Vincitrice della seconda edizione del Concorso letterario Thriller Café, nella sezione racconti brevi, ospitiamo oggi al Francesca Santi per un’intervista sul suo percorso da scrittrice emergente.

[D]: Ciao Francesca, benvenuta al Thriller Café. La nostra classica domanda di apertura: chi è Francesca nella vita e come scrittrice?
[R]: Innanzitutto, grazie per questa intervista: sono contentissima di essere vostra ospite. Mi chiamo Francesca e sono una scrittrice: non ho usato questa formula da Alcolisti Anonimi a caso… il fatto è che la scrittura per me è una sorta di dipendenza. Dopo la laurea, ho provato a insegnare in una scuola pubblica per un breve periodo, ma ho capito subito di non avere la vocazione e di non essere un tipo da posto fisso, dunque mi sono rimessa a studiare: sono diplomata in fumetto e sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze e ho seguito innumerevoli corsi di scrittura per cercare di perfezionare il mio stile. Scrivo per la maggior parte della giornata, ma non sono una persona metodica – è il mio difetto fatale – per questo ci sto mettendo più del previsto a completare due progetti a cui sto lavorando già da tempo: un romanzo e una raccolta di racconti.

[D]: C’è chi scrive perché vuole mettersi in gioco, chi per trovare un pubblico, chi perché deve riversare su carta quello che ha dentro. Perché scrive Francesca?
[R]: Come ho già accennato, per me scrivere è una necessità e quando non riesco a farlo sto male. Il 2019 è stato un anno nefasto per me: ho avuto problemi di salute e mio padre – uno dei miei più grandi sostenitori assieme a mia madre – è venuto a mancare a settembre. Sono riuscita a stare un po’ meglio soltanto quando ho ritrovato la forza di trasformare in racconti le ultime idee che avevo abbozzato sulla mia Moleskine. Mi piacerebbe che le mie storie trovassero il loro pubblico: tutti gli scrittori lo desiderano, quelli che dicono il contrario… be’, mentono! Tuttavia il mio pensiero a riguardo coincide con quello di Stephen King: bisogna scrivere in primis per il piacere di farlo, il resto viene dopo.

[D]: Parlaci un po’ del tuo racconto: com’è nato? C’è qualcosa da cui hai preso spunto?
[R]: L’ispirazione per “Turno di Notte” mi è venuta guardando un celebre quadro di Edward Hopper: “I Nottambuli”. Mi sono posta svariati “E se…?” mentre elaboravo la storia, come faccio sempre quando un’idea si affaccia alla mia mente: “E se non ci fosse un uomo dietro al bancone ma una donna fragile?”, “E se i pochi clienti se ne andassero alla spicciolata lasciando la cameriera da sola con una persona pericolosa?”, “E se la ragazza fosse vittima di uno scambio d’identità e non sapesse come dimostrarlo?”. Mi diverte molto costruire storie partendo da un’immagine fissa e interrogandomi su come trasformarla in qualcosa di dinamico.

[D]: E’ stato difficile scrivere un racconto veramente breve? (il limite era 8.000 battute)
[R]: I racconti brevi sono i più complessi da costruire, ma sono anche quelli che mi danno maggiore soddisfazione. È stato piuttosto facile scrivere “Turno di notte” perché ho investito molto tempo nella progettazione: quando l’ho cominciato i punti da sviluppare erano già tutti nella mia testa,  avevo un’idea precisa di quali elementi avrei dovuto inserire e, durante la rilettura, ho cercato di spogliarlo di tutti gli orpelli. Spesso gli scrittori – ed io non faccio eccezione, anche se sto cercando di migliorare – hanno la tendenza a infarcire le loro opere di virtuosismi inutili, ma anche grazie alla mia formazione da sceneggiatrice sono convinta che non ci sia frase più vera di “less is more”… ciò che conta davvero è la storia.

