La terapeuta - Helene Flood

Un thriller dal ritmo lento e cupo come una nevicata invernale. I rumori sono attutiti e le ombre si appiattiscono. La realtà è deformata o deformante? Esordio potente, quello della norvegese Helene Flood con il thriller La terapeuta!

Sono sempre stata brava nelle situazioni di emergenza sul lavoro – fornire il primo soccorso, gestire bambini fuori controllo, prendere taxi di corsa per raggiungere incidenti ed emergenze con adolescenti che avevano tentato il suicidio. So come rimanere calma. E’ uno dei miei punti di forza.  (pag. 46)

Sara e Sigurd sono una giovane coppia di trentenni, ognuno preso dalla propria professione. Lei, psicoterapeuta dell’età evolutiva, lui, rampante architetto. Non hanno ancora avuto figli e vivono nella vecchia casa dello zio di lui, che necessita una ristrutturazione radicale, ma alla quale sono entrambi molto affezionati. Organizzano un fine settimana di marzo in modo da avere un momento di relax da dedicare ai propri hobby: Sigurd andrà a pescare con il suo amico Thomas e Sara, dopo il lavoro, si dedicherà allo shopping. Il venerdì mattina presto, quindi, Sigurd esce di casa per raggiungere il capanno di pesca e saluta Sara con un bacio. Più tardi, lascerà un messaggio nella segreteria telefonica della moglie, rassicurandola di essere arrivato a destinazione. Da quella maledetta mattina, invece, scomparirà nel nulla e Sara vivrà l’incubo della ricerca, combattendo contro lo scetticismo delle forze di Polizia e la reticenza degli amici del marito. Ma cosa è successo davvero a Sigurd? Possibile che la Polizia arrivi a sospettarla solo perché, in un momento di stizza, ha cancellato il messaggio nella segreteria telefonica?

La sua mente, proverbialmente razionale e lucida, inizierà a vacillare quando si sentirà spiata in casa propria, tanto da avvertire inquietanti presenze. Una spirale di sconforto la avvilupperà così tanto da farla dubitare della propria sanità mentale. Possibile che nei suoi ricordi non ci sia il tassello mancante? Pensa, Sara, pensa…

Dirigo il mio sguardo alle immagini sfarfallanti mentre nel mio cinema interiore proietto la scena ancora e ancora. Scena Uno: Venerdì, ora di pranzo. Ho ascoltato il messaggio di Sigurd in segreteria. Mangio il mio panino al tonno. Guardo il gancio vuoto, ci rifletto. Penso: “Questo è strano”. Penso: “L’ha portato con sé? Non doveva passare a prendere Thomas stamattina presto?”. Taglio su un’altra scena: Sabato mattina. Guardo di nuovo il gancio vuoto prima di scendere di sotto e uscire. So che è successo questo. (pag. 65)

Uno dei punti di forza della scrittura thriller è quello di proporre atmosfere pacate, paesaggi quieti, atmosfere confortanti a contrasto con la paura e il brivido, perché tanto più un luogo o un personaggio appare rassicurante, tanto più violento sarà il deflagrare dell’onda d’urto dell’azione criminosa.

Per Sara, come per tutti, la casa è la comfort zone per eccellenza, il luogo dove ci si sente più a proprio agio, dove si vivono gli affetti e si alimentano i ricordi. Una violazione di quegli spazi, fisici ed emotivi, scatena una completa destabilizzazione.

La bravura della Flood risiede proprio nel costruire e distruggere non solo l’atmosfera familiare, pregna di piccole e tenere consuetudini, ma anche le razionali certezze di una professionista, avvezza all’analisi della mente umana e delle relazioni.

Minare la salute psico-fisica di chi è deputato a confortare e proteggere, rappresenta la catarsi nella quale l’Autrice trascina la protagonista. Cadere per rialzarsi, capire per evolvere, elaborare per ricostruire, accettare per perdonare.

