È uscito in libreria il 28 febbraio 2017, pubblicato da Mondadori, Il fratello unico di Alberto Garlini. Si tratta per questo scrittore del primo giallo. In precedenza, Garlini, classe 1969, aveva pubblicato una raccolta di poesie, Le cose che dico adesso (nuovadimensione, 2001), i romanzi Una timida santità (Sironi, 2002), Fútbol bailado (Sironi 2004), Tutto il mondo ha voglia di ballare (Mondadori, 2007), La legge dell’odio (Einaudi Stile Libero, 2012), Piani di vita (Marsilio, 2015), L’arte di raccontare (Nottetempo, 2015).
Garlini ha anche pubblicato nel 2011 Venise est une fête, un romanzo ambientato a Venezia, di cui spero ci sia presto una edizione italiana.
Garlini passa dunque, come molti altri scrittori contemporanei, dal romanzo impegnato a quello poliziesco, confermando che la crisi del romanzo tradizionale costringe gli scrittori a “mutuare in modo sempre più massiccio i procedimenti della narrativa sensazionale e del mistero. Il «poliziesco» intero diventa tropo retorico e istituzione della Letteratura” (R. Barbolini, La chimera e il terrore, Milano, 1984, p. 183). Il genere popolare per antonomasia, ossia il poliziesco, si arricchisce così di stimoli nuovi, utilizzando la struttura classica dell’indagine come una specie di laboratorio ideale.

Trama

A Parma tutti conoscono Saul Lovisoni: di famiglia ricchissima, una laurea in Diritto internazionale ad Harvard, per anni ha fatto il poliziotto. Dopo aver risolto brillantemente alcuni casi, ha scritto un romanzo giallo da un milione di copie, ma il successo gli ha portato solo guai. Persa la donna che amava, Saul si è ritirato a vita privata in una grande casa di campagna dove trascorre il tempo ascoltando la voce malinconica e potente del Po e riempiendo con la sua scrittura indecifrabile file di taccuini neri: accenni di trame, idee, riflessioni.
Ora però vuole tornare in attività, non più in polizia ma da investigatore privato, e ha bisogno di un’assistente. Reclutata sulla base di un brevissimo colloquio incentrato sull’incipit di Emma di Jane Austen, Margherita ha ventisei anni, due piercing, un tatuaggio, una mente affilata e soprattutto un talento raro nel riconoscere una storia. Sì, perché in fondo non c’è poi tanta differenza tra il lavoro di un investigatore e quello di uno scrittore; comprendere la narrativa sottesa a un delitto, ricostruire il romanzo esistenziale dei personaggi coinvolti e arrivare al colpevole: ecco il metodo di Saul, Sherlock Holmes della Bassa Parmigiana che ha finalmente trovato il suo Watson…

Un giallo costruito sulle citazioni

«La parte fondamentale della storia è proprio quella del mistero. Tutte le scene che ho scritto hanno come scopo la soluzione finale, danno cioè qualche indicazione al lettore. Sono cresciuto leggendo gialli, da bambino divoravo Nero Wolfe, Ellery Queen, tutta Agatha Christie. E, crescendo, mi sono trovato a scoprire che un libro su tre che leggevo era un giallo.»

(cfr. Alberto Garlini citato in Luca Crovi, Garlini, la lunga caccia a un “fratello unico” scomparso tra nebbie e orizzonti infiniti)

Garlini si ispira quindi ai grandi classici della letteratura gialla. Affianca all’investigatore Lovisoni una spalla (topos del poliziesco), Margherita, che narra la storia come avrebbe fatto Watson. Margherita però somiglia molto, anche se solo fisicamente (ventiseienne con piercing e tatuaggi), ad una eroina del thriller contemporaneo, la celebre Lisbeth Salander creata da Stieg Larsson (cfr. Trilogia Millennium). Lovisoni è invece un coacervo di riferimenti. Somiglia, per molti versi a Holmes: le sue sparizioni improvvise, i suoi sbalzi di umore, il modo in cui anticipa tutti con le sue deduzioni, irritando soprattutto Margherita.

Niente in quel momento avrebbe potuto interessarmi. Tutto era sbiadito. Pensavo all’indagine, mi ossessionava. Saul l’aveva risolta. Questo bastava a rendermi rabbiosa. Grazie a quale magia ci stava riuscendo? Aveva stretto un patto col diavolo? Mi nascondeva delle informazioni decisive? Ero convinta di no. Ne sapevo quanto lui, solo che, a quanto diceva, lui aveva trovato la soluzione al rompicapo e io no.

Ma è un personaggio che deve molto anche a Maigret, per la sua innata empatia verso il prossimo che gli permette di comprendere l’animo umano e di svelare le motivazioni che sono alla base di un delitto. Anche l’ambientazione di una valle Padana nebbiosa ricorda i primi romanzi di Maigret, ambientati tra i fiumi e i piccoli paesi del nord della Francia.

