È abbastanza semplice rendersi conto quando un filone letterario, o addirittura un intero genere, comincia a mostrare segni di stanchezza. Personaggi che ricalcano gli stereotipi dei grandi capolavori, colpi di scena improbabili o esagerati nelle trame o, sul versante delle innovazioni “virtuose”, elementi di forte ibridazione sono tutti indicatori da cui si può capire che quasi tutto è stato detto.

Quando però un romanzo viene pubblicato nel fulcro della golden age del suo genere di riferimento, è legittimo aspettarsi pochi elementi di novità, incardinati in un solido meccanismo narrativo modellato secondo gli stilemi al momento più in voga: da una parte, la legge di mercato che vuole i gusti del pubblico come parametro principe delle scelte di pubblicazione sconsiglierebbe racconti troppo divergenti dal canone, dall’altra il grado di maturazione degli autori potrebbe non essere ancora abbastanza elevato da introdurre nei loro orditi narrativi elementi eccezionali rispetto al genere. Se nel pieno sbocciare di un’epoca d’oro dovesse uscire un romanzo fulminante per qualità e innovazione, nonché dotato di un raffinatissimo senso della parodia, si tratterebbe probabilmente di un unicum, magari non destinato a fare scuola ma certamente delizioso.

Non a torto, quindi, Il caso dei cioccolatini avvelenati compare regolarmente nelle  liste dei migliori gialli di tutti i tempi. Pubblicato nel 1929, pertanto in piena fioritura del giallo classico, costituisce lo sviluppo di un racconto dello stesso autore pubblicato quattro anni prima, di cui riprende la trama proponendo però una soluzione diversa, e fa parte della serie di dieci romanzi che vede come atipico protagonista il detective dilettante Roger Sheringham. Atipico quanto a caratteristiche: molto lontano dalle figure di investigatori popolari all’epoca, Sheringham non è infallibile, non è affiancato dalla consueta “spalla” e non sembra esibire le granitiche certezze dei suoi colleghi più illustri quanto alle proprie capacità: da uno Sherlock o un Hercule non ci aspetteremmo mai che mostrassero segni d’ansia all’idea di esporre le proprie teorie. Atipico come protagonista: presidente di un Club del crimine composto da criminologi dilettanti delle più svariate estrazioni, almeno in questo romanzo non ha un ruolo preminente rispetto agli altri personaggi, ma partecipa all’indagine esattamente sul loro stesso piano. Anziché cimentarsi con crimini di fantasia o con dei cold case, il Club questa volta viene chiamato a indagare su un sensazionale delitto accaduto a Londra. Ricevuti i dovuti ragguagli dall’ispettore Moresby di Scotland Yard, i sei membri del circolo iniziano a investigare ognuno per proprio conto, e applicando ciascuno il metodo logico prescelto, con l’obiettivo di presentare le proprie conclusioni (con tanto di nome dell’assassino) nel corso dei vari incontri del Club. Ognuno potrà argomentare la propria spiegazione con dovizia di particolari arringando i colleghi, che ovviamente diranno la loro sulla soluzione proposta, se del caso confutandola. Alla fine, la ricostruzione giudicata più plausibile verrà presentata a Moresby, che dovrà solo procedere ad assicurare il colpevole alla giustizia.

Ci troviamo di fronte quindi a un romanzo corale, nel quale tutti i membri del Club forniscono un uguale contributo alle indagini, spesso prendendosi in giro reciprocamente, con un tono ironico e lieve che non è facile riscontrare in un romanzo giallo. Infatti, le caratteristiche principali di questo libro sono fondamentalmente due. La prima riguarda la trama, sviluppata attraverso le ricostruzioni del crimine che i membri del Club espongono individualmente. Si crea una sorta di duello a distanza fra loro, dato che a ogni soluzione viene dedicata una singola riunione del circolo. Berkeley architetta queste relazioni in maniera magistrale: più volte, a tre quarti dell’esposizione, il lettore ha già capito dove vuole andare a parare l’oratore di turno e pregusta l’inesorabile ironia della rivelazione conclusiva, che non lesina mai osservazioni, frecciate e prese in giro sull’operato dei colleghi. È un meccanismo affine a quello della serialità, grazie al quale si attende il turno del criminologo successivo con l’aspettativa di verificare in che modo farà proseguire la vicenda, come se il suo intervento fosse il prossimo episodio di un’appassionante serie tv. Letteralmente, si legge con il sorriso sulle labbra, assaporando il crescendo wagneriano delle argomentazioni che talvolta bordeggiano l’assurdo, ma sono sempre godibilissime in quanto perfettamente contestuali, logiche e calate nella vicenda. Anzi, ognuna di esse contribuisce a rendere il lettore un membro onorario del Club, poiché gli fornisce un elemento in più per comporre la sua idea di come sia stato perpetrato il delitto. Questo espediente narrativo profuma di una modernità persino spiazzante considerata l’epoca di pubblicazione del romanzo.

La seconda caratteristica che rende questo libro quasi unico nel suo genere è lo stile. La scrittura di Anthony Berkeley è raffinata dal punto di vista lessicale e arguta. L’autore si diverte a prendere in giro i suoi personaggi: girando il coltello nella piaga di ogni loro idiosincrasia ne delinea ed esalta la personalità, fornendo loro vezzi, manie e un certo grado di presunzione che, oltre a garantire l’effetto ironico, valgono a definire con singolare dinamismo ruoli e caratteri. È insomma un romanzo di genere in cui si ride spesso e di gusto, cosa nient’affatto banale.

La soluzione finale, poi, è davvero spiazzante, e viene raccontata in modo assolutamente innovativo, lasciando il lettore a bocca aperta. Insomma, un vero gioiellino, che non può mancare nella libreria degli appassionati di questo genere letterario.

Il caso dei cioccolatini avvelenati
5 Recensioni
Il caso dei cioccolatini avvelenati
  • Berkeley, Anthony (Author)