havanaQuarto appuntamento con Arkady Renko di Martin Cruz Smith. Havana Bay fu pubblicato nel 1999 in America. Nello stesso anno, il romanzo ottenne il The Dashiell Hammett Awards per la migliore opera poliziesca; un anno dopo arrivò in finale al Gold Dagger Award. Mondadori pubblicò il romanzo con il titolo Havana nel 1999.

Trama

Un cadavere irriconoscibile sta galleggiando nella baia dell’Avana. Solo il giorno prima, Arkady aveva ricevuto un messaggio dall’ambasciata russa che il suo amico Sergej Pribluda era scomparso da alcuni giorni. Le forze della polizia locale cercano di chiudere il caso velocemente, sostenendo che il cadavere della baia è quello di Pribluda e che si tratta di morteaccidentale.
Con la fine della guerra fredda, le relazioni tra Russia e Cuba sono divenute sempre più tese e la polizia locale dimostra subito al poliziotto russo di mal sopportare la sua presenza.
Arkady, depresso dalla recente perdita della moglie Irina, trova una siringa nella sala delle autopsie e decide di farla finita.

“Tirò fuori dalla tasca della giacca la siringa sterile che aveva rubato all’Istituto di medicina legale. L’aveva presa ubbidendo a un impulso, senza un piano preciso, un po’ come se un’altra parte del suo cervello stesse cogliendo occasioni e predisponendo un programma di cui lui veniva informato solo a mano a mano… Strappò il sacchetto e dispose sul tavolo il contenuto: una siringa da 50 cc e un ago lungo 10 cm. Lo avvitò sulla siringa e tirò lo stantuffo per riempirla d’aria… Il cuore ci avrebbe messo circa un minuto a fermarsi, una volta introdotta la bolla d’aria nel sangue. Solo un minuto, non i cinque che Irina era stata costretta a vivere sino alla fine.”

(Tratto da “Havana”, pubblicato da Mondadori, tradotto da Valentina Guani)

Proprio mentre sta per suicidarsi un interprete cubano dell’ambasciata russa tenta di pugnalarlo. Arkady usa la siringa con cui doveva suicidarsi contro il suo aggressore e si salva. L’episodio apparentemente senza senso riaccende la curiosità di Renko, che decide di scoprire perché qualcuno lo vuole morto.
L’ostilità della polizia locale nei confronti di Arkady cresce, quando questi non accetta la facile soluzione proposta dalla milizia cubana e, ostinato come sempre, continua le indagini per suo conto. Purtroppo Renko non parla spagnolo, trova però un aiuto in Ofelia, detective della Policia Nacional de la Revolucion.
In una Cuba affascinante, piena di Buick e donne stupende, e al tempo stesso di viveri razionati e palazzi in disfacimento, Arkady scoprirà un complotto per frodare alla Russia molti milioni di dollari. Lungo la sua strada, l’investigatore dovrà affrontare poliziotti corrotti, eroi della Rivoluzione e americani senza scrupoli.

Perché leggere Havana?

È il quarto romanzo della serie con l’investigatore Arkady Renko, e ha vinto meritatamente nel 1999 il The Dashiell Hammett Awards. Dopo, infatti, i due non eccelsi Stella Polare e Red square, Smith scrive un ottimo thriller, ambientato sapientemente all’Avana, con personaggi ben disegnati. La scrittura è avvincente, con molti colpi di scena, anche se qualche volta un po’ troppo intricata.
Da alcuni Havana è considerato il più pessimista della serie dedicata ad Arkady Renko, e forse è vero. Lo è sicuramente per la malinconia che pervade moltissime pagine. Irina è morta, a causa di un’iniezione sbagliata in un ospedale russo. Ad Arkady rimane come ricordo solo il suo regalo di nozze, un cappotto nero di cachemire, che egli si ostina a portare nonostante il caldo tropicale dell’Avana.

“Quello era il cappotto di cashmere che gli aveva regalato Irina quando si erano sposati, un cappotto nero morbido e avvolgente che, secondo lei, lo faceva sembrare un poeta. Con le logore scarpe russe e i pantaloni consunti che si ostinava a portare, poi, gli dava un’aria ancora più artistica … Inoltre il cappotto recava ancora una leggerissima traccia del profumo di Irina, una sua presenza segreta e tangibile, e quando il pensiero di averla persa diventava insopportabile, quel profumo era il suo ultimo alleato contro la nostalgia.”

(Tratto da “Havana”, pubblicato da Mondadori, tradotto da Valentina Guani)

Depresso e lontano da casa, Arkady decide, istintivamente e fatalisticamente, che la vita senza Irina non ha più alcun senso. Tenta così il suicidio. È solo il suo bisogno di fare luce sul mistero della morte dell’amico Sergej Pribluda a salvarlo da se stesso. Arkady sa per esperienza che anche se scoprirà la verità il mondo non cambierà (basti ricordare che dopo quanto accaduto in Gorky Park, il detective non era stato promosso o elogiato per il suo operato, ma al contrario cacciato dalla polizia e imprigionato in un ospedale psichiatrico), ma questo non lo ferma. Ed è proprio questa sua necessità di andare avanti ad ogni costo che rende Arkady così umano e al tempo stesso “mitico”. Albert Camus, nel 1942, pubblicò Il mito di Sisifo. In questo saggio, il filosofo e scrittore algerino affronta il tema del suicidio e, pur riconoscendo assurda l’esistenza umana, sostiene che un senso c’è ed è nella ribellione proprio nei confronti dell’assurdità di vivere.

