Salvatore Paci - La collezionista
Romanzo thriller Peter Schiera
Serial killer in coppia

Andrea Villani – intervista


calumet city - newtonAndrea Villani, classe 1960, ha vissuto a Caracas, Londra, Parma e Costa Rica. Ha fondato il periodico di informazione e cultura “Terre Verdiane News”. Ha scritto e diretto opere teatrali, pubblicato numerosi racconti per quotidiani, riviste e antologie tra i quali “Progetto Atlantide” per La Repubblica e “Nero lambrusco” (Delitti di vino, Todaro Editore). Tra i suoi romanzi più recenti è uscito, per Todaro Editore, “La notte ha sempre ragione”. Ha inoltre scritto il corto thriller “Questo sangue – l’ultima rapina di Luciano Lutring” e sta lavorando alla biografia ufficiale del famoso ex bandito. E’ stato invitato a partecipare a numerose rassegne, incontri e festival letterari in diverse città d’Italia. E’ direttore dello Psicofestival ed è l’ideatore e conduttore delle rassegne letterarie, musicali, enogastronomiche Autori&Sapori e Diciottoeventi. E’ inoltre ospite opinionista a “L’Italia allo specchio” (Rai 2) con Francesca Senette, “Psiche: inconscio e magia” (Rai2) con Gabriele La Porta e “Tutti i colori del giallo” (Rai Radio 2) condotta da Luca Crovi. Il suo sito è www.andreavillani.it L’ha intervistato per Thrillercafe.it Francesca Panzacchi.

[FP]: Andrea, sei stato spesso definito artista oltre che scrittore: ritieni che la narrativa debba aprirsi all’arte e lasciarsi contaminare?
[AV]: Kandinsky, molto prima di me, e molto meglio di me, ha teorizzato che ogni forma d’arte sia la stessa cosa. E che ogni arte debba fondersi all’altra, in totale sinestesia, e magari essere espressa, alla fine, attraverso la potenza del teatro. Io credo che l’arte sia, così come l’amore, una specie di enorme fascio di luce che passa attraverso uno stroboscopio. Escono tanti diversi raggi, ma alla fine l’energia è identica. Per quanto mi riguarda arrivo alla letteratura, non solo attraverso “altra letteratura”, ma passando da musica, fotografia, arte visