La regola del lupo - Franco VanniDopo “Il clima ideale” (Laurana, 2015) e “Il caso Kellan” (Baldini&Castoldi, 2018), è appena uscito il terzo romanzo di Franco Vanni, milanese classe 1982, scrittore e cronista giudiziario de “la Repubblica”. Griffato ancora Baldini&Castoldi (dal giugno 2017 proprietà de “La nave di Teseo”), si intitola “La regola del lupo”.

Il plot è quello di un giallo classico, vagamente britannico, che richiama il sottogenere poliziesco noto come “mistero della camera chiusa”, nel quale un delitto (di cui interessa comprendere il “come” e il “perché” prima ancora del “chi”) viene compiuto in luoghi isolati e in circostanze insolite e misteriose.

È l’alba. I primi chiarori del mattino si apprestano a illuminare e colorare l’oasi di pace del lago di Como, che ancora sonnecchia in acque immobili e scure. L’idillio viene infranto da due schioppettate secche, che echeggiano tra Pescallo e Bellagio. La vittima viene trovata riversa bocconi nel tender della sua barca a vela. Si tratta di Filippo Corti, detto “Il Filippino”, faccendiere della Milano da bere degli anni Novanta, freddato da due colpi di rivoltella proprio nel giorno del suo quarantesimo compleanno.

«Le gambe ingombravano quasi per intero il canotto. Le braccia pendevano in acqua, oltre il tubolare di prua. La testa, china e rivolta in giù, era sfondata sulla nuca. Il sangue impregnava i capelli, colava lungo il collo, ricopriva come una pellicola la tempia e parte della guancia […] Il liquido rosso, già scuro e in parte rappreso, sporcava anche il fondo del tender. E in mezzo a quel fluido denso era posata una rivoltella Colt Python».

Quel ramo del lago di Como (direbbe Manzoni) rappresenta i luoghi dell’infanzia di Steno Molteni, giornalista del settimanale di cronaca nera “La voce”. Tocca dunque a lui occuparsi di questo caso, in apparenza semplice perché il novero dei sospettati è ristretto alle sole tre persone che si trovavano in barca con la vittima. Tutti individui uniti da forti legami col “Filippino”, tanto da far parte della ristretta cerchia di amici invitati a festeggiare in modo così intimo il suo quarantesimo compleanno, ma al tempo stesso tutti con qualche remoto motivo di risentimento nei suoi confronti.

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Il caso non è allora così semplice, perché – come in qualsiasi giallo che si rispetti – l’apparenza inganna, e l’indagine svelerà poco alla volta aspetti ambigui, fuorvianti e più complicati del previsto. È così che il romanzo acquisisce uno spessore psicologico di tutto rispetto, dipanandosi attraverso la conoscenza e l’approfondimento dei numerosi personaggi che ruotano attorno a questo delitto, a partire dalla vittima stessa, «figlio di puttana» di umili origini, che ha saputo travolgere qualsiasi ostacolo pur di arricchirsi, ai tre sospettati: il suo miglior amico nonché avvocato Marco Michelini, il ricco amico d’infanzia Andrea Castiglioni e l’ex fiamma Priscilla Odescalchi.

Svelando poco alla volta le personalità dei tre sospettati e i loro passati rapporti con la vittima, l’autore quasi sfida pagina dopo pagina il lettore a indovinare chi sia l’assassino.

Oltre alla vittima e ai sospettati, importanti sono anche i personaggi che rappresentano l’altra faccia della medaglia, cioè gli inquirenti, come il pubblico ministero napoletano Ciro Capasso col vizietto dell’alcol, il Maresciallo dei Carabinieri quasi in pensione Salvatore Cinà, detto Lupo, e il suo tirapiedi l’appuntato Sala, senza voler escludere l’amico del maresciallo, il signor Barzini, e il figlio del Cinà, detto Scimmia, amico di lungo corso del protagonista Steno Molteni. Un personaggio, Steno, che sospettiamo in parte autobiografico, e che è quanto di più diverso dal protagonista-tipo offerto abitualmente dal panorama giallo/noir, vale a dire un investigatore duro, disilluso, scaltro e burbero. Steno Molteni è invece un cronista, semmai giovane, inesperto, quasi un “fighetto” nella Milano di quegli anni, tanto che vive nella stanza 301 dell’Albergo Villa Garibaldi dove fa il barman part-time, e gira con una Maserati Ghibli del 1970 che un suo amico che si è trasferito a Singapore gli ha temporaneamente affidato. Nonostante questo, in un giallo leggero e dalle tinte chiare, il personaggio di Steno funziona non meno degli altri, e quindi piuttosto bene.

Tra le righe del romanzo non dovrebbe sfuggire una sottile analisi sociale che in modo velato contrappone il modello effimero dell’ambizione sfrenata, della spregiudicatezza e del cinismo finanziario di Filippo Corti, a quello più tradizionale e istituzionale, più onesto e responsabile del maresciallo Cinà, forse non a caso (e simbolicamente) prossimo al pensionamento. Il primo sembra l’immagine quasi iconica di un autentico vincente, eppure si tratta di una giovane vittima col cranio sfondato dentro un canotto; il secondo appare assai più grigio del primo, tuttavia gli sopravvive e potrebbe condizionarne perfino la memoria futura. Chi è allora il vero vincente?

Sempre tra le righe è possibile scorgere una vena ironica e tagliente che l’autore riserva alle piccole invidie tutte italiane tra differenti istituzioni, o tra colleghi di impari grado. Accade ad esempio quando il carabiniere Cinà appella come “minchione” il figlio, in quanto poliziotto, o ancora quando i carabinieri locali fanno sfoggio di rivalità provinciale sfottendo gli “imbianchini” dei reparti speciali del RIS: «vengano pure a giocare al piccolo chimico, poi sulla barca ci saliamo noi e la ribaltiamo per bene».

In conclusione ci è parso un buon romanzo, appetibile soprattutto per gli amanti del giallo classico.

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La regola del lupo
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La regola del lupo
  • Franco Vanni
  • Editore: Baldini + Castoldi