Il silenzio dell’acqua” (sottotitolo “Il prezzo da pagare”) nasce come trasposizione letteraria dell’omonima serie televisiva prodotta da Mediaset. È l’ultimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore Adriano Barone, insegnante presso la Scuola internazionale di Comics di Milano, nonché firma abbastanza nota tra gli amanti del fumetto e della graphic novel (vincitore del Premio Boscarato) e dei racconti di genere horror e new weird.

La prima stagione della suddetta fiction, ideata da Jean Ludwigg e Leonardo Valenti, diretta da Pier Belloni e interpretata da Ambra Angiolini e Giorgio Pasotti, aveva riscosso un discreto successo, abbastanza da renderne prevedibile un seguito. Così, a cavallo tra Novembre e Dicembre del 2020, è arrivata sugli schermi la seconda stagione, accompagnata da una piacevole sorpresa: il romanzo di Barone, appunto, edito da Mondadori e ispirato alle vicende della serie stessa.

Si tratta di un thriller-poliziesco adrenalinico, ambientato a Castel Marciano, un borgo friulano immaginario e molto suggestivo, nella provincia di Trieste. Una cittadina affascinante e a misura d’uomo, dunque, tra i cui abitanti però serpeggiano inaspettati retroscena carichi di rancori, tradimenti e gelosie mai sopite.

La storia inizia proprio dove la prima stagione della fiction era terminata, rappresentando di fatto una sorta di spin-off della stessa (sebbene la trama sia del tutto comprensibile, anche senza conoscere la serie). Si parte infatti con il processo contro la diciassettenne Grazia Livon, unica sospettata dell’omicidio della giovane amica Laura Mancini. All’udienza si è giunti grazie alle ficcanti indagini del vicequestore Andrea Baldini (il cui figlio adottivo Matteo è stato coinvolto in relazioni sentimentali con entrambe le ragazze) e grazie all’efficienza e all’intuito femminile di Luisa Ferrari, punta di diamante della squadra omicidi della Mobile di Trieste.

Un caso, quello, che ha fatto emergere la presenza di un male indicibile, il lato oscuro della piccola comunità di provincia. Un caso che ha minato dalla fondamenta le illusorie certezze dietro cui hanno sempre trovato riparo gli abitanti della cittadina friulana. Ma proprio ora che l’orribile vicenda sembra prossima a un epilogo, qualcosa va storto. L’udienza si apre infatti con una sorprendente dichiarazione spontanea dell’accusata, che si proclama innocente. Le sue parole minacciano di compromettere la già tormentata indagine.

Non è un caso se Andrea Baldini odia le aule di tribunale, dove insieme agli accusati vengono giudicati anche gli inquirenti e la solidità delle prove che sono stati in grado di produrre.

Se ciò non bastasse, ecco che una nuova serie di aggressioni e delitti torna a sconvolgere Castel Marciano proprio mentre Grazia si trova alle sbarre, in custodia cautelare presso il carcere minorile femminile. Chi c’è allora dietro quest’incubo? Si tratta di un nuovo caso, o degli strascichi del primo? Grazia Livon – che il vicequestore non riesce a credere così diabolica come vorrebbe l’accusa – è davvero responsabile dei gravi crimini che le vengono attribuiti?

La coppia di investigatori torna a indagare sui nuovi casi con le consuete differenze di temperamento, di approccio e di metodo. Luisa è razionale e cinica, disillusa e razionale, mentre Andrea appare più ingenuo e insicuro, fondamentalmente un buono.

Val giusto la pena ricordare che – in un lavoro del genere – se il lettore (almeno quello che ha visto la serie televisiva) può essere facilitato da una conoscenza pregressa e visiva (per esempio ha già dato un volto ai personaggi), l’autore al contrario ha dovuto svolgere un compito alquanto insidioso, cioè lavorare su personaggi già esistenti di cui non era direttamente creatore. Opinione di chi scrive è che vi sia riuscito piuttosto bene, scomparendo dietro i personaggi stessi, rispettandone la caratterizzazione e adeguando la scrittura al mood narrativo della sceneggiatura complessiva, alla quale ha di certo lavorato insieme agli autori.

A questo riguardo va detto che, in un contesto generale di mistero e suspense, lo stile della scrittura risulta abbastanza asciutto, mentre la narrazione – che si avvale di un narratore esterno onnisciente – appare scorrevole e lineare, non tanto basata sui colpi di scena tipici di una classica narrativa poliziesca, quanto sulla sovrapposizione e l’intreccio di due elementi portanti, quali la realtà brutale (da incubo) dei crimini, e l’equilibrio mentale dei protagonisti, già minato dai fantasmi che popolano le loro vite. Questa (introspezione psicologica dei personaggi) è la ragione per cui, a nostro avviso, “Il silenzio dell’acqua” si può etichettare come thriller psicologico, oltre che come legal-drama e giallo-noir-poliziesco.

Da questo punto di vista  abbiamo scorto anche un richiamo alla letteratura e alla filmografia gialla nordica, in particolare quella di stampo scandivano, di cui il romanzo e la serie riproducono le atmosfere opache e malinconiche tipiche di quel genere di produzioni (pensiamo a “Broadchurch”, o a “The Bridge”); atmosfere che ben si sposano con la location (provinciale e imperscrutabile) in cui sono ambientati.

In conclusione ci pare di poter dire che questo romanzo sia un buon prodotto cosiddetto crossmediale, cioè nato dall’incrocio tra diversi media e forme espressive. In Italia la crossmedialità è ancora poco sviluppata e viene osservata con qualche sospetto. Quale che sia l’opinione di ognuno a questo riguardo, dovremmo tener conto del fatto che mentre da noi queste espressioni e questi contenuti possono avere il sapore di una nuova frontiera o di qualcosa di futuribile, all’estero si vanno affermando da tempo e sono già molto fruibili.

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Il silenzio dell'acqua. Il prezzo da pagare
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