Micheal Connelly intervistato da Evil-E
Visto che di Micheal Connelly ultimamente mi è capitato di parlare spesso, ho deciso di offrire un caffè a lui e allo staff del sito inglese Evil-E con cui recentemente ha avuto a che fare: origliando mentre chiacchieravano al tavolo, ne è saltata fuori questa interessante intervista…
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Ali Karim: #1 – Il libro che ti ha fatto sfondare in Inghilterra è stato “The Poet” (Il poeta). Perché credi che abbia catturato così tanti lettori?
Micheal Connelly: Non ne sono sicuro, ma credo sia un libro veloce, perché sono stato veloce a scriverlo. Il processo di scrittura è stato differente perché parlavo di un personaggio che era un reporter di nera e ho fatto quel mestiere per 14 anni. Così, mentre scrivevo Il Poeta, non c’è mai stata una pausa per riflettere su ciò che un detective avrebbe fatto o su quale fosse la giusta procedura. Ho semplicemente scritto ciò che avrei fatto io. La storia è venuta fuori. L’ho scritta più velocemente di qualsiasi altra. Di solito ci andavo piano, pensando che la gente avrebbe legato una scrittura veloce con qualcosa di poco curato. Ma nel tempo ho realizzato che quando le cose scorrono in quel modo, generalmente significa che stai facendo qualcosa che potrebbe essere abbastanza buono. Velocità nello scrivere significa velocità nel leggere, ed è sempre una buona cosa.
Jason Starr: Hai detto di essere un fan di Charles Willeford. Cosa trovi nei suoi romanzi così irresistibile, e pensi scriverai mai un libro nel suo stile?
Micheal Connelly: Ha l’abilità unica di creare un sottile humor e pathos con i piccoli dettagli delle vite dei suoi personaggi. Il modo in cui Hoke (Hoke Moseley, personaggio dei libri di Willeford, ndt) si comporta con le figlie, il modo in cui costruisce la propria vita. Leggo questi libri sempre un leggero sorriso, per tutto il tempo.
Allison Brennan: Mi è piaciuta la serie di Harry Bosch, ma Mickey Halley ha veramente catturato il mio interesse e sono veramente in trepidazione per leggere il tuo prossimo libro che li vede insieme. Puoi darci qualche anticipazione? Qualcosa su come si è sviluppato il personaggio di Mickey. Lo rivedremo dopo “The Brass Verdict“?
Micheal Connelly: Spero che torni, ma come per ogni personaggio dipenderà se troverò la giusta combinazione tra storia e avanzamento del personaggio. The Brass Verdict è un romanzo che ha lui per protagonista: Harry Bosch gioca solo un ruolo di supporto. E credo sia una storia in cui Mickey si muove verso il prossimo passo della sua vita. La trama inizia con Halley che eredita una pratica dopo l’omicidio di un collega. La buona notizia è che ha subito un paio di dozzine di clienti che pagano; la cattiva è che uno di loro è l’assassino del suo predecessore. Deve capire – con l’aiuto di Bosch – chi sia.
Doug Lyle: Sei un maestro dei personaggi seriali. Come fai a far crescere e cambiare Harry Bosch senza alterarlo tanto da renderlo irriconoscibile?
Micheal Connelly: Davvero non lo so. Una sorta di scrittura d’istinto, forse. Una cosa che scelsi per caso all’inizio fu quella di dargli un’età nel tempo reale. Ciò significa che sta invecchiando, ma lungo il cammino sono stato capace di esplorare la sua evoluzione e i suoi cambiamenti assieme a quelli della sua città. Credo che questo mi abbia tenuto legato a Bosch, e ciò che accade nello scrivere accade anche nel leggere. Per cui credo che se sono interessato io, lo saranno anche i lettori (si spera).
David Montgomery: #1 – Probabilmente sei stanco di questa domanda, ma la faccio lo stesso. Prevedi una fine per la serie di Bosch? Sta invecchiando nella vita reale, per cui non può durare per sempre. Sono sicuro mi dispiacerà vederlo andar via. Quanta vita gli resta?
