Il fiume ti porta via - Giuliano PasiniA differenza di molti suoi colleghi, che fanno del rapporto privilegiato con una città un tratto riconoscibile dei loro romanzi, Giuliano Pasini ha cambiato ambientazione tre volte nel giro di tre libri: dopo Case Rosse e Termine è la volta della Bassa. Le location, però, sono tutt’altro che secondarie: l’autore ama condurci nei paesini di provincia, quelli in ritardo rispetto alla contemporaneità, nelle osterie dove si può ancora trovare scampoli di un’umanità quasi scomparsa, di un’accoglienza genuina che invita a condividere il cibo e le storie, accompagnando il tutto con del vino sincero. La causa di questo girovagare per l’Italia è la natura del suo protagonista: il commissario Roberto Serra è un apolide, eterno straniero perennemente in fuga dai tormenti della sua storia personale e alla ricerca di un equilibrio esistenziale che il mondo ed il suo lavoro non gli concedono. Il passato condiziona il presente, Pasini ce lo ha già insegnato nei due romanzi che precedono Il fiume ti porta via; a conferma di questa verità, la situazione iniziale del nuovo libro è frutto di eventi già successi: il protagonista si è separato per l’ennesima volta da Alice, sua compagna storica nonché madre di sua figlia, ed è stato sospeso dalla polizia per i rapporti burrascosi col questore Sernagiotto, che lo tormenta sin dai tempi di Venti corpi nella neve.
Dopo un periodo di riposo forzato, il commissario si reca a Pontaccio, in Emilia, per indagare ufficiosamente sull’assassinio del dottor Gardini, l’unico medico che aveva saputo aiutarlo nell’affrontare quella che Roberto chiama la Danza, una sorta di trance che talvolta lo coglie facendolo entrare nei panni di altre persone, spesso vittime di un delitto o suoi esecutori. La prima volta che gli è successo è stata quando ha visto uccidere i suoi genitori e da allora Serra non si dà tregua finché non riesce a far riposare in pace i morti ammazzati che il destino gli fa incontrare. Se nel primo libro era succube della “malattia”, in questo episodio il commissario mette a frutto ciò che ha imparato nel secondo romanzo: la Danza può essere dominata e Roberto si sforza di rimanere in sé perché è troppo doloroso provare ciò che sentono gli altri, patirne le pene o immedesimarsi negli assassini. Pasini ha dotato il suo protagonista di un “superpotere” ma lo sa usare con misura: i tentativi del commissario di arginare l’oscura forza che lo possiede, oltre ad aumentare la profondità del personaggio rendendolo un uomo combattuto, evita che le scoperte utili alle indagini avvengano sempre grazie a questo strumento troppo facile. L’autore, insomma, non si accontenta dell’escamotage più semplice, costruendo le sue vicende sul percorso umano del protagonista e non su scappatoie che semplifichino il meccanismo investigativo.

Il tema del passato che non ci abbandona diventa elemento strutturale: ogni libro che Pasini scrive è una nuova puntata della narrazione seriale della vita di Serra, una variazione su un medesimo tema, la lotta per la verità e per la pace interiore del protagonista; periodicamente si riaffacciano memorie, personaggi ed eventi che il lettore già conosce (come “il perimetro del caso”, lo schema che il commissario usa per chiarirsi le idee sul delitto) e questo rafforza il senso dell’eterno ritorno tormentoso del passato, una sensazione che più o meno tutti hanno provato e che dà a questo personaggio letterario uno spessore umano con cui è facile solidarizzare.

Ad aiutare Serra arriva Mixielutzi, il capo della mobile di Treviso, già suo collaboratore nel caso al centro di Io sono lo straniero; un ritorno gradito, visto che il poliziotto sardo è una fonte inesauribile di spassosa ironia. Ad affiancarli, o meglio ad intralciarli, un nuovo e gustoso personaggio: Pepito Sbezzeguti, eccentrico maresciallo dei carabinieri.

Anche i luoghi, come gli uomini, hanno una storia alle spalle: quella di Pontaccio racconta di un’alluvione che nel ’51 ha devastato il territorio uccidendo 80 persone, una ferita ancora aperta per la gente del posto. Ma parla anche dell’arrivo, qualche anno dopo, di una “comitiva di matti”: i pazienti psichiatrici che il dottor Gardini voleva aiutare con l’ergoterapia, il lavoro (ridipingere tutte le case del paese) e l’integrazione sociale come cura. Le indagini sembrano condurre proprio alla Cà di matt, il vicino istituto che accoglieva i malati mentali: cosa è successo in quel luogo isolato dal mondo?

Pasini ha sempre dimostrato grande attenzione per le vittime: i civili trucidati dai nazifascisti in Venti corpi nella neve, gli immigrati clandestini senza nome di Io sono lo straniero; ne Il fiume ti porta via prende le parti dei “matti”, disgraziati prima emarginati, reclusi in ospedali-prigioni in condizioni degradanti e poi, dopo che la legge Basaglia del ’78 ha abolito i manicomi, lasciati in balia di se stessi, mai veramente aiutati a reinserirsi nella società. Una riflessione non scontata, che va oltre le semplicistiche verità che di solito vengono dette a riguardo e che scava a fondo mostrando la fragilità e la solitudine nelle quali trinceriamo i più deboli.

Ancora una volta lo scrittore emiliano mostra la sua capacità di descrivere con semplicità i grovigli di sensazioni che provano i personaggi, di enunciare i loro pensieri tormentati ma anche le loro passioni, il loro attaccamento alla vita. Peculiare è ad esempio il rapporto tra Roberto ed Alice, che in questo romanzo sembra giunto ad una rottura definitiva: un legame intensissimo, in cui a turno i due si cercano e si respingono, fatto di tanto affetto ma anche di silenzi e incomprensioni. “Non è che due persone debbano stare assieme a tutti i costi, solo perché si amano” dice lei, in un momento di straziante sincerità.

È gente provata, quella che abita i romanzi di Pasini, ma proprio per questo i loro sentimenti sono più profondi. Pesati, non pesanti, e qui sta tutta la magia della scrittura dell’autore di Zocca: nonostante spesso i fatti che colpiscono i protagonisti siano funesti, raccontare questi ultimi con una prosa che riesce a metterne in luce la dignità è già un riscatto che solleva.

La trama gialla è come al solito coinvolgente, imbastita con chiarezza lineare. Ad un certo punto viene arrestato Cinòn, un matto bambinone incastrato da prove schiaccianti; ma se fosse solo il capro espiatorio perfetto? Serra, diviso tra la voglia di star vicino alla figlia che forse ha ereditato da lui la Danza e che quindi rischia di soffrire come il padre e l’ossessione per la verità, decide di proseguire le ricerche restando lontano da casa. Si troverà di fronte ad un dilemma impossibile da risolvere: cosa bisogna fare quando amore e odio si mischiano, quando il senso di giustizia e quello di pietà collidono? Come suggerisce la copertina, questa è (finora) l’indagine più difficile per lui: in un momento di fortissima crisi personale dovrà rivedere le sue convinzioni più profonde e ripartire da zero, trovandosi di nuovo senza un posto dove stare, sempre ad un passo dall’annientamento. Ma l’eterno ritorno accadrà ancora, e già ci immaginiamo Serra, amante dei cantautori così come sicuramente lo è il suo inventore, affrontare un nuovo caso e nuovi stalli esistenziali canticchiando tra sé: “se le cose sono state poi più amare, le accetti, tiri avanti e non hai perso se sono differenti dal sognare, perché non è uno scherzo sapere continuare”.

Il fiume ti porta via – Giuliano Pasini

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