Lupo mangia cane - Martin Cruz SmithQuinto appuntamento con il detective Arkady Renko di Martin Cruz Smith. “Wolves Eat Dogs” fu pubblicato nel 2004 negli Stati Uniti. L’anno successivo, Mondadori pubblicò il romanzo con il titolo Lupo mangia cane.

Trama

La storia inizia con il suicidio di un potente e temuto mafioso, Ivanov Pasha, il cui cadavere viene ritrovato ai piedi di un grattacielo di nuova costruzione.

“L’investigatore Arkady Renko si sporse dalla finestra per riuscire a vedere meglio Ivanov, che giaceva sul marciapiede dieci piani più sotto … Ivanov era arrivato alle 9.28 di sera, era salito direttamente a quello che veniva considerato l’appartamento più sicuro di tutta Mosca e alle 9.48 si era schiantato a terra. Arkady aveva misurato la distanza del corpo dall’edificio. Di solito, se si trattava di omicidio, la caduta avveniva in verticale, visto che la vittima aveva speso quasi tutte le sue energie per evitare di essere catapultata all’esterno. I suicidi, invece, erano più motivati e atterravano più lontano. Ivanov era finito quasi sulla carreggiata.”

Renko, nell’appartamento del suicida, trova 50 chili di sale sul pavimento del guardaroba; uno strano particolare che colpisce l’attenzione del sospettoso poliziotto.
Solo una settimana dopo il suicidio di Ivanov, Lev Timofeyev, suo amico e sostituto, viene trovato morto, all’interno della “zona di esclusione” intorno a Chernobyl, in Ucraina. Il rapporto della milizia è molto succinto: “causa della morte, un arresto cardiaco”.
La “zona di esclusione” è abitata da pochi scienziati e alcune decine di persone che si ostinano a risiedere, incuranti delle radiazioni nucleari. Qui Arkady conosce la dottoressa Eva Kazka che lo aiuterà a far luce sul complotto e sugli omicidi. Ed è qui che la verità sulle morti di Timofeyev e Pasha si intreccia con la tragica storia del disastro di Chernobyl…

Perché leggere Lupo mangia cane?

Curz Smith, arrivato al quinto episodio della serie che vede protagonista Arkady Renko, sforna un capolavoro che non ha nulla da invidiare a Gorky Park. Non solo si inventa un thriller cadenzato da una buona suspense, ma ambienta il romanzo a Chernobyl, teatro di uno degli episodi più drammatici della storia umana. Smith scrive un romanzo che è molto più di un semplice thriller, è una descrizione allucinata ma potentemente reale di ciò che può accadere all’umanità quando essa pensa solo al potere e al denaro.
“Lupo mangia cane” si differenzia molto dai precedenti romanzi. Lo stile è più asciutto, il plot meno complesso, il ritmo più sostenuto. Già in Havana si era potuto notare un cambiamento nel modo di scrivere di Martin Cruz Smith, che qui però è molto più evidente. Il motivo potrebbe essere legato alla malattia che è stata diagnosticata allo scrittore: il morbo di Parkinson. Smith ne soffre dal 1995 ma ha tenuto la sua malattia segreta persino ai suoi editori fino a poco tempo fa. La malattia, anno dopo anno, gli ha tolto anche la facoltà di scrivere al computer. Il suo ultimo libro, Tatiana, è stato dettato parola per parola alla moglie Emily.
Il romanzo è scritto in terza persona, ma Smith ha la straordinaria capacità di riuscire a mostrarci il mondo e i personaggi che incontra con gli occhi di Arkady, e quindi anche con la sua solita ironia e con il suo ribelle senso della giustizia.
Anche in questo romanzo, Smith crea alcuni personaggi che rimangono impressi nella memoria di chi legge; due di essi accompagneranno Renko anche nei capitoli successivi della saga:

  • Evgeny Lysenko, soprannominato Zhenya, undici anni, un orfano che parla pochissimo e che gioca benissimo a scacchi. Arkady lo porta a fare passeggiate al luna park e lentamente gli si affeziona come se fosse un figlio;
  • La dottoressa Eva Kazka: Quello che turbava di Eva Kazka era la combinazione di ferocia e di sofferenza. Era stata a Chernobyl e in Cecenia. Forse le catastrofi erano il contesto in cui si muoveva meglio…Arkady si disse che all’inferno sarebbe stata un diavolo perfetto, efficiente nello spronare con il forcone i peccatori lenti e ignavi. Pareva scaturita da un paesaggio di fiamme ed eruzioni laviche”.

