Il diavolo in blu - Walter MosleyIl diavolo in blu è un libro che per troppi anni non è stato possibile leggere in Italia; primo romanzo di Walter Mosley (e probabilmente sua opera più nota, anche grazie al film omonimo interpretato da Denzel Washington), finalmente viene riproposto da Einaudi. Dopo aver letto Un bacio alla cannella, io vi consiglio di non farvi scappare questa prima avventura di Easy Rawlins: se amate il noir, e particolarmente quello d’impronta “nera”, sono sicuro che vi piacerà.

Los Angeles, 1948. Easy Rawlins, texano, reduce di guerra, è appena stato licenziato dalla fabbrica aeronautica dove aveva trovato lavoro al rientro dal fronte, e ha un bisogno disperato di soldi per pagare l’ipoteca sulla sua casa. Soltanto per questo accetta la proposta di DeWitt Albright, un sedicente avvocato dall’aria quanto meno sospetta, che gli chiede di battere i locali di Watts e raccogliere notizie su Daphne Monet, una bellissima ragazza dalla pelle bianca come l’avorio, ma che adora la musica e la carne nera. L’indagine sembra facile, e Easy si muove in un ambiente del quale conosce molto bene luoghi e regole. Ben presto, però, la pista che dovrebbe portare a Daphne si riempie di cadaveri, Easy si trova con la polizia e la malavita addosso, e solo l’intervento di Mouse Alexander, un vecchio amico di Houston a suo agio con pistole e coltelli, potrà forse aiutarlo a salvarsi la pelle.

Partiamo con una considerazione: il libro mi è piaciuto, e molto anche. Ma da un po’ di tempo a questa parte, pare sia diventato uso comune gridare al miracolo quando l’opera prima di un esordiente si attesta su un livello decisamente ottimo.
E allora cominciano a sprecarsi i paragoni, si pompano i giudizi, o come non avrebbe mai detto un certo Mr. Wolf di tarantiniana memoria “è ora di cominciare a farsi pompini a vicenda”.
“Il diavolo in blu”, nella fattispecie, pare sia diventato un romanzo di culto, che ha riscritto le regole del noir.
Possiamo anche passar sopra al fatto che sia di culto, visto che a) non ho statistiche di vendita sottomano e b) non ho altri elementi oggettivi a disposizione per affermare il contrario.
Ma circa la questione del riscrivere le regole del noir, è una vaccata tanto grande quanto spudorata.
Intendiamoci, “Il diavolo in blu” è un ottimo noir ma se parliamo di regole, queste assomigliano in maniera paurosa a quelle che usa un certo signor Elmore Leonard.
“L’occhio privato di Denver” di Zeltserman è un ottimo libro d’esordio? Certamente. Ha riscritto le regole del noir? Occhio che un tipo come Chandler potrebbe avere da ridire. Giusto un esempio come un altro, ma penso possa calzare bene.
Detto questo, faccio il mio personale hat tip a Walter Mosley, che ha sfornato un romanzo di gran fattura, sia dal punto di vista prettamente stilistico, sia per contenuti e gestione della narrazione. In questo caso, il “scrivi ciò che sai” ha avuto notevole successo. Il personaggio di Easy Rawlins ha una profondità psicologica e peculiarità caratteriali che lo rendono un detective sì improvvisato, ma alquanto atipico, se si considera la sfilza di lince cui di solito siamo abituati. Mosley si cala – ci cala – in una realtà dai contorni variegati, scegliendo un periodo come quello post seconda guerra mondiale, assolutamente perfetto per combinare la mentalità non solo di Easy ma di una società intera. Lo spaccato socioculturale che Mosley ci offre è corposo, nitido e di impatto.
Easy è consapevole della sua condizione, quella di “negro”, ma è ben deciso a tenersi stretto la dignità e tutto ciò che ha faticosamente conquistato e guadagnato, muovendosi in un sottobosco che conosce a menadito ma da cui sa di doversi tenere a debita distanza, sfruttando acume e diplomazia.
Naturalmente, non mancano ingredienti come omicidi, scazzottate, una bella donna e criminali. C’è anche della buona musica, a dirla tutta. E c’è una storia, soprattutto, raccontata con piglio, tratteggiata con pennellate veloci ma efficaci e graffianti. Una storia che ti si appiccica addosso già dalla prima pagina e da cui non c’è verso di staccarsi, tanto è vero che il libro l’ho finito in tre ore, bevuto come un fresco vodka lemon. Un romanzo, insomma, gustoso e frizzante, che qui al Café mettiamo volentieri nel menù come bevanda del giorno, consigliata dal barman.

Gabriele Lattanzio

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