Sin dalla prima pagina di Giallo su giallo troviamo cibo, vino e sesso. Gianni Mura, che con questo libro esordisce da romanziere, non perde tempo ed introduce subito i temi che sosterranno l’intera architettura della trama, ambientata nei luoghi del Tour de France 2005 che il giornalista ha seguito per Repubblica. Il narratore è dunque Mura stesso, con i suoi tic e le sue passioni che ne fanno un protagonista amante del bere e del mangiar bene degno di un Montalbano o di un Pepe Carvalho; d’altronde l’autore affronta questa vacanza-lavoro con l’intenzione di onorare “La tradizione del Tour, fatta di grandi magnate e grandi ciucche”.

C’è subito anche un cadavere, in un un primo capitolo insolito, precipitoso, in cui stupisce la calma del giornalista che resta quasi impassibile di fronte all’accusa di omicidio di una giovane prostituta e al conseguente arresto. È una sensazione, questa, che accompagnerà il lettore lungo tutto il corso del libro, strutturato a fasi alterne: la trama gialla, in cui una serie di omicidi, o presunti tali, colpiscono figure legate in vario modo al Tour de France, è contrappuntata dalle cronache della gara ciclistica, tratte dagli articoli veri di Mura, opportunamente rimaneggiati. Ricordi personali, gustosi aneddoti, consigli culinari (ricordiamo che Mura ha una rubrica enogastronomica sul Venerdì di Repubblica) condiscono lo scandirsi delle tappe. Nel gioco della finzione cambiano i nomi (tranne quelli dei campioni storici), ma per un appassionato di ciclismo non dovrebbe esser difficile scorgere, dietro gli atleti del romanzo, gli sportivi veri. E’ facile, ad esempio, anche per chi come me non è avvezzo alla bicicletta, riconoscere nel campione americano Sheldon le fattezze di Lance Armstrong. Forse i non appassionati di ciclismo troveranno comunque poco accessibili i pezzi sul Tour, ma anche in quegli articoli la prosa di Mura, che si autodefinisce giustamente “cronista e colorista”, è piacevole ed evocativa.

Si dice che l’errore più frequente degli scrittori esordienti sia quello di parlare eccessivamente di sé, di non riuscire a trasformare il proprio mondo, la propria storia, persino la propria biografia in qualcosa di meno personale, insomma in materiale da romanzo. Mura affronta questa sfida ponendosi direttamente al centro della narrazione senza sforzarsi di dare al suo alter ego caratteristiche diverse da quelle che gli appartengono nella vita reale. Questa scelta, a volte e involontariamente, fa risultare la caratterizzazione del personaggio un po’ troppo compiaciuta, perché l’affetto che il narratore riserva al suo protagonista, in questo cortocircuito che annulla la distanza tra creatore e creatura, è in un’ultima analisi narcisistico.
Sembra di leggere un lungo reportage di Mura piuttosto che un giallo. È come se per questa sua prima prova nel romanzo l’autore abbia voluto procedere con cautela, preferendo rimanere il più possibile sul terreno per lui sicuro del racconto sportivo inserendovi a piccole dosi gli elementi del genere giallo. Il risultato è un romanzo atipico, sicuramente godibile, ma che in questa sua eccentricità ha oltre che il suo punto di forza anche il suo difetto principale: a seconda che il dosaggio di cui sopra sia equilibrato oppure no, troviamo momenti più o meno riusciti; lo schema “spostamento-albergo-cibo-articolo sul Tour” risulta alla lunga un po’ ripetitivo.

La confusione tra realtà e fiction, inoltre, risulta perniciosa; le reazioni di Mura di fronte ai delitti, ad esempio, sono troppo pacate. Proprio perché il racconto è in prima persona, quasi un diario che si finge veritiero, la tranquillità con cui si parla di cosa sta accadendo mette a serio rischio la verosimiglianza: chi, se fosse preso a colpi di mazza da baseball da degli sconosciuti non smanierebbe dalla voglia di scoprire il colpevole? Chi, subendo serie minacce telefoniche e conoscendone il responsabile, non lo denuncerebbe alle forze dell’ordine? Nel romanzo, invece, Mura prosegue il suo lavoro senza reali turbamenti, tra un albergo di provincia ed un ristorantino da saccheggiare. Paradossalmente, tra tante cose che legano il lettore alla pagina (bisogna essere aridi dentro per non apprezzare l’amore per la buona cucina che emana questo libro) i delitti e la scoperta del colpevole sono quelle meno avvincenti, minimizzate da Mura per primo in un understatement troppo forte. La debolezza della trama gialla fa risultare un po’ forzato quello che dovrebbe essere il contorno: si ha l’impressione che la storia sia solo un pretesto di cui Mura si serve per inserire le sue passioni sportive, letterarie e culinarie. Solo dopo una settantina di pagine compare il commissario Jules René Magrite, che porta questo nome bizzarro in onore del pittore belga e del celebre personaggio di Simenon. Alla stregua del suo creatore e delle tante figure letterarie cui rende omaggio, Magrite è un simpatico viveur: ex professore di lettere, amante della poesia e della tavola, sarebbe un ottimo protagonista, ma le sue potenzialità vengono sacrificate dal meccanismo di svolgimento della trama, che gli concede veramente poco spazio rispetto a quello che un personaggio come lui meriterebbe. Manca del tutto, in questo romanzo, l’indagine: la conclusione, la soluzione del giallo arriva improvvisa e altrettanto repentinamente viene messa da parte, lasciando lo spazio a nuovi articoli sul Tour, giunto anch’esso al termine. Rimane solo il tempo per il capitolo finale, questo sì classico, in cui il detective spiega cosa è successo e come ha fatto ad arrivarci, fornendo quei dettagli che fino a quel momento Mura non si era preoccupato di disseminare lungo il percorso per stimolare l’interesse del lettore e la sua sfida col commissario nel decifrare l’enigma.

Un’occasione sprecata, o meglio non sfruttata appieno, questo Giallo su giallo, che riesce comunque a farsi apprezzare per l’innegabile capacità d’affabulazione di Mura e per la personale simpatia che suscita immediatamente questo pingue buongustaio (“Dovrei dimagrire, ma non si viene al Tour per dimagrire” confessa il giornalista di Repubblica, in una delle tante occasioni divertenti che troviamo nelle sue pagine) ma che avrebbe potuto prendere una direzione più letteraria che lo avrebbe reso più memorabile.

Resta, in filigrana, ma meno di quello che ci si aspetterebbe, un Tour de France, ma in generale un ciclismo, mutato rispetto al suo periodo d’oro, del quale un romantico come Mura non può non rimpiangere il carattere magari meno professionale, ma a suo modo più eroico, passionale, genuino e casereccio. Proprio come una buona abbuffata.

Giallo su giallo – Gianni Mura

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