diverso. Questione di gusti, appunto.
Ci sono stati due personaggi che ho trovato davvero azzeccati: Tania Sagrado, tenente della Guardia Civil con tante ambizioni e una vita incasinata, e messer Almamuerta. La prima è una donna che sembra vera, oserei dire dolcemente complicata ma con due attributi tanti. Il secondo è l’uomo che spunta dalle ombre: provate a mmaginare un sorta di Luca Brasi in versione colombiana, un bulldozer dove il vuoto lasciato dall’anima morta è stato riempito da una lealtà e da una devozione cieca verso il suo boss. Questi due personaggi alzano la media già buona del libro di parecchi punti e per quanto mi riguarda l’interesse per lo sviluppo delle loro storie mi ha tenuto incollato incollato alle pagine del libro quasi più che la trama generale in sé.
In conclusione, Padre nostro è una buona storia di narcos. Mi è piaciuto.

Padre Nostro – Auriemma, Cosmo, Pulixi

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