… la pianura, nella sua metafisica, è il luogo dove l’orizzonte si perde in lontananza, dove non ce mai qualcosa di vicino. È tutto visibile ma è tutto lontano. E poi nella pianura ce la nebbia. La nebbia che quando ero bambino, negli anni Settanta, si piantava sulla città come una cappa indelebile. Dove quando si guidava si faceva come i ciclisti, uno tirava e gli altri seguivano, e poi ci si dava il cambio.
I miei parenti erano grandi raccontatori, e la cultura del bar era ben viva. Ci sono cresciuto dentro. Gli avvenimenti venivano ingigantiti e ammantati di un’aura fantastica.

(tratto dalla Nota dell’autore alla fine del libro)

Il personaggio misterioso di Esther, la donna amata da Lovisoni, che scompare nel fiume e il cui corpo non viene più ritrovato, richiama ancora una volta Conan Doyle e la morte misteriosa di Moriarty.
Il finale del libro, con tutti i sospettati riuniti e l’investigatore che svela le motivazioni del delitto e il nome del colpevole, è chiaramente ispirato ad Ellery Queen. Non mancano nel romanzo anche riferimenti a due mostri sacri come Hammett e Chandler.

Saul si appoggiò a uno scudo, era talmente eccitato che rischiò di farlo cadere. «L’ammontare della parcella l’hai preso dall’Investigatore Marlowe?»
Come faceva a saperlo? Era un vecchio film che avevo visto in replica da bambina, e che mi aveva colpito.

Non mancano neppure i tipici topos del poliziesco, anche in questo caso smascherati dall’autore stesso, come quello di recarsi al funerale della vittima: “Bisogna andare ai funerali dei morti ammazzati. In novanta casi su cento ci trovi l’assassino.”
Garlini, però, non si ispira solo ai polizieschi. Bernardo, il fratello unico che dà il titolo al romanzo, ad esempio, è ispirato a due personaggi della letteratura “impegnata“, Don Chisciotte di Miguel de Cervantes e Francis Macomber, protagonista di un racconto di Hemingway.

«Hemingway racconta di una caccia grossa in Africa, un safari. Francis Macomber non azzecca un colpo, ha paura, abbassa la testa: è succube della moglie, lo si vede fin dall’inizio; è ricco, e la donna dipende da lui, ma è lei a comandare, e addirittura lo tradisce in modo palese con la guida. In un certo frangente della battuta di caccia, Francis affronta una situazione difficile, viene caricato da un bufalo, potrebbe morire. Riesce però a trovare un coraggio e un sangue freddo che non si conosceva. Spara. Abbatte il bufalo. In quel preciso momento si trasforma in un uomo. La moglie lo capisce, e fingendo di sparare anche lei contro il bufalo, mira alla schiena del marito e lo ammazza. Non avrebbe sopportato un uomo vero al suo fianco. L’unico modo perché il pupazzo rimanesse tale era guardarlo a terra, disarticolato…»

Il fratello unico, uno studio accurato della struttura del giallo

Chi dovesse leggere Il fratello unico di Garlini, si accorgerà subito di essere di fronte ad un romanzo che, oltre ad essere un buon giallo ispirato ai capolavori classici del genere, è un vero e proprio studio dei meccanismi che sono alla base del genere stesso. Si capisce subito che Garlini, prima di arrivare a comporre Il fratello unico, ha letto molto, anzi studiato, i capolavori gialli. Si tratta, in effetti, di un apprendistato letterario, cui dovrebbero sottoporsi tutti coloro che abbiano intenzione di scrivere un libro.
Garlini, però, fa qualcosa di più: rende evidenti questi segreti, anzi li utilizza come fondamento stesso del plot poliziesco. Lovisoni, infatti, pur essendo un personaggio ispirato a Holmes e Maigret, ha un metodo tutto suo per svelare la verità e il nome dell’assassino…

Lovisoni, un investigatore dei meccanismi letterari

Come sostiene lo stesso Lovisoni, in un passo del romanzo, l’indagine viene risolta “per forma narrativa“.

«La verità è nella composizione narrativa, nei personaggi che la vivificano e nella struttura che la sostiene. In fondo qual è il compito del romanziere se non mettere i personaggi di fronte a delle scelte e scoprire cosa faranno? E in una indagine non abbiamo lo stesso problema? Persone scosse, spesso disperate, si trovano di fronte a un bivio e devono scegliere da che parte andare…» Si rianimò. «Che ne dite, proviamo a comporre una storia che regge? Adatta ai personaggi che abbiamo per le mani?»

Lovisoni interpreta ciò che accade (la sparizione e l’omicidio di Bernardo) come l’inevitabile conseguenza dei meccanismi narrativi che sono alla base dei romanzi, ma anche della vita reale (in questo senso, Lovisoni è una specie di alter ego del suo creatore Garlini). Lovisoni (Garlini) interpreta la realtà come si trattasse di una narrazione e vede le persone come se fossero personaggi di un romanzo. Analizza l’inizio e il mezzo della storia, per arrivare a prevedere le mosse dei protagonisti e quindi il finale.

