Skira, casa editrice fondata a Losanna nel 1928 e specializzata in libri d’arte, pubblica il romanzo che recensiamo oggi al Thriller Café: L’ultimo respiro del corvo – l’omicidio Caravaggio di Silvia Brena e Lucio Salvini.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è conosciuto da tutti sia per le sue opere leggendarie sia per la vita dissoluta che ha sempre amato avere: beveva senza ritegno, amava donne e uomini senza farsi alcuna morale e non disdegnava una bella rissa quando capitava l’occasione, senza preoccuparsi delle conseguenze. Un genio dell’arte e un’anima tormentata: il protagonista perfetto per un oscuro romanzo pubblicato più di quattrocento anni dopo la sua morte.
Ma come è morto Caravaggio? La storia lo “liquida” come morto di malaria a soli 39 anni, dimenticato a Porto Ercole mentre cercava di tornare nella Città Eterna per ottenere la grazia dal Papa e non essere più inseguito e braccato dalle guardie pontificie, e non solo – ma per molti studiosi è una fine troppo banale e semplice e, si crede, che sia stato assassinato.
Da chi? Sicuramente i nemici non mancavano.

Gli autori di questo romanzo, entrambi giornalisti e scrittori, provano a sviluppare quest’ultima opzione imbastendo un libro “importante” (più di cinquecento pagine) e partendo dall’ipotesi che in uno dei suoi ultimi capolavori – il famoso “Il martirio di Sant’Orsola” commissionato dai Doria, Caravaggio abbia anche inserito una frase che, se decodificata, può portare al mandante del suo omicidio.

Caravaggio aveva una sua tecnica personale: non faceva bozzetti iniziali o tratti leggeri su tele bianche per poi andare a dipingere e riempire gli spazi vuoti; lui dava vigorose pennellate di nero, oscurava tutta la tela per poi creare da un’immagine nella sua mente quello che sarebbe diventato certamente un capolavoro: creava, quindi, luce dall’ombra.
E la stessa cosa cerca di fare Dante Hoffman, critico d’arte affermato e massimo esperto di Caravaggio, nonché ipocondriaco, di religione ebraica ma molto distante dai dogmi previsti e bizzarro dandy moderno: scavare a fondo nella vita del suo artista preferito e di far luce sull’oscurità della sua morte.

La narrazione si apre con il cardinale Giulio Bargero, discendente di Scipione Borghese, che riceve una lettera antica, scritta a mano e chiusa con timbro in ceralacca dove monsignor Carafa informa proprio Borghese che Caravaggio ha fatto una copia del Martirio che “reca in calce l’accusa più infamante…” e il cardinale si allarma non poco perché teme che questo fantasma dal passato possa minare la sua imminente promozione ai vertici della gerarchia Vaticana.

La vicenda si snoda tra Roma e Parigi con frequenti flash back al tempo di Caravaggio, raccontati con dovizia di particolari da Hoffman: quindi da un lato – soprattutto nella prima parte del libro – troviamo Dante che narra episodi degli ultimi anni di vita dell’artista e descrive le sue opere quasi assistessimo ad un programma d’arte, dall’altro – dalla metà in poi – ci addentriamo nel vivo del thriller e nuotiamo nella corruzione più nera della Chiesa, nel mondo della contraffazione di opere d’arte in compagnia di diversi personaggi disposti a tutto per accaparrarsi la famosa copia de “Il martirio di Sant’Orsola”.

“Le anime inquiete, la notte non riposano. Vegliano. E cercano di placare i propri demoni. Qualcuno prova a dialogarci, con i demoni.”

Il ritmo della narrazione è per forza di cose più lento dei classici thriller, richiede pazienza e buona memoria per i piccoli particolari, che faranno poi la differenza… forse gli autori si dilungano un po’ troppo nelle parti storiche e artistiche ma, per gli amanti dell’arte, del Caravaggio o semplici curiosi, sarà senza dubbio una lettura diversa ma pienamente soddisfacente – da gustarsi senza fretta.

Recensione di Elena Rossi.

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L'ultimo respiro del corvo. L'omicidio Caravaggio
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