Heimaey - Ian ManookDopo la non esaltante prova di Mato Grosso, Ian Manook torna a più congeniali atmosfere fredde con Heimaey, ambientato nella meravigliosa, drammatica, magica Islanda.

Come sempre le trame di Ian Manook non sono né semplici, né lineari: un cadavere viene ritrovato in una solfatara, ucciso in quello che è forse un antico riturale, come sa il poliziotto Kornelíus, che inizia a indagare cercando nello stesso tempo di risolvere – in modo non proprio ortodosso  – i suoi problemi economici. E mentre il poliziotto con l’hobby del canto folkloristico inizia una complicata indagine, il giornalista francese Jacques Soulniz  arriva sull’isola insieme alla figlia 18 Rebecca in quello che dovrebbe essere un viaggio di riavvicinamento padre figlia e rischia di diventare un rischio mortale. Le due storie si inseguono tra storie passate che tornano tragicamente attuali, mafiosi lituani, antichi rituali islandesi e miti nordici.

Manook lo si ama o lo si detesta: il primo Yeruldelgger divenne un vero e proprio caso editoriale per via di quella scrittura folgorante capace di descrivere paesaggi magici e trame al limite dell’improbabile, e grazie a una grande personaggio come il ruvido poliziotto mongolo capace di entrare nel cuore di tanti lettori. Molto però di ciò che rese Morte nella steppa uno splendido esordio è anche quello che altri lettori faticano a amare: una sorta di eccesso, di sovrabbondanza – di personaggi, di situazioni, di intenzioni – che, sopratutto in Mato Grosso, non hanno convinto fino in fondo.

In Hemaey Manook torna alle origini della sua narrazione, aiutato anche dall’ambientazione islandese – più aspra, netta rispetto a quella sud americana del precedente romanzo – probabilmente più congeniale all’autore. L’Islanda di Manook è, come la straordinaria Mongolia, una terra moderna afflitta da problemi sociali ed economici che si innestano su un’isola antica avvolta in tradizioni arcane e cruente, estreme come lo sono i suoi paesaggi dai contorni netti. Manook riesce a renderla protagonista della narrazione, una sorta di deus ex machina che influisce sulle azioni degli uomini, nel presente come nel passato. Anche in questo Heimaey questa è una delle parti più convincenti, e sembra che l’autore abbia una affinità istintiva con le terre fredde più che con l’afa amazzonica: l’ambientazione non è solo uno sfondo alla trama, si tratta di dar vita a universi estetici e metaforici, nei quali gli aspetti climatici e naturali hanno valenza simbolica, e generano emozioni e pulsioni in questo caso aspre come il territorio da cui nascono.

I personaggi sono ben caratterizzati, anche quelli secondari: Kornelius è una figura interessante, dalla vita complicata, e se diventasse il protagonista di altri romanzi potrebbe conquistare un posto vicino a Yeruldelgger nel cuore dei lettori. Molto bella anche la figura della ribelle, gotica Beckie, che diventa suo malgrado il centro di una parte importante della trama. In generale l’autore conferma la sua capacità di trovare dettagli che danno colore  e spessore ai personaggi, anche quando sono secondari, non dimenticando mai una certa dose di ironia che in questo caso è perfettamente calibrata , rendendo più leggera la lettura scienza però scadere nella parodia.

Le storie che Manook crea in questo thriller ben congegnato sono molte: ma come per gli altri romanzi tutto riesce poi a convergere nel finale, e conferma la grande capacità di gestire una trama complessa che unisce false piste piste, personaggi che si rivelano molto diversi da ciò che credevamo di sapere, colpi di scena da giallo classico che ha ha in sé anche elementi da romanzo d’azione.

Heimaey non ha la potenza del romanzo d’esordio, ma è probabile che il lettore affezionato possa avere la sensazione di un Manook ritrovato: sarà per la scrittura che non ha perso la brillantezza delle origini, sarà per quei paesaggi mirabilmente descritti, sarà perché Kornelius è un personaggio che varrebbe la pena approfondire in un prossimo romanzo. Quindi, buon viaggio in Islanda.

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Heimaey
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