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Oggi siamo lieti di ospitare al bancone del Thriller Café lo scrittore fiorentino Matteo Soldi con il suo romanzo, Cortina di sangue, pubblicato da WLM edizioni e vincitore del premio Giallo indipendente 2019 – Sezione Inediti.

A chi non è capitato – almeno una volta – di dover lavorare durante le vacanze? Certo, l’imprevisto può succedere, ma non è piacevole se le cose si complicano in modo disastroso. È quello che è accaduto al povero commissario Bombacci in vacanza a Cortina D’Ampezzo: è il 1° gennaio 1968 e una donna milanese, Lucrezia, è stata uccisa proprio lì, a Cortina, durante un trip lisergico finito male. Bombacci deve risolvere il caso da solo, senza indizi né tracce, senza avere informazioni sulle droghe come l’LSD, quella che sembra aver causato la morte. Ma proprio quando sembra imboccare una pista promettente, un altro imprevisto rischia di compromettere definitivamente la sua carriera. Non gli resta che rivolgersi a Max, un agente dei Servizi segreti abituato ai lavori sporchi, perché lo aiuti. Come possono sospettare, i due poliziotti, che di lì a poco il commissario farà un incontro che metterà a rischio la sua stessa vita? Tra una pena ingiusta e la via dell’inferno la scelta non è scontata e qualunque strada si intraprenda avrà delle conseguenze. E d’altronde Bombacci ormai lo sa che arrivare alla soluzione di un caso e quindi alla verità è tutt’altro che cosa facile.

All’alba di uno degli anni più rivoluzionari e scottanti del Novecento, un noir che si snoda in percorsi inaspettati, in cui l’innocenza è tutta da provare e la cortina di sangue nasconde molti segreti.

L’autore, Matteo Soldi, è nato a Firenze dove vive con moglie e tre figli; commercialista con la passione per lettura e scrittura, è alla sua prima pubblicazione hard-boiled con questo romanzo, Cortina di sangue, pubblicato da WLM edizioni nella collana Amando Noir.

Per chi volesse approfondire lasciamo qui a seguire un estratto.

Attese secondi, minuti, anni, secoli prima di udire un paletto che scorreva e poi scorgere la maniglia piegarsi lentamente verso il basso e la porticina aprirsi cigolando. Dopo altri lunghissimi istanti, la figura di un uomo basso e tarchiato si profilò nel lucore azzurrato dell’albedo lunare.

Fu un attimo. Senza dare una parola di preavviso, Max fece fuoco una volta, colpendolo al busto, poi una seconda, in testa. Evitò il corpo che cadde in avanti come un tronco segato e fece irruzione buttandosi a terra.

L’interno molto meno luminoso dell’esterno gli causò un calo di visibilità. Intravide un’ombra muoversi, poi un lampo accecante e un boato. Colpito al braccio, cambiò mano alla pistola e rispose al fuoco due, tre volte. Rotolò di lato, andando a sbattere contro le ruote della gru. Altri lampi, altri colpi che si conficcavano nelle lamiere dei camion, o nei vetri, o che rimbalzavano sibilando. Scaricò la prima pistola quasi alla cieca. Le detonazioni rimbombavano nell’ambiente chiuso, spaccando i timpani. Cambiò pistola. Sanguinava. La mano tremava. Vide un’ombra fuggire china sparando all’indietro. Mirò un po’ avanti ai lampi. Due o tre colpi si ficcarono nel radiatore di un grosso trattore, ma un paio centrarono il bersaglio: un gemito, un tonfo. Altri tre spari, ma verso il soffitto, poi il silenzio calò come un sudario.

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