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Il ritorno del maestro di danza – Henning Mankell

| 4 maggio 2009 | Lascia una deposizione
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il ritorno del maestro di danza - mankellUno dei migliori 50 scrittori di gialli e thriller secondo il Times, Henning Mankell recensito oggi al Thriller Cafè.

Titolo: Il ritorno del maestro di danza
Autore: Henning Mankell
Editore: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2007
Traduttore: G. Puleo
Pagine: 491

Trama in sintesi:
Herbert Molin, ex poliziotto in pensione, viene ucciso nello Härjedalen, nord della Svezia. Impronte di sangue che sembrano tracciare i passi del tango. Stefan Lindman, ispettore della polizia di Boràs, scopre indagando l’inquietante passato nazista di Molin, un tempo suo collega. Dalla Svezia alla Germania e all’Argentina, la sua inchiesta ripercorre un pezzo doloroso della nostra storia. Lo attende una rivelazione sconvolgente, oltre all’amara consapevolezza che la follia che per anni devastò l’Europa non è affatto sepolta.

“Il pubblico europeo finirà per accorgersi che la maggior parte di questi libri è mediocre.” Parola di Kjell Ola Dahl, scrittore norvegese tra i più acclamati e tradotti nel resto d’Europa, a proposito del nuovo fenomeno della crime novel: il successo dei gialli scandinavi. E se lo dice lui…
In un articolo intitolato I thriller venuti dal freddo (da cui ho tratto la citazione), Patrick Raynal, editore francese di romanzi noir, viaggia tra Norvegia, Svezia e Islanda, per incontrare i giallisti più famosi e chiedere loro: come mai i gialli scandinavi stanno vivendo questo successo travolgente?
Dopo la lettura de Il ritorno del maestro di danza di Mankell, pubblicato da Marsilio, mi pongo anch’io una domanda simile: come può un’opera del genere, lunga, inconcludente, maldestra, che non è nemmeno un giallo, avere tanta eco?
Nel pezzo di Raynal gli scrittori intervistati – si va dall’acuto Staalesen ai mostri sacri Sjöwall e Wahlöö – danno risposte diverse, a volte piene di ulteriori dubbi. Un elemento che le accomuna può essere nelle parole di Staalesen, che ripercorre le origini del boom del giallo in Norvegia:
“Allora eravamo già in molti a voler scrivere polizieschi, in parte spinti dall’amore per i grandi autori americani, ma soprattutto perché questo genere letterario ci sembrava il più adatto per parlare del mondo contemporaneo da un punto di vista critico.”
Ecco, ne Il ritorno del maestro di danza il punto di vista critico non c’è. A dirla tutta, non c’è nemmeno il mondo contemporaneo.
C’è un poliziotto depresso, topos del “giallo nordico”. Ci sono grandi distanze e percorsi interminabili; notti lunghe; foreste che attutiscono i suoni dei delitti e inghiottono gli assassini; corpi di polizia provinciali, informali, che si aiutano tra loro e amano/odiano le ingerenze “importanti” della capitale. Questi sono elementi di “novità” del giallo nordico, che lo rendono affascinante e che impreziosiscono la lettura. Ma rischiano di depistare il lettore.
La bellezza de Il ritorno del maestro di danza, infatti, si esaurisce in queste premesse.
“Mankell ha portato all’estremo la tendenza a soffermarsi sulla vita privata dei suoi personaggi invece che sull’indagine criminale. Il risultato sono romanzi grandi come un elenco del telefono e altrettanto noiosi“. Un ritratto calzante per il romanzo in questione, a cui vanno aggiunti l’inconsistenza dell racconto delle indagini, l’assenza di tratti psicologici credibili di tutti tranne che del protagonista Lindman, a sua volta di un’ingenuità spaventosa.
Va bene, onoriamo i luoghi comuni e ammettiamo che, tra una notte perenne e una bistecca di renna, nella ridente Svezia non ci siano crimini efferati e le tensioni sociali si riducano alle dispute per le siepi del vicino: anche credendo a questa favola, un poliziotto che spiffera i dettagli dei delitti e delle indagini a qualsiasi caro vecchietto e bella donna che incontri è davvero troppo.
Ci pensò un momento, esitante, poi sentì che era meglio dire la verità, senza nascondere nulla… una psicologia veramente troppo comoda per poterla considerare attendibile.
Il romanzo prosegue così imperterrito per pagine e pagine e pagine. Dove non si parla del cancro di Lindman (tranquilli, nessuno spoiler, ne veniamo informati a pagina DUE) e della morte che egli vede ossessivamente proiettata su ogni cosa, assistiamo a:

  • indagini maldestre (memorabile la scoperta copernicana che forse non è il caso di urlare strategie segrete accanto alla finestra aperta del piano terra);
  • tavole rotonde con vicini di casa e passanti;
  • lampi di genio planati dal cielo;
  • una galleria di personaggi che dovrebbero essere assi nella manica, ma in realtà sono “maggiordomi”, colpevoli annunciati, in una costruzione dell’intreccio sciatta che non può sorprendere un lettore di gialli – a meno che, ovvio, non ci si sorprenda del successo dell’opera.

Anche gli elementi “succosi” del romanzo si sgonfiano presto. Il lato oscuro di una società, quello che poteva diventare la critica di una realtà, è rappresentato da dei figuri loschi quanto i nazisti che inseguono i Blues Brothers.
Il delitto efferato che apre il romanzo resta sospeso, e l’autore non si premura di spiegarci il perché di alcuni particolari truculenti buttati lì e poi dimenticati. Qui leggo un altro passo maldestro: a mio parere, una delle ragioni del successo dei gialli scandinavi è la loro atmosfera rarefatta, tanto diversa da quella dei thriller americani grondanti sangue e perversione. L’inserire dettagli morbosi in un delitto per poi farli passare sotto silenzio è l’ulteriore prova che il gore non è nelle corde nordiche.
Parliamo dell’assassino: dopo aver ideato nei minimi dettagli un delitto capolavoro,  si perde qualche venrdì e inizia a seminare tracce così, per la gloria. Va bene tutto, i suoi movimenti confusi sono uno dei pochi elementi di suspence del romanzo. Ma andando avanti, ta-daan! Ecco a voi il classico sequestro di persona ai danni del buono, per potergli somministrare lo spiegone che mette tutto al posto giusto. Perfino il motivo ispiratore di tutto, la famosa ragione della vendetta, unica componente di mistero in un romanzo tanto scontato, risale a un delitto mal descritto e mal spiegato, sciocco, improbabile.
Il ritorno del maestro di danza non è Wallander, certo – l’amato Wallander. Ma è anche, in ordine di tempo, una delle ultime opere scritte da un autore che si suppone essere ormai esperto.
Stilisticamente parlando, solo un romanziere sopraffino può convincere a proseguire in una lettura del genere: Mankell ha tecnica, e si vede. Purtroppo, però, Il ritorno del maestro di danza è un giallo “vorrei ma non posso”, che affronta uno per uno i canoni del genere per sgonfiarli tristemente. Più che un giallo, potremmo considerarlo un romanzo noir, se non fosse che di nero, nei boschetti ameni dove gli assassini campeggiano beati e i poliziotti pensano alle proprie malattie, c’è ben poco. Grigiolino, magari… Il ritorno del maestro di danza: un romanzo grigetto.

[Citazioni da: “I thriller venuti dal freddo” di Patrick Raynal, pubblicato su “Internazionale” n.779 – anno 16]

Giulia Abbate

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