Donato Carrisi esordisce come scrittore dal 2009, anno in cui con Il suggeritore si aggiudica il premio Bancarella. Il successo viene bissato nel 2011 da Il tribunale delle anime e poi, l’anno seguente, da La donna dei fiori di carta. Nel 2011, si aggiudica anche il prestigioso Prix SNCF du polar, categoria europea.

Oggi, a quarantasei anni, Carrisi conta al suo attivo più di dieci romanzi, ed è uno dei più popolari e apprezzati scrittori di thriller del panorama italiano. Nel 2018, la sua poliedricità lo ha portato ad assicurarsi anche il David di Donatello come miglior regista esordiente per La ragazza nella nebbia, tratto dal suo omonimo romanzo datato 2015.

L’uscita della sua ultima fatica letteraria La casa delle voci era quindi accompagnata da forte attesa e grandi aspettative, come dimostra anche il tour di presentazione che lo scrittore ha intrapreso, a ritmo serrato, in tutta Italia, a partire dal 2 dicembre 2019 a Bologna .

Come era lecito attendersi, ci troviamo di fronte a un thriller, a un romanzo, che non ha nulla di scontato, né di prevedibile. Anzi, l’autore sembra divertirsi a porci di fronte, un po’ come da sua tradizione, a un elegante e sfuggente gioco di specchi.

Pietro Gerber è uno psicologo infantile, eppure sembra che proprio nel suo passato di bambino si nasconda qualcosa. Hannah Hall, una sua nuova, misteriosa paziente che arriva dall’Australia, è una giovane fragile, a tratti però pare esibire anche insospettabili doti di manipolatrice.

Gerber è un padre che non ha ancora smesso di essere figlio. È protagonista del romanzo, ma spesso gli eventi lo relegano al ruolo di comprimario. La sua Firenze, in cui porta avanti con successo la propria carriera professionale e si sforza ogni giorno di contribuire a costruire la propria serenità familiare, gli svela angoli oscuri, tenebrosi, insospettati.

Una narrazione asciutta ed ellittica, che spesso allude e mostra senza spiegare, appassiona e incuriosisce il lettore, introducendolo, pagina dopo pagina, a un mistero che si fa sempre più fitto. Perché Hannah Hall ha scelto proprio Gerber per scavare più a fondo nel suo passato di bambina, attraverso l’ipnosi? Cosa si aspetta e cosa ha paura di trovare?

Le pagine migliori sono forse proprio quelle in cui si raccontano le sedute di psicanalisi, trovandoci ora dalla parte del terapeuta, ora da quella del paziente. Il ritmico cambiamento di punto di vista, di tono e di sguardo che ne consegue costituisce la spina dorsale narrativa del romanzo, e ne sottolinea i momenti fondamentali.

Un indizio dopo l’altro il lettore si trova a vestire i panni di Pollicino avvicinandosi, un piccolo passo alla volta, alla soluzione dell’enigma, o meglio, degli enigmi. Perché a mano a mano che la storia procede, è sempre più difficile distinguere la storia di Pietro da quella di Hannah. Le corrispondenze sono troppe, ed è sempre più inverosimile pensare che si tratti soltanto di coincidenze.

Il sapiente uso dei flashback, così come una divisione netta dei capitoli in vere e proprie scene, porta a una scrittura dal taglio molto visuale, potremmo dire cinematografico. Anche le pagine più riflessive, di fatto, tendono a tramutarsi in una diversa forma d’azione, che ha per teatro un mondo interiore e non esteriore.

Una realtà personale, ma che appare vivida, concreta, vibrante. Ed è forse soprattutto in quella realtà dei sogni e del ricordo che vanno ricercati, con pazienza e coraggio, gli indizi e le prove che potranno portarci, finalmente, con una grande sorpresa finale, alla soluzione del caso.

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La casa delle voci
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