Il cappotto della macellaiaAll’alba di giovedì 7 ottobre 1943, in un paese sperduto delle pampas argentine, fu ucciso un uomo.
La verità non venne mai a galla: i morti non parlano, gli assassini non si autoaccusano, l’unico testimone non disse nulla perché era il vero colpevole.

Il paese, l’assassinio, la sarta, il macellaio e il cappotto sono veramente esistiti. Il resto è frutto della mia immaginazione, ci informa Lilia Carlota Lorenzo, l’autrice di questo bizzarro Il cappotto della macellaia ambientato a Palo Santo, un paese di 8 isolati e 207 abitanti. La scrittrice ci propone un resoconto divertito dei fatti capitati ai suoi curiosi personaggi, che ci vengono presentati con capitoletti dedicati di volta in volta a ciascuno di loro: la sarta Fernández, la maestra Andreani detta la Macellaia per via del lavoro del marito, la sua grassissima figlia Silfide, chiamata teneramente Pagnottina, le sorelle Marcantonia e Solimana Paganini, la prima affetta da disturbi psichici e la seconda una ninfomane custode di un segreto che riguarda anche Pepincito, figlio della sarta e del cacciatore, un uomo che si lava solo per le grandi occasioni; e poi la vedova Manchù, centralinista che avversa il contatto con altri esseri umani ma grazie al suo lavoro sa tutto di tutti, il bulletto Reinoso e il vecchio Tiko. Un microcosmo piccino e colorato, un luogo da fiaba, se non fosse per i protagonisti brutti, antipatici, di pessimo umore, con vite grigie e monotone e spesso con tutte queste cose assieme. Nell’atmosfera blandamente sordida che si respira in paese non pare esserci spazio per un vero e proprio delitto, a meno che tresche, beghe familiari, piccoli odi, pettegolezzi, tradimenti, amorazzi e augurarsi la morte dei propri vicini siano crimini, nel qual caso Palo Santo brulicherebbe di colpevoli. Eppure, come ci avverte il titolo di un capitolo, qualcuno trama nell’ombra. Che cosa? Lo si scoprirà molto avanti nella lettura, l’alone di mistero anticipato all’inizio del romanzo viene svelato pian piano, procedendo nella narrazione dei giorni in questo grottesco paesello, preparando il lettore al delitto imbastendo i fatti in maniera teatrale. Tutto nasce, involontariamente, da un matrimonio prossimo venturo che coinvolge, in qualità di ospiti, molti degli abitanti di Palo Santo. Per queste nozze la famiglia Andreani sta facendo fare dalla sarta un cappotto per Silfide. Impresa ardua, visto che la ragazza lievita incessantemente costringendo la signora Fernández ad allargare continuamente il soprabito. Lo sposalizio, che rimarrà sempre sullo sfondo delle vicende narrate, farà deflagrare la situazione che si è andata creando nei giorni precedenti e si arriverà finalmente all’omicidio.

Toni da racconto umoristico, dunque, più ruspanti più che volgari. Sotto il registro che si mantiene sempre leggero, però, si nasconde una realtà crudele, che nelle ultime pagine incupisce il racconto virandolo, senza esagerare, su atmosfere più nere. In questa rappresentazione comica non potevano certo mancare i fraintendimenti: un motore ignaro della commedia degli equivoci sarà il piccolo Pepincito, che assieme a Pagnottina ci regala i momenti più spassosi del racconto. Ma altri malintesi, e ben più gravi, si abbattono su Palo Santo: il finale carambolico riporta il libro nei canoni del genere giallo e conferma l’originalità di un romanzo che merita d’esser letto per lasciarsi trasportare in un paese stravagante, popolato da personaggi singolari e divertentemente delittuosi.

Il cappotto della macellaia – Lilia Carlota Lorenzo

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