“Preco, forrei parlare col zignor Nero Wolfe”. Si apre con queste parole il romanzo Nero Wolfe e sua figlia, settima avventura del celebre investigatore creato nel 1934 da Rex Stout e che rappresenta oggi uno dei detective più celebri della letteratura gialla, nonché dei più longevi. Le opere che narrano le sue gesta vanno infatti dagli anni 30 agli anni 70 del Novecento, a testimonianza di quanto prolifico fosse Stout, la cui produzione, quanto a numeri, può essere paragonata a quella della Christie o di Simenon. Oltre che sulla carta, l’ingombrante figura di Wolfe è stata poi celebrata in numerosi adattamenti cinematografici e televisivi, tra cui vale la pena ricordare la celebre serie trasmessa dalla Rai con Tino Buazzelli nei panni di Wolfe e il grandissimo Paolo Ferrari in quelli del suo assistente Archie Goodwin.

Nel libro che oggi recensiamo, pubblicato nel 1940, tornano – oltre a Wolfe e al suo assistente – anche gli altri personaggi che abitano la casa di arenaria sulla Trentacinquesima Strada di New York. Si tratta di una squadra ormai ben rodata, che si muove secondo meccanismi perfezionati a puntino, composta dal giardiniere Horstmann, dal cuoco Fritz Brenner, e dai detective collaboratori occasionali di cui Wolfe si serve spesso per le sue indagini e che, come Goodwin, fanno da “braccio” alla mente geniale di Wolfe. Il grande investigatore infatti, oltre all’amore per il buon cibo e le orchidee, di cui si occupa ogni giorno a orari fissi, ha tra le sue manie anche quella di non voler uscire di casa, e ha quindi l’abitudine di far svolgere il lavoro investigativo più dinamico ai suoi collaboratori. Questi percorrono in lungo e in largo la città, cercano, indagano, fanno insomma il lavoro “sporco” in una sorta di bonaria parodia della scuola hard boiled, mentre Wolfe rimane sulla sua poltrona (o nella sua serra) a far lavorare il cervello.

La creazione di questa composita mitologia di personaggi e abitudini non è solo un espediente narrativo per fornire una base solida alla singola storia, è un vero ordito di cause ed effetti, studiato per creare movimento e dinamicità. Wolfe detesta uscire di casa, per motivi appena adombrati dallo stesso investigatore in alcune delle sue storie e, con puntualità invidiabile, questa sua fobia viene messa alla prova dal cliente disposto a far di tutto (e spesso a pagare qualunque cifra) per stanarlo dal suo rifugio. Dalla causa all’effetto: è Goodwin a “scarpinare” in giro per New York, con una transizione narrativa da pensiero ad azione, da genio investigativo a indagine classica che non mostra cesura e scorre naturale. Un cambio di ritmo che fa progredire la trama secondo un diverso registro e introduce un mutamento di prospettiva, che risulta tanto più fluido in quanto, di fatto, non avviene attraverso una vera e propria soluzione di continuità. Infatti, è sempre Goodwin a raccontare, ma nelle scene con Wolfe lo fa per dialogo e per spiegazione, dato che lui stesso è chiamato di frequente a interpretare la volontà e il pensiero del suo signore e padrone. Tuttavia, Goodwin agisce anche da solo: Wolfe impartisce delle istruzioni, poi Archie deve fare da sé, dal momento che lui si trova a contatto diretto con il problema di turno, e deve improvvisare. Non a caso Goodwin si definisce il secondo investigatore più abile di New York dopo Wolfe (forse a pari merito con il fenomenale Saul Panzer). Sarebbe in grado di reggere l’indagine da solo, potrebbe quasi replicare con strumenti diversi gli eccezionali risultati di Wolfe, ma a noi mancherebbe qualcosa, l’interazione piena di verve che connota le loro storie. Giovane, affascinante e amante delle belle donne, Archie è molto diverso dai collaboratori che tradizionalmente affiancano gli investigatori più celebri; vanta un cervello di prim’ordine, e non si limita quindi al semplice ruolo di comprimario. Il suo rapporto con Wolfe è quasi paritario, al punto di permettersi talvolta espressioni decisamente irriverenti nei suoi confronti. Tutto ciò confluisce in uno stile godibilissimo e unico nel panorama del romanzo giallo. Quanto allo stile, l’autore combina le caratteristiche del giallo all’inglese, improntato sull’indagine psicologica, riflessiva, e della scuola americana, che si basa invece su un’impostazione più dinamica. Ma la parodia dell’hard boiled è sempre lieve e mai feroce, quasi uno sguardo ironico su un genere prettamente yankee.

In Nero Wolfe e sua figlia improvvisamente, come dal nulla, si presenta a casa di Wolfe una giovane, la quale afferma che la figlia dell’investigatore si trova a New York, ed è nei guai, essendo stata accusata di furto. In seguito, la ragazza viene sospettata addirittura di omicidio, e la trama si dipana briosa e con un ritmo quasi teatrale, coinvolgendo misteriosi forestieri, possibili agenti di governi stranieri e donzelle in pericolo (c’è sempre, nei romanzi di Wolfe che è tanto misogino e vorrebbe evitare le donne, una fanciulla in pericolo che immancabilmente stravolge i suoi piani). L’improvviso materializzarsi di una figlia non renderà però paterno il nostro eroe che, sebbene disposto a fare il proprio dovere per scagionare la ragazza dalle accuse, manterrà per tutto il libro un atteggiamento a metà strada tra lo stizzito e il rassegnato.

Comunque, a caratterizzare il romanzo, come in molte altre delle avventure di Wolfe, è il ritmo: vivace, frizzante, a tratti divertente e autoironico. I personaggi entrano ed escono dallo studio di Wolfe come su un palcoscenico, con tempi perfetti e calibrati con il bilancino, conferendo un andamento particolare alla narrazione, che per la cadenza serrata ricorda per certi aspetti le screwball comedies degli anni Trenta dove gli equivoci si susseguivano a velocità incalzante. In breve, se tutta la produzione di Rex Stout merita di essere letta, questa avventura non potrà non conquistarvi, e farvi diventare fedeli discepoli di Wolfe.

Recensione di Alessandra Ghilardi e Alessandro Rossi

Nero Wolfe e sua figlia
  • Rex Stout
  • Mondadori