Micheal Connelly: Di sicuro, dovrò terminare la progressione della serie con Harry come poliziotto. Ha 58 anni e ci sono 4-5 anni prima che debba andare in pensione. Ma io posso sempre tornare indietro. Ci sono molti anni della sua vita di cui non ho scritto. Posso poi espandere la serie con la sua vita dopo il LAPD. Per cui, continuerò finché avrò interesse per lui: se ci sarà, in qualche modo Harry vivrà ancora.
David Montgomery: #2 – Molti grandi scrittori di thriller sono ex giornalisti: Robert Ferrigno, Laura Lippman, Jon King, Denise Hamilton… Cosa porta un reporter a scrivere ottima crime fiction?
Micheal Connelly: Posso solo supporlo, e di certo ci sono molti grandi scrittori che non erano giornalisti. Ma una delle cose che credo mi abbia aiutato, è il processo del giornalismo. Non importa quale sia la storia, non hai mai abbastanza spazio per dire ciò che vorresti. Così impari che ogni frase conta. Devi andare dritto al punto. Miri al dettaglio che dice tutto, piuttosto che a 50 che non spiegano quello che vuoi comunicare. Cerchi di far in modo che ogni frase porti le informazioni che servono al lettore. Questo crea velocità. Ho cercato di trasportare la cosa nella fiction, anche se ora non ho gli stessi limiti di spazio e lunghezza.
Louise Ure: Dicci della prima volta in cui parlasti a Philip Spitzer per chiedergli di essere tuo agente.
Micheal Connelly: E’ una di quelle tante storie riguardo al vendere il tuo primo libro o trovare il tuo primo agente. Io mandai il mio romanzo a Philip e aspettai. Un sabato ero da solo a casa, perché mia moglie era uscita. Mia suocera di solito chiamava ogni sabato, quindi non risposi al telefono quando squillò, perché stavo scrivendo e non volevo interruzioni. Partì la segreteria telefonica e non sentii la voce di mia suocera, ma quella di un uomo che diceva di essere Philip Spitzer e che aveva finito il mio libro e voleva parlarmi. Dovevo essere cool. Decisi di richiamare dopo 15 minuti e non dirgli che avevo ascoltato la telefonata. Furono i 15 minuti più lunghi della mia vita! Per fortuna, quando richiamai disse che voleva rappresentare il mio libro presso gli editori, e fui nel giro.
Ken Bruen: Hai già scritto il tuo miglior romanzo o il tuo preferito tra la tue opere? Quando credi di aver centrato l’obiettivo?
Micheal Connelly: Spero che il mio miglior libro sia ancora dentro me, ma ho un romanzo preferito per tutta una serie di ragioni, che includono cose che vanno oltre il libro. E’ stato il mio quarto: “The Last Coyote” (L’ombra del coyote), ed è il mio preferito perché è stato il primo che ho scritto come romanziere fulltime. Ero stato in grado di lasciare il mio lavoro quotidiano e concentrarmi solo sulla scrittura. Fu un anno fantastico, credo le mie qualità migliorarono sensibilmente, e la storia stessa è il fulcro della storia di Harry Bosch. E’ ciò che lo rende tale come poliziotto e come uomo. Per cui, tutto ciò contribuisce a fare di quel libro e di quell’anno i miei preferiti. Centrare l’obiettivo invece è un’altra questione. Mi pongo un traguardo per ogni libro. Dopo qualche anno riguardo al romanzo e decido quanto ci sono andato vicino. Un paio di libri in cui credo che ho centrato l’obiettivo sono stati “The Last Coyote” e “Angels Flight” (Il ragno).
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Sperando che l’intervista abbia soddisfatto qualche vostra curiosità, vi rimando per altre domande che non ho riportato al post originario su Evil-E…













































non c’è niente da dire. Michael Connelly è un grande.
Non sarà tra i miei preferiti ma, cavolo, è uno che ci sa fare di brutto.
saluti, Calcio
ehi, Misterecho!
sicuramente sì, e la faccenda de “ogni parola conta” è una grande lezione
in effetti non è semplice dosare la giusta quantità di parole. Lui, in questo, è un maestro. Non certo come l’ultimo King, tanto per fare un esempio…
Per me interviste come queste sono preziose! E poi Connelly è così preciso, come scrittore, che c’è solo da imparare