L’ultimo romanzo di Gian Luca Campagna, pubblicato da Mursia, editore specializzato in crime e noir italiani, si presenta come un romanzo frizzante e dal taglio internazionale, tanto che non è difficile immaginare traduzioni all’estero, se non una trasposizione in un film o in una graphic novel: queste forme di elaborazione grafica e narrativa sarebbero infatti particolarmente adatte per dare forma esteriore allo stile tagliente e pulp di Campagna.

Mediterraneo nero ha una trama e una struttura a tre voci: la principale è quella di un giornalista, Francesco Cuccovillo, protagonista all’apparenza insicuro, quando invece i suoi tentennamenti sono tutti da ricondurre a un atteggiamento di dubbio filosofico e di scetticismo nei confronti delle certezze che gli vengono sbandierate davanti da personaggi quantomeno ambigui, appartenenti alle più disparate fasce (e caste) sociali.

Cuccovillo riceve quasi subito una proposta / richiesta bizzarra e inquietante (nello stile dei fratelli Coen e di Tarantino), da parte di un gruppo di suoi amici: egli dovrebbe prendere in consegna nientemeno che una lattina chiusa, dal contenuto ignoto (!), e consegnarla a un imprenditore del Nord Italia di cui molto si parla, tale ingegnere Giulio Zugna. Quest’ultimo, peraltro, alla fine del secolo scorso ha operato nel settore dello smaltimento dei rifiuti tossici, e in specie in quello dell’affondamento delle navi trasporto nel Mar Mediterraneo (tra Italia e Somalia). Il giornalista inizierà a indagare sulla scomparsa del mercantile denominato Quadrifoglio Rosso, “caso” che ovviamente occupa anche la parte centrale e la coda del volume. Questa tematica tipica del cd. eco-thriller (ove si mischiano suspense e l’ambientalismo trattato in maniera scientifica) riecheggia molta letteratura internazionale, a partire proprio dai romanzi di Clive Cussler e Jack DuBrul, che in più romanzi hanno descritto trame aventi ad oggetto navi affondante, mari inquinati e il pericolo dato dalla dispersione di rifiuti, petrolio o altri liquidi e materiali tossici. Tale tecnica narratologica, che come noto ha origini nobili, tuttavia non rinuncia ad avere un forte ancoramento sociologico, dal momento che l’autore sembra incedere nello svolgimento dei fatti con il metodo appassionante del reporter (e infatti Campagna è esperto di comunicazione, oltre che giornalista), quasi ponendo a se stesso, al lettore e ai suoi personaggi le key questions del giornalismo classico. In questo modo, rinunciando ai cd. metodi spettacolari dell’accademia di cui ha parlato recentemente Palahniuk (in Tieni presente che – Momenti nella mia vita di scrittore che hanno cambiato tutto, Mondadori, 2020), l’autore si avvicina alla narrazione di cronaca, diretta, avvincente, senza fronzoli, con ampia concessione alla satira politica e quindi al divertimento.

Il romanzo, tuttavia, non esaurisce qui la sua proposta strutturale dal momento che, come si accennava, sono presenti altri due protagonisti: l’assassina Marie, di origini còrse, e l’immigrato di origini tunisine Khaled.

Il modo di agire di Marie, ai limiti dell’inverosimile, rende assai interessante e romantico il personaggio: la donna, che si immagina attraente e carismatica, ricorda per modi e mestiere la killer Aomame di Haruki Murakami in 1Q84 (come in Murakami, Mediterraneo nero presenta la suddivisione in tre punti di vista, equivalenti all’alternanza dei capitoli, stratagemma che ha ottimi esiti sul page turning).

Khaled, invece, è co-protagonista che richiama atmosfere mittel-mediterranee, tra cui la cupa serie televisiva The last panthers e il Robert Ludlum delle incursioni europee.

Recensione di Claudio Mattia Serafin

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Mediterraneo nero: Un ingegnere scomparso. Navi dei veleni affondate nel Mare Nostrum. Una killer sentimentale. E un giornalista troppo curioso
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