Ma non è di alcuna utilità lasciare che la paura prenda il sopravvento. Si tratta di rimanere composti; di tentare di capire. Spesso ci si rende conto di sapere molto, se solo ci si fermasse a riflettere per un istante. (pag. 201)

Fin tanto che la protagonista brancola nel buio della propria anima, l’azione si svolge durante il rigido inverno norvegese; appena arriva il disvelamento, un caldo sole di maggio la coglie mentre sta piantando margherite africane in giardino. Freddo-paura, gelo-apatia, sole-rinascita sembrerebbero similitudini troppo banali per un impianto di raffinato romanzo psicologico, se non si fosse mai affrontato l’inverno sub-artico. Dopo aver assaggiato la quarantena e il confinamento domestico dei nostri tempi pandemici, vi assicuro che la sensazione che lascia è identica. Si vive in un tempo sospeso che anela al calore del primo raggio di sole oltre l’orizzonte.

La similitudine, quindi, non è solo calzante ma anche potente.

Nella caccia invernale alle tracce di Sigurd si muovono tanti personaggi, dai contorni sfumati come la bruma del mattino: il diffidente Gundersen, a capo delle indagini; l’altezzosa Margrethe, la madre di Sigurd; Annika, l’indaffaratissima sorella maggiore di Sara, unica fortezza in ogni sventura; gli sfuggenti Thomas e Jan Erik, gli amici di Sigurd; Vegard, il pittoresco padre di Sara; i problematici Christoffer, Vera e Trygve, i suoi pazienti.

Helene Flood, da valente psicologa qual è realmente, conduce il lettore nei meandri della mente di Sara, tenendolo saldamente per mano. Anche quando ci si vorrebbe svincolare da quella stretta e correre più velocemente verso la fine del romanzo, lei è lì che ti sussurra di aspettare, di riflettere ancora sui dettagli e di goderti il momento in cui troverai l’uscita dal labirinto.

Entrando nell’incubo con Sara il 6 marzo, ne uscirete una domenica di maggio. Ma, come lei, non sarete più gli stessi.

Focalizzo lo sguardo, fissando casa Winge. Poi cambio punto di fuoco, vedo solo me stessa e lo studio vuoto dietro di me, soltanto una traccia della stanza nell’immagine a specchio riflessa dal vetro. Ed è quando sposto di nuovo la focalizzazione che mi viene in mente, ed è come se tutta l’aria fosse stata risucchiata fuori dalla stanza. Per un lungo, gelido istante rimango lì, tenendo lo sguardo fisso tra i due punti di fuoco, e vedo entrambe le parti in simultanea, il giardino fuori e io qui nello studio. E mi rendo conto di sapere. E che nessuno a parte me ci arriverà mai. (pag. 257)

NOTE DELLA ROSSA: Ogni volta che leggo un thriller, purtroppo le mie due anime ingaggiano una lotta senza quartiere: la lettrice cerca di procedere spedita per godersi il colpo di scena finale, la scrittrice è tutta presa a scoprire i piccoli indizi disseminati nella narrazione e rallenta a sottolineare, perdendo, ahimè, il gusto della lettura.

Succede il miracolo solo quando le due me sono soddisfatte e allora scatta la sincera ammirazione per lo scrittore che riesce a sorprendermi con un finale pazzesco. Grazie, Helene Flood, per il bel viaggio!

INCIPIT:

Venerdì 6 marzo: Il messaggio – Fuori era buio quando li se ne andò. Mi svegliai nell’istante in cui si sporse sopra di me e mi baciò sulla fronte. “Io vado” sussurrò. Ancora mezza addormentata, mi voltai. Aveva il cappotto e la borsa appena a tracolla. “Okay” mormorai. “Torna a dormire” disse. Udii i suoi passi sulle scale, ma dovevo essermi addormentata di nuovo prima che la porta si chiudesse alle sue spalle.

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La terapeuta
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La terapeuta
  • Flood, Helene (Author)