“Nelle mani giuste”, di Giancarlo De Cataldo
Nelle mani giuste, di Giancarlo De Cataldo, già autore di Romanzo Criminale, è il libro che recensisco oggi. Non ho letto il fortunato romanzo precedente e quindi non faccio paragone: vi dirò solo se il libro mi è piaciuto o meno. Se v’interessa, buona lettura…
Titolo: Nelle mani giuste
Autore: Giancarlo De Cataldo
Editore: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2007
Pagine: 340
ISBN: 978-88-06-18539-8
Prezzo: € 15,80
Trama in sintesi de Nelle mani giuste:
Dall’autore di Romanzo criminale un nuovo romanzo-affresco che getta una luce nera sull’epoca in cui siamo tuttora immersi. L’epoca segnata dalle stragi di mafia. Sotto il segno della convenienza, persone diverse, con progetti diversi, si ritrovano a essere le pedine di un disegno folle. O forse no. Si tratta di consegnare l’Italia nelle mani giuste. Delitti e passioni si intrecciano con bombe e affari. Una donna che doveva solo tradire trova il coraggio di amare. Mentre le vite e i destini si consumano, e la speranza si rifugia nel cuore stesso dell’inferno. In seguito, per quanto cercasse di frugare nella memoria, ripercorrendo passo passo i momenti di quella conversazione che non avrebbe esitato a definire “surreale”, in seguito Stalin Rossetti non sarebbe mai riuscito a determinare con esattezza la paternità dell’idea. Era stato lui a suggerirla o il mafioso? O ci erano arrivati insieme, ragionando con diligenza matematica sui pochi elementi di valutazione dei quali disponevano? O era stata la disperazione a impossessarsi delle loro menti? Sta di fatto che a un certo punto l’idea si materializzò. Aveva la forma inconfondibile della Torre di Pisa. Il riflesso cangiante della Cupola di San Pietro nelle meravigliose ottobrate romane. L’eleganza composta e distaccata della Loggia de’ Lanzi. Aveva il volto desiderabile della pura bellezza. Era la bellezza. La bellezza rovinata. La bellezza corrotta. Era l’Italia, in fondo.
(dalla scheda su IBS)
Un romanzo è un romanzo. Non è un’affermazione particolarmente intelligente, me ne rendo conto, ma servirà a spiegare quanto leggerete qui di seguito, che posso già riassumere in: il libro non mi è piaciuto in maniera particolare. In rete forse avrete letto parole bellissime a riguardo, tipo quelle di Giuseppe Genna su Carmilla, gli entusiasmi per la ricostruzione romanzata del biennio ’92-’93, le bombe agli Uffizi, al PAC di Milano, alle chiese di Roma, l’attentato a Costanzo. Ebbene, certamente pezzi tristi della nostra recente storia, ma un pur così importante sostrato in un libro dovrebbe restare tale, per quanto mi riguarda. I protagonisti dovrebbero essere i personaggi e le loro vicende interagire con quelle esterne senza restarne oscurate. Ho avuto invece l’impressione che più volte lo sfondo giganteggiasse sulle storie dei vari Scialoja, Rossetti, Patrizia. E che questi ultimi non avessero in fin dei conti lo spessore necessario a “vivere” da soli, indipendentemente da quanto accadeva in Italia. Sono ben conscio che personaggi e trama sono due elementi entrambi fondamentali, ma se la trama è in parte già scritta dalla Storia vera, un autore dovrebbe produrre il suo massimo sforzo nel creare caratteri appassionanti, non una galleria di figure più o meno abbozzate che si dividono la scena senza che nessuno la conquisti in assoluto. E a poco vale lo stile ellroyano che fa scorrere velocemente le pagine: alla fine resta un senso di poca sostanza, se sfrondata dalla grandezza di fatti che De Cataldo conosce forse meglio di altri, ma che fanno comunque parte della nostra identità nazionale. In definitiva, per me una lettura discreta, ma non certo questo gran capolavoro osannato in altri luoghi.













































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