«È uno di questi meccanismi narrativi, che troviamo fin dall’origine dei tempi. Si applica alle storie d’amore. La regola dice che gli amanti devono essere complementari. Se ci pensi, in tutte le storie d’amore i due innamorati sono agli antipodi. Se lui è ricco, lei è povera; e abbiamo Cenerentola o Pretty Woman. Se lui è ombroso e introverso, lei è solare ed estroversa, come in Harry ti presento Sally. Questa è la Chemical equation. L’uno compensa le carenze dell’altra, e viceversa; e, pur diversi, solo insieme possono trovare un completamento appagante. Realizzarsi come esseri umani.»
«L’incastro perfetto.»
«Esatto. La contraddizione iniziale dà anche il combustibile alla storia, perché crea conflitto. I due amanti, proprio per le loro differenze, sono costretti a litigare e a risolvere continuamente problemi. Fino al matrimonio o all’epifania dell’amore… Senza conflitto non c’è storia, ma solo la ripetizione dell’identico…»

Potrei aggiungere che, in questo suo particolare modo di affrontare l’indagine, Lovisoni rientra a tutti gli effetti tra i grandi investigatori dell’età d’oro del mystery, quando il detective, guidato dalle sue grandi doti intellettuali, smascherava l’assassino simbolo del male e del caos, e risolveva “un enigma che fino ad allora aveva ridotto il mondo ad una parvenza oscura e di angosciante assurdità. E quanto più fitto era stato il buio, tanto più luminoso si irradia il trionfo della ratio, davanti al quale tutto ciò che prima era sembrato incomprensibile e problematico scompare senza lasciare traccia” (Schulz Buschhaus, Ulrich, Gli inquietanti romanzi polizieschi di Sciascia, in Problemi 71 – 1984 -, 289-301).

«La fiction funziona nello stesso modo da cinquemila anni. Questo modo è stato codificato da Aristotele nella Poetica. I film hollywoodiani di oggi sono costruiti come l’Iliade o l’Odissea, ma, nonostante la somiglianza, ci sfuggono… La realtà segue spesso i medesimi meccanismi narrativi, ma noi non ce ne rendiamo conto… E per colpa di questa ignoranza la realtà della vita ci è ignota…»

Lovisoni, infatti, è convinto che la storia, in base al prologo e al modo in cui si sono mossi i personaggi, avrà solo un determinato finale. È come se il caos fosse bandito dal meccanismo narrativo: le azioni umane sono il frutto della legge della causa e dell’effetto.

Era bello, e anche confortante, per un bambino credere che la forza del ragionamento logico del detective potesse risolvere anche casi che toccavano il torbido dell’animo umano. Penso che il successo mondiale di Sherlock Holmes derivi proprio da questo: Holmes riesce a ridurre alla ragione anche le paure più profonde. In seguito, crescendo, ho conosciuto anche le altre forme del giallo: per esempio il noir, dove la soluzione è sempre più grigia e si porta a casa di meno. Ma il mio amore è sempre rimasto per il giallo classico anglosassone, con una deviazione sostanziosa in Francia, con Simenon e Maigret.

(Garlini intervistato da Vanni Buttasi, in Saul, detective della Bassa. «Il fratello unico», indagine sulla misteriosa morte di Bernardo Allandi di Porporano)

Nota finale

Ho sempre pensato che la valutazione di un romanzo sia molto soggettiva, e consigliare ad altri di leggerlo o meno sia sbagliato. Cerco quindi, nei limiti del possibile, quando recensisco un libro, di essere più oggettivo possibile: di spiegare com’è costruito, a quale genere appartiene, perché è stato scritto ecc. Devo, però, ammettere che Garlini mi è oltremodo simpatico. Non che lo io conosca personalmente, ma mentre leggevo “Il fratello unico“, ho trovato due dichiarazioni che me lo hanno fatto sentire molto vicino. La prima è l’odio per Chopin.

Le note di un notturno di Chopin nell’aria.
Odio Chopin. Datemi un romantico e lo brucio col gasolio.

La seconda è una critica sull’inserimento delle ricette di cucina nei polizieschi.

Nei gialli contemporanei è diventato abituale, uno stilema del genere, inserire una ricetta. Lo fanno tutti… Al pubblico piace, e gli autori lo accontentano. Ma io non ho alcuna intenzione di rivelare ciò che mangiai quella sera. O di descriverlo. Detesto questi pezzi di bravura, questi ammiccamenti dello scrittore al pubblico.

Non posso che essere d’accordo con Garlini. Trovare la descrizione di una ricetta in un poliziesco mi è diventato odioso, chiudo il libro e per me l’autore può anche smettere di scrivere.

Il fratello unico – Alberto Garlini

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