L’uomo senza nome – Gregg HurwitzGli appassionati del thriller d’azione puro non possono farsi sfuggire L’uomo senza nome di Gregg Hurwitz – seconda parte della serie in cinque capitoli chiamata Orphan X – edito da DeA Planeta con traduzione a cura di Giuseppe Mainolfi.

Evan Smoak è una creazione del Programma Orphan, un progetto segreto confezionato nei meandri più oscuri del Dipartimento della Difesa che ha selezionato i ragazzi adatti tra quelli abbandonati nelle case famiglia, li ha raccolti in segreto e addestrati a diventare armi letali, risorse dell’intelligence. Evan aveva 12 anni quando Jack, il suo mentore, quasi un padre, lo ha accolto nel programma e gli ha insegnato a essere il miglior assassino in circolazione – con il nome in codice Orphan X – ma anche a conservare la sua umanità.

“Ricorda, la parte difficile non è uccidere. La parte difficile è rimanere umani”.

Dopo diversi anni a un certo punto il protagonista decide di mollare: sfrutta tutto quello che ha imparato per scomparire e reinventarsi, dispone di una riserva di soldi illimitata, di un assortimento di abilità uniche e di tanto tempo da utilizzare e inizia a lavorare pro bono divenendo L’uomo senza nome, un giustiziere che corre in aiuto di persone indifese in pericolo, un eroe che opera nel totale anonimato. Qualcosa va storto però e da cacciatore si trasforma in preda: non sono in pochi infatti a volerlo morto, soprattutto tra gli ex colleghi del segretissimo programma. Finora è sempre riuscito a non farsi scovare – nascosto dietro l’identità fittizia dello scapolo schivo e senza legami tra le mura di un attico super tecnologico alla periferia di Los Angeles – ma il giorno in cui si risveglia in una prigione perfetta senza alcuna memoria di chi e come ce lo abbia rinchiuso, deve dar fondo a tutte le proprie risorse – e non sono poche – per provare a uscirne vivo.

Un thriller d’azione puro, come dicevo, perché da questo momento della trama in poi è un susseguirsi di sparatorie, uccisioni, combattimenti corpo a corpo, colpi speciali ed escamotage fantasiosi come ad esempio riuscire a bloccare una porta spezzando uno stuzzicadenti nella serratura (e all’improvviso torna alla memoria la serie tv degli anni ‘80 “MacGyver”!). Da perfetta macchina da guerra qual è, Evan osserva, memorizza, pianifica e colpisce: la posta in gioco non è solo la sua stessa vita ma anche quella di una ragazza che ha i giorni contati e che può essere salvata solo da lui.

L’autore rivela una profonda conoscenza di armi, tecniche di addestramento e di sopravvivenza e le descrive minuziosamente con grande competenza. Il ritmo del libro risulta pertanto serrato, intenso e molto curato. Pensare però a Evan come una mera arma letale è un grosso sbaglio: Hurwitz traccia un profilo psicologico molto scrupoloso del protagonista, ci svela i suoi pensieri più riposti, le paure; ne ricostruisce il passato difficile e tormentato, il presente incerto e un’ipotesi di futuro con le ali già tarpate, evidenziando con sensibilità quel rimanere umano che rende Evan un personaggio di forte spessore.

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L'uomo senza nome
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