Entrambi questi personaggi sono degli “outsider”, e quindi dei compagni ideali per il nostro Arkady Renko.

Ambientazione

Come era già accaduto in Gorky Park e in Havana, Cruz Smith si supera nella raffigurazione dell’ambiente e dell’atmosfera che fa da sfondo al romanzo. In questo caso, bellissima e dolente è la descrizione di Pripjat e di tutta la zona di Chernobyl; un paesaggio allucinante, attraverso il quale Renko si muove con una moto scassata.

La zona di Chernobyl poteva essere considerata come una sorta di bersaglio, con i reattori al centro e attorno due cerchi concentrici, a distanza di dieci e trenta chilometri dal punto centrale. La città morta di Pripjat era compresa all’interno del primo cerchio, mentre la vecchia città di Chernobyl, da cui la centrale nucleare aveva preso il nome, era in realtà più lontana, nel cerchio esterno. Insieme, i due cerchi componevano la “Zona di esclusione”.Sulle strade, in corrispondenza del primo e del secondo cerchio, erano stati istituiti posti di blocco…

Tutta la zona è stata sigillata dopo il disastro nucleare e solo pochi gruppi di scienziati e soldati si aggirano per vie deserte ed edifici abbandonati. Nella zona risiedono anche alcuni sciacalli disperati, come i due uomini incontrati da Renko, “che stavano smembrando un’auto corazzata con una saldatrice ad arco. I pezzi di ricambio radioattivi provenienti dal deposito venivano venduti illegalmente a Kiev, Minsk e Mosca”.
Ne scaturisce un dipinto realistico e fantasmatico di una civiltà senza futuro, dove personaggi, consapevoli della prossima e inevitabile fine (il tasso del cancro è 65 volte superiore alla media), bevono vodka, fumano e mangiano come se fosse il loro ultimo giorno di vita.
La zona di esclusione, abbandonata dagli uomini e dalla civiltà stessa, è diventata il miglior rifugio degli animali selvatici, soprattutto lupi, e le piante hanno ripreso il sopravvento sugli edifici:

«I cani se li mangiano i lupi.» Sembrava che quello fosse il motto del villaggio, pensò Arkady. Roman scosse la testa come se stesse ancora soppesando la questione. «I lupi odiano i cani. Li cacciano perché li considerano dei traditori. Se ci pensa bene, i cani sono cani solo grazie agli uomini; altrimenti sarebbero lupi anche loro, non crede? E che fine faremo una volta che non ci saranno più cani? Sarà la morte della civiltà.»

Martin Cruz Smith è perfettamente a suo agio nel rappresentare questo mondo spettrale ed inquietante, abitato da persone cui più nulla sembra importare veramente se non “vivere”, “amare” e “morire”. Non vi è alcun senso filosofico dell’esistere ma solo l’esistere. I ricercatori sanno di non poter salvare nessuno, nemmeno se stessi:

«Nessuno di noi fa progressi» intervenne Eva. «È la natura di questo posto. Non riuscirò mai a far guarire una persona che abita in una casa contaminata, o a curare dei bambini i cui tumori si manifestano dieci anni dopo l’esposizione. Questo non è un programma terapeutico, è un esperimento.»

