Uno scavo archeologico porta alla luce ossa umane, ed è subito chiaro che non si tratta di reperti preistorici: fori di proiettili e segni di tagliole sono evidentemente piuttosto recenti, e l’esumazione dei resti porta alla drammatica conclusione che si tratti di tre cadaveri differenti. Purtroppo per Kim Stone il terreno sul quale avviene il ritrovamento è a cavallo di due giurisdizioni, e così la caparbia detective si ritrova suo malgrado a collaborare ad una task force congiunta con il detective Travis, ex collega con il quale condivide un episodio del passato non chiaro e vecchie ruggini. Mentre Kim indaga a fatica nell’ambiente alto borghese dei proprietari terrieri, la sua squadra dovrà trovare una nuova coesione per far fronte a una serie di crimini di odio.

A guardare le foto di Angela Marsons si ha l’impressione di trovarsi davanti a una signora implacabilmente inglese di mezz’età, dall’aria gentile e vagamente cinica: una di quelle signore che potresti indifferentemente pensare occupata a potare le rose, spettegolare in parrocchia o avvelenare il marito. E la scrittura della Marsons è un po’ così: molto anglosassone, dallo stile sobrio, chirurgica nel raccontare una vicenda che – rispetto ai precedenti romanzi – cambia però le carte in tavola sia nei contenuti che nella struttura narrativa.

Fino ad ora i moltissimi lettori sono stati abituati a vedere Kim lavorare con la solita consolidata squadra, che grazie alla capacità dell’autrice di caratterizzare i personaggi è diventata una sorta di famiglia virtuale che si segue con affetto e apprensione (pur sapendo che si tratta di personaggi di fiction, si è portati a seguire Bryant, Stacey e Kevin come se fossero persone reali, e forse lo sono di più di certe amicizie social, e si parla molto di social in questo romanzo).

In questa storia questo legame è temporaneamente scisso, e sia Kim che i suoi dovranno rimettere in dubbio dinamiche investigative e relazionali e trovare nuovi equilibri. Non tutto filerà liscio, ma è un’occasione per conoscere qualcosa di più di ognuno, ed è una scelta interessante e positiva, perché permette ad ciascuno dei tre fidati collaboratori di uscire dall’ombra di Kim Stone, di crescere, evolvere e acquistare autonomia: elementi importanti per una scrittrice che ha trovato nella serialità una dimensione nella quale si muove perfettamente a suo agio, fino ad ora senza cadute di stile, rinnovandosi pur rimanendo fedele a sé stessa.

Ma ancora più importante è il cambiamento di prospettiva che in Le verità sepolte ci viene proposto. L’orizzonte delle indagini si amplia non tanto geograficamente, dato che si rimane comunque nel cuore di quell’Inghilterra profonda massacrata dalla crisi, a favore della Brexit e all’insegna del “Prima gli Inglesi”: l’indagine è un racconto serratissimo e in tempo reale sui crimini d’odio – omofobia, xenofobia, antisemitismo – ai tempi dei social, e mentre nei precedenti romanzi questi aspetti seppur sempre presenti erano più che altro di sfondo alle vicende umane di vittime e carnefici, nelle Verità sepolte sono l’asse portante del romanzo. Grazie al ritmo narrativo incalzante, i nostri protagonisti diventano il riflesso di un diffuso malessere sociale, quel senso di incredulità, di smarrimento e – perché no, di accerchiamento – di fronte a crimini tanto più inaccettabili quanto più inconsistenti sono le motivazioni. Rappresentano anche,  e per fortuna, la ferma determinazione civile a rifiutare la violenza – fisica o verbale che sia – e l’intolleranza, e mai come in questo caso l’happy ending finale è liberatorio e di grande soddisfazione (perché i  fondo anche i buoni hanno bisogno di vedere che i cattivi pagano, meglio se pesantemente, per i propri crimini).

Sulla struttura e sulla scrittura non c’è nulla da eccepire: Angela Marsons confeziona un prodotto impeccabile di altissimo artigianato, di ritmi perfetti e dalla scrittura lineare. Un romanzo che si legge velocemente con estrema piacevolezza, e con qualche spunto di riflessione.

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Le verità sepolte
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