[D]: Hai un eccellente curriculum in vari concorsi letterari. Cosa ne pensi dei concorsi in genere?
[R]: Credo che i concorsi siano un’ottima palestra per un aspirante scrittore: non sono soltanto un modo per confrontarsi con altri autori, ma anche un espediente per imparare a darsi delle scadenze. Ho notato spesso che chi scrive – e anche qui, ahimè, non posso che ritenermi colpevole – passa molto più tempo a parlare di scrittura che a mettere le sue idee su carta: un concorso ti obbliga a terminare un racconto, un romanzo o una sceneggiatura entro una deadline precisa, obbligando l’autore a organizzare il lavoro in funzione di una determinata data, per questo credo che sia fondamentale mettersi in gioco, soprattutto quando si è un po’ dispersivi come la sottoscritta.

[D]: Al nostro hai superato molti altri scritti di altri bravi autori; cosa hai pensato quando hai visto i risultati?
[R]: Sono tuttora al settimo cielo: seguo da tanto Thriller Café, ne apprezzo i contenuti e ho letto molti dei libri recensiti… essere scelta da una giuria di grande qualità fra tanti altri autori, di certo validissimi, è una gratificazione enorme che mi spinge a rimboccarmi le maniche per continuare a migliorarmi.

[D]: A breve uscirà un’antologia con i migliori scritti selezionati dalla giuria: cosa ti aspetti da quest’opera?
[R]: Sono impaziente di avere tra le mani il libro: è sempre un’emozione vedere il proprio lavoro pubblicato. Leggerò sicuramente anche gli altri racconti selezionati: sarebbe fantastico riuscire a organizzare una serie di presentazioni coinvolgendo tutti o parte degli autori per far conoscere l’opera a quante più persone possibili.

[D]: Stai scrivendo qualcosa in questo periodo? Progetti futuri?
[R]: Sono al lavoro su una raccolta di racconti horror e su un romanzo che si può definire un thriller di formazione: confido di terminarli entrambi entro tre mesi. In passato ho lavorato nel fumetto e vorrei completare “Alo del Vento”, una saga di cui è stato pubblicato il primo volume in Belgio, per proporla in Italia, ma uno dei progetti che coccolo da tempo è cimentarmi anche in una sceneggiatura cinematografica.

[D]: Un momento per te per dire qualcosa prima dei saluti.
[R]: Mentre rispondevo alle domande, ho ripensato con nostalgia ai miei primi lavori: “Loumyx”, un fumetto che in Francia è alla terza ristampa, ma che in Italia non è mai arrivato; “Nelle lande dei giganti”, un’opera che vinse il Lucca Project Contest nel 2010, ma che fu stampata in tiratura limitata; “Le fate in fondo al giardino”, un racconto per bambini passato sotto silenzio, ma soprattutto “Histoire Noire”, un romanzo ambientato nella Los Angeles degli anni ’30 che ho scritto sotto lo pseudonimo di Norman Evans… La vita dei libri è troppo breve e se non si riesce a dar loro visibilità nei primi mesi dopo l’uscita spesso cadono nel dimenticatoio: se potessi esprimere un desiderio, chiederei una seconda chance per queste opere.

[D]: Grazie per essere stata con noi, Francesca.
[R]: È stato un piacere! Spero di avere presto l’occasione di fare un’altra chiacchierata con voi.

Francesca Santi nasce a Livorno nel 1978, città dove tuttora vive e lavora.
Dopo essersi diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, si laurea a Pisa in Letteratura Francese.
Dal 2008 al 2014 si dedica quasi esclusivamente alla sceneggiatura: vince Lanciano nel Fumetto con la storia breve “Senza parole”; pubblica la miniserie “Loumyx” con la casa editrice francese Clair de Lune; la graphic novel “Nelle lande dei giganti” con BD (vincitrice del Lucca Project Contest nel 2010) e il primo volume della saga “Alo du Vent” con Sandawe.
In seguito, scrive il suo primo romanzo – Nel Loft – che ottiene una menzione speciale per la regione Toscana al premio La Giara; pubblica il thriller “Histoire Noire” con Genesis Publishing (sotto lo pseudonimo di Norman Evans) e il libro per bambini “Le fate in fondo al giardino” con Apollo Edizioni.
È finalista all’edizione 2019 del premio Il battello al vapore, promosso da Piemme, con “A tutto gol”, ancora inedito e pubblica storie brevi su varie antologie (tra le quali “Horror Storytelling” della Watson Edizioni) e, di recente, alcuni suoi racconti sono apparsi su “Malgrado le mosche” e su “Narrandom”.

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