L'ultimo giorno felice - Tullio AvoledoUn osservatore esterno che posasse gli occhi su Francesco Salvador, architetto industriale cinquantenne, e sui suoi cari non vedrebbe nulla di più di una normale famiglia in una tranquilla gita di piacere; eppure già nell’incipit di questo breve romanzo di Tullio Avoledo veniamo a sapere che quello, come recita il titolo, sarà per lui L’ultimo giorno felice.

Ad incrinare l’apparente serenità del quadro arriva infatti una telefonata misteriosa, c’è un lavoretto da concludere in fretta: cosa nasconde allora Salvador? Un affare losco? Un’amante? Da quel momento è un susseguirsi di chiamate che scandiscono lo scorrere del tempo ed il progressivo immergersi del protagonista in un’oscurità celata sempre più a fatica, sobillata da pensieri e ricordi che affiorano nella mente di Francesco ormai senza filtro, incapace di controllarsi e di mantenere saldo il suo dominio sul mondo che lo circonda, prossimo alla degenerazione. È questa sensazione di imminente apoteosi, accompagnata dalla lenta esplosione interiore del protagonista, a garantire il mistero e la giusta tensione al racconto, altrimenti difficilmente etichettabile come noir vero e proprio; non che questo sia un difetto, ma è innegabile, come ha notato Umberto Eco, che ormai vengono inclusi nella categoria noir i romanzi più disparati, con scelte spesso discutibili, complice anche il successo editoriale di questo genere. Una suspense non nervosa, dunque, un romanzo non adrenalinico, più d’atmosfera, in cui è la scrittura di Avoledo ad alimentare, nonostante l’assenza di grossi scossoni, la curiosità del lettore nello scoprire cosa è successo, cosa sta accadendo e come andrà a finire l’intera vicenda.

L’ultimo giorno felice fa parte di Verdenero, la collana che Edizioni Ambiente ha dedicato ai noir di ecomafia, coinvolgendo alcuni dei più rinomati scrittori italiani. In quest’opera il tema è quello dello sfruttamento e dell’erosione della terra, degli scavi continui per formare cave che diventano discariche riempite con chissà cosa. A chiusura del libro c’è un breve capitolo, “I fatti”, in cui Antonio Pergolizzi di Legambiente descrive la storia criminale del sotterramento illegale dei rifiuti facendo una rassegna delle inchieste giudiziarie e dei casi emersi in tutta Italia.

La tecnica classica di racconto per cui attraverso i flashback, scaturiti dai pensieri di Francesco, scopriamo quali sono i contorni della vicenda, è in questo caso particolarmente appropriata perché crea un parallelismo tra la modalità di svolgimento della trama (noi lettori capiamo cosa sta succedendo solo grazie agli inserti riferiti a ciò che è successo prima) ed il suo significato profondo: è attraverso il passato che il presente acquista un senso coerente. Un passato, ci dice preoccupato Avoledo, che oggi non sappiamo più leggere e che non ci interessa neanche più; un’eredità mancata, come un vuoto sopra il quale le fondamenta del futuro non possono che essere fragili. In questo senso, la scelta dell’ambientazione è perfetta: la laguna di Venezia, ricca del suo glorioso passato ma crepuscolare, decadente; una città che, come dice il poeta, eternamente muore appoggiata sul mare e vende ai turisti la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi.

 