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fonda¬mentale della filosofia.” (p. 7)

E come Sisifo, personaggio della mitologia greca, è punito dagli dei a spingere senza speranza e per l’eternità, dalla base alla cima di un monte, un masso che poi rotola nuovamente a valle, così l’uomo deve trovare il coraggio di vivere giorno dopo giorno la propria vita:

“Non v’è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte. Se l’uomo assurdo dice di sì, il suo sforzo non avrà più tregua … In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, con¬templa la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguar¬do della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora … Ogni granello di quella pie¬tra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammanta¬ta di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo.”

(Tratto da Albert Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani 1994 – I° edizione i Grandi Tascabili – pp. 120-121)

Arkady è come Sisifo che continua a riportare in cima alla montagna lo stesso masso, anche se è inutile perché una forza invisibile glielo ributta giù, ma questo non gli impedisce di “ribellarsi” e di dimostrare la propria dignità di essere umano, continuando a combattere sino alla fine. Ed è proprio questo non darla mai vinta che lo rende un personaggio indimenticabile.
Bello anche il personaggio di Ofelia, poliziotta onesta e dal carattere forte; madre tenera e premurosa di due bambine. Una donna che colpisce Arkady per la sua voglia di vivere e perché le basta un pezzo di sapone e un Walkmanscassato per essere felice.

Ofelia … entrò nella nicchia che fungeva da bagno, toeletta e cabina per la doccia, accendendo automaticamente la radiolina Walkman appesa a uno spago. Era un tesoro trovato sulla Playa del Este durante una gita di famiglia. Aveva detto alle bambine di ignorare le coppiette dijineteras e di turisti, ma quando Muriel aveva fatto l’incredibile scoperta di una radio grossa come una conchiglia, insieme alla sorella maggiore si era messa a scrutare la spiaggia come un avvoltoio pronta, non appena una coppia si allontanava, a frugare nella sabbia in cerca di altre meraviglie dimenticate.

(Tratto da “Havana”, pubblicato da Mondadori, tradotto da Valentina Guani)

Ofelia all’inizio è diffidente nei confronti del poliziotto russo. Lei disprezza l’atteggiamento disilluso e privo di valori di Renko, ma scoprirà poi che quel perdente è un ostinato cane che non molla l’osso fino a che non ha raggiunto la verità, e ne rimarrà affascinata.
Cruz Smith, come aveva già fatto in Gorky Park, si sofferma sui dettagli e sull’ambientazione, invitandoci ad attraversare le vie della città, ad annusare gli odori, ad ascoltare i suoni.

“MARTIN CRUZ SMITH è stato il primo scrittore occidentale a creare un personaggio come quello di Arkady Renko, ossia un ispettore capo della polizia moscovita … un Arkady del periodo post-sovietico appare nel 1999 in Havana Bay … il romanzo si svolge interamente a Cuba. Anche se la tensione post-sovietica tra la Russia e Cuba è un tema ricorrente, soltanto brevi flashback rivelano la decadenza che sta consumando la vita quotidiana di Mosca … Se è vero che “Dio è nei dettagli”, allora i romanzi di Smith utilizzano questo approccio per rendere la descrizione più convincente. Gli aspetti banali della vita quotidiana, anche se solo accennati, attirano il lettore e gli danno la sensazione di trovarsi nei luoghi raccontati. Piccole dettagli che, anche se non hanno attinenza con la trama, aggiungono credibilità alla storia …”

(Tratto da Gary Hausladen, “Places for Dead Bodies“, University of Texas Press 2000, pp. 114-115 – tradotto da Alessandro Bullo)

Vivida la descrizione di Cuba e della sua popolazione, dei suoi usi e costumi. In questo Martin Cruz è forse uno degli scrittori più abili che io abbia mai letto. Quello di Cruz è uno stile ben riconoscibile, costruito soprattutto su uno scrupoloso studio del paese in cui ambienta la storia, offrendo di esso la sua essenza più vera. Cuba è descritta come una metà turistica sessuale, dove regna la povertà e l’ignoranza.

La cosa strana era che, quando incontravano le ragazze cubane a Cuba, gli uomini europei e asiatici si comportavano come golosi in un negozio di dolciumi. Nel momento in cui atterravano, rispettabili padri di famiglia si trasformavano in animali. Per la strada erano affissi cartelli che raccomandavano alle ragazze di stare attente che i turisti fossero forniti di preservativi. C’erano squadre della buoncostume, generalmente agli ordini di investigatori che gestivano il loro giro personale di jineteras. Gran bella parola, jinetera. Il femminile di fantino, quanto di più adatto per descrivere una ragazza che monta un porco voglioso.

(Tratto da “Havana”, pubblicato da Mondadori, tradotto da Valentina Guani)

Alcune recensioni su Havana Bay:
“Cruz Smith non realizza soltanto trame fortemente realistiche, ha anche il dono di creare dei personaggi veri, che la maggior parte degli scrittori di thriller può solo sognare.”
Mail on Sunday

“Verrai risucchiato dall’atmosfera e dalla complessità del personaggio malinconico di Renko”
Observer

Havana – Martin Cruz Smith

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