Arkady è stato mandato in quello strano posto, una specie di mondo separato, alla ricerca di un assassino. Dovrebbe essere una specie di straniero, ma fin dall’inizio egli si muove come se avesse sempre vissuto in quei luoghi esi trova subito a suo agio con gli scienziati. Forse perché essi provano nei confronti della vita i suoi stessi sentimenti contradittori: un drammatico fatalismo che però non impedisce loro di combattere giorno per giorno. La parte più interessante è quella in cui Smith spiega su che esili fondamenta si regge la società umana:

«Quando a Kiev la gente venne a conoscenza dell’incidente, non diede una gran prova di sé. I treni furono presi d’assalto. Tutti si precipitarono a fare incetta di compresse di iodio. Erano ubriachi e scopavano a destra e a manca. Nessuna inibizione morale. Ti saresti potuto fare un’idea di come si comporterà l’umanità alla fine del mondo. In seguito, gli abitanti di Pripjat e Chernobyl furono dati in affido da un capo all’altro del paese, e nessuno li voleva. Chi se la sente di tenere in casa una persona radioattiva, all’epoca come adesso? Sono diventati bravi a riconoscerci, a chiederci quanti anni abbiamo e da dove veniamo.

Arkady è un emarginato da sempre, ed è proprio in quel mondo sotterraneo che egli alla fine troverà un motivo per “esistere” ancora: l’amore per Eva, una sopravvissuta come lui.

L’enigma della camera chiusa

Smith rispolvera per questo romanzo il genere dell’enigma della camera chiusa ossia un delitto commesso in una stanza chiusa dall’interno da cui apparentemente l’omicida non avrebbe potuto uscire. La morte sospetta di Ivanov Pasha avviene, infatti, in un appartamento a cui può accedere solo lui, con un codice segreto. Il palazzo è sorvegliato da telecamere e all’appartamento si arriva solo tramite ascensore. Smith modernizza con intelligenza questo tipo particolare di omicidio e crea un’intensa curiosità nel lettore, lasciando intuire che il sale lasciato nell’armadio è un indizio molto importante per la risoluzione del rompicapo.
Il primo esempio di enigma della camera chiusa è ritenuto il racconto I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe del 1841 (anche se esistono dei precedenti), da allora sino ad oggi migliaia di scrittori si sono cimentati in questo sottogenere del poliziesco. Molto spesso, però, i racconti e i romanzi incentrati su questo topos si risolvono con delle spiegazioni troppo complicate o addirittura inverosimili. Pochi sono gli esempi contemporanei degni di nota. Oltre a questo di Smith, uno di questi è il Silenzio degli Innocenti del 1988. Thomas Harris, descrivendo la fuga ingegnosa di Hannibal,da una sala completamente sigillata e circondata da decine di poliziotti, che si conclude nell’ambulanza, riesce a dare nuova linfa a un genere troppo spesso abusato. Harris attualizza con intelligenza l’enigma della camera chiusa e lo inserisce in una scena cruciale e centrale del suo thriller, offrendone però subito la soluzione. Smith, invece, si ispira al giallo classico e il primo capitolo è dedicato al misterioso suicidio all’interno di quello che è considerato l’appartamento più sicuro di tutta Mosca”; utilizza quindi lo schema tipico del racconto “a rovescio”, ossia con la descrizione del delitto all’inizio della narrazione, seguito dall’indagine del detective che cerca di ricostruire come e da chi il delitto è stato commesso.
Entrambi gli autori, però, utilizzano l’enigma della camera chiusa solo come parte di un disegno narrativo molto più complesso, non costruiscono il romanzo su di esso: la scena di Hannibal che fugge è inserita a circa metà romanzo e dimostra la genialità con cui il serial-killer riesce ad uscire; Smith ci avvince all’inizio con l’enigma del delitto impossibile, ma subito dopo ci immerge magistralmente nell’atmosfera drammatica delle zone contaminate di Chernobyl e nell’esistenza dei suoi disperati abitanti.

Non mi resta che consigliarvi di leggere questo stupendo romanzo di Cruz Smith, “Wolves Eat Dogs”, e di scoprire da soli come è morto Ivanov Pasha dentro il suo impenetrabile appartamento…

(I brani di “Lupo mangia cane” sono tratti dall’edizione Mondadori, traduzione di Maria Giulia Castagnone)

Lupo mangia cane – Martin Cruz Smith

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