A causa dei suoi problemi economici, Francesco Salvador si è messo “in affari” con tipi decisamente poco raccomandabili, e ora sta vendendo le terre di suo padre, della sua famiglia, voltando le spalle alle tradizioni dei luoghi in cui è cresciuto. Per il protagonista di questo noir il passato è solo un ingombro, un insieme di valori stantii che intralciano un progresso che non si preoccupa se la sua inarrestabile corsa verso le magnifiche sorti distrugge ed umilia ciò che lo ha preceduto. Ogni generazione vive uno scarto rispetto a quella precedente, ma senza dubbio il passaggio dal mondo contadino a quello in cui ci troviamo immersi oggi è stato radicale: la prima generazione del benessere dopo le grandi guerre ha attraversato vere e proprie rivoluzioni che hanno cambiato totalmente la società, trasformandone il senso e i valori di fondo, rendendola irriconoscibile a chi invece è rimasto legato alla tradizione precedente. Il padre e lo zio di Francesco fanno parte proprio di quel mondo che i coetanei di Salvador stanno minacciando: lavoro nei campi, saggezza contadina e un attaccamento alla terra che fa risultare inaccettabile l’avvelenamento di cui i nuovi proprietari sono colpevoli. Ecco allora che scatta il conflitto, apparentemente irrisolvibile: Francesco ha bisogno della Grava del Conte, l’ultimo appezzamento di terra ancora in mano a suo zio Tarciso, deciso a difenderlo fino alla morte. Ci sembra così di intuire cosa stia succedendo, quale sia il lavoro che “il Polacco” deve svolgere per conto di Salvador, ma chissà che le cose non siano diverse da come ce le immaginiamo…

 

La metafora che appare sulla quarta di copertina è un po’ troppo didascalica ma abbastanza vera: l’inquinamento della terra corrisponde ad un’intossicazione dell’anima. In maniera confusa, incoerente, contraddittoria, Francesco rimpiange un passato pulito in cui era ancora felice, in cui era facile per lui sentirsi se stesso prima di diventare irriconoscibile: un marito fedifrago e un colluso. Per questo il passato è una minaccia da non ricordare, uno specchio che non va sondato perché mostra un’immagine migliore che non ti rappresenta più. Ma a sporcare quel riflesso, a lordare il passato, non è stato il destino, l’inevitabile passare del tempo che ci condanna tutti, ma le scelte di Francesco, che da quel vecchio solco ha deciso di scostarsi. Non c’è nessun piatto moralismo, nessun giudizio sommario ad inchiodare Salvador, ma è evidente che Francesco è un uomo che ha sbagliato e che ora si trova coinvolto in questioni più grandi di lui dalle quali difficilmente riuscirà ad uscire come se niente fosse. Il motivo per cui non può farci compassione, però, è la rassegnazione, a tratti compiaciuta, a quell’errore, l’insistere nel raccontare a se stesso, per mantenere ai suoi occhi la rispettabilità che gli altri gli tributano, che è così che va il mondo. Lentamente, ma inesorabilmente, Francesco si trasforma in un cinico di quelli più spietati. “Non sei scemo. Se lo fossi potrei perdonarti. Sei intelligente. Solo che la testa la usi male” lo rimprovera la moglie. Nonostante il progressivo inaridimento, però, Salvador rimane un personaggio problematico e per questo estremamente interessante: circondato da un’opulenza che quando va bene è impermeabile al mondo esterno e nei casi peggiori sfoggia un’ignoranza cattiva che mette i brividi, prova nostalgia per il suo passato personale e questo sentimento può esser indice di un senso di colpa più generale; come lo scheletro antico ritrovato da zio Tarciso nel terreno di sua proprietà, il passato riemerge nella mente di Francesco, ingolfata di ricordi, come un rimosso impossibile da ignorare, come un barlume di coscienza.  

Nel romanzo sono presenti, ed è un vero piacere, alcune delle passioni e dei temi con cui Avoledo infarcisce le sue opere: la musica (sin dall’epigrafe-citazione dei Baustelle), i videogames, il rapporto tra un padre e dei figli piccoli. Ma soprattutto ritroviamo la sua capacità di descrivere in maniera penetrante le vicende e i pensieri della vita quotidiana, donando loro un valore per il solo fatto di essere umani. Esemplare, in questo senso, è la scena in cui Francesco si trova all’ospedale di Udine al capezzale del padre, fatta di allusioni, non detti e parole espressive di un sentimento commovente nella sua qualità comune e condivisa. In questo episodio, come in quello del museo, un altro dei momenti più riusciti del romanzo, troviamo un mondo capace ancora di sprazzi di umanità, di piccole gentilezze potenti nella loro insignificanza per i destini generali. Momenti che solo la grande letteratura sa illuminare.

L’ultimo giorno felice – Tullio Avoledo

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