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Il padrino, di Mario Puzo: l’incipit




il-padrino-mario-puzoAlzi la mano chi non ha letto Il padrino, il capolavoro di Mario Puzo da cui è stato tratto l’omonimo film di Francis Ford Coppola. Bene, tutti quelli che hanno alzato la mano abbandonino il ThrillerCafe e non tornino fino a che non avranno rimediato. Ma nella mia magnanimità ecco un piccolo aiuto: l’incipit del romanzo (nella traduzione originale del 1971).
Una proposta che non potrete rifiutare. No?

Amerigo Bonasera sedeva nella III Sezione Penale della Corte di New York in attesa di giustizia; voleva vendicarsi di chi aveva tanto crudelmente ferito sua figlia e, per di più, tentato di disonorarla.
Il giudice, un uomo servero dai lineamenti pesanti, si arrotolò le maniche della toga nera, come se intendesse punire fisicamente i due giovanotti in piedi davanti al banco. Il suo viso esprimeva freddamente un maestoso disprezzo. In tutto questo, tuttavia, c’era qualcosa di falso che Amerigo Bonasera intuiva, ma non comprendeva ancora.
“Avete agito come la peggior specie di degenerati” disse aspramente il giudice. Sì, sì, penso Amerigo Bonasera. Animali. Animali. I due giovanotti, capelli lucidi tagliati a spazzola, viso tutto acqua e sapone in atteggiamento di umile contrizione, chinarono il capo in segno di sottomissione.
Il giudice continuò: “Avete agito come bestie selvagge in una giungla e siete fortunati di non aver abusato di quella povera ragazza, altrimenti vi avrei mandato in prigione per vent’anni”. Fece una pausa e gli occhi sotto le sopracciglia straordinariamente folte ebbero un lampo furtivo verso il volto olivastro di Amerigo Bonasera; poi li abbassò su un cumulo di rapporti mensili di libertà sulla parola che aveva davanti. Aggrottò le sopracciglia e si strinse nelle spalle, come per mostrarsi convinto suo malgrado. Parlò di nuovo.
“Tuttavia, grazie alla giovane età, al fatto che siete incensurati e appartenete a famiglie rispettabili, dato che la legge nella sua magnanimità non cerca vendetta, io con questa sentenza vi condanno a tre anni di reclusione. Condanna con la libertà condizionale.”
Solamente quarant’anni di lutto professionale permisero al viso di Amerigo Bonasera di non mostrare l’opprimente frustazione e l’odio che sentiva. Sua figlia, giovane e bella, era ancora all’ospedale con una mascella fratturata, bloccata dal filo metallico; ed ora questi due animali erano liberi? Una farsa! Osservò i genitori raccogliersi attorno ai cari figlioli. Oh, erano tutti contenti, ora, tutti sorridenti.
La bile nera, acidamente amara, salì nella gola di Bonasera, traboccò attraverso i denti serrati con forza. Trasse il bianco fazzoletto di lino e lo premette contro le labbra. Era in piedi in questo modo quando i due giovani percorsero liberi a lunghi passi la corsia, sicuri di sé, con occhi freddi, sorridendo, gettandogli appena uno sguardo. Li lasciò passare sezna dire una parola, premendo il lino fresco contro la bocca.
I genitori degli animali stavano ora avvicinandosi: due uomini e due donne della sua età, ma più americani nel modo di vestire. Lo guardarono di sfuggita, imbarazzati, però nei loro occhi vi era una strana luce trionfante di sfida.
Perso il controllo, Bonasera si chinò in avanti verso la corsia e gridò raucamente: “Piangerete come ho pianto io. Vi farò piangere come i vostri figli hanno fatto piangere me.” Ora aveva il fazzoletto premuto sugli occhi. Gli avvocati della difesa arrivarono da dietro e spinsero avanti i loro clienti in un gruppo ristretto, circondando i due giovanotti che erano indietreggiati lungo la corsia come a proteggere i genitori. Un gigantesco agente di servizio si mosse velocemente per bloccare la fila in cui stava Bonasera. Ma non fu necessario.
Durante tutti gli anni trascorsi in America, Amerigo Bonasera aveva confidato nella legge e nell’ordine. E perciò vi aveva prosperato. Ora, sebbene il suo cervello fosse sconvolto dall’odio, sebbene la prospettiva di comperare un fucile e uccidere i due giovanotti gli martellasse nel profondo del cranio, Bonasera si girò verso la consorte ancora ignara e le spiegò: “Ci hanno preso in giro”. Fece una pausa e poi prese la sua decisione, senza più temere quale ne sarebbe stato il prezzo. “Per avere giustizia dobbiamo andare in ginocchio da Don Corleone”.

Vi lascio la soundtrack, parimenti bellissima:

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Articolo protocollato da Giuseppe Pastore

Da sempre lettore accanito, Giuseppe Pastore si diletta anche a scrivere e ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste e ottenuto vittorie e piazzamenti in numerosi concorsi letterari. Dal 2008 gestisce il ThrillerCafé, con la poco recondita ambizione di farlo diventare il locale virtuale dedicato al thriller più noto del web.

Giuseppe Pastore ha scritto 702 articoli: visita la sua pagina.

Archiviato il 17 dicembre 2009 in Incipit. Puoi testimoniare, o lasciare una traccia dal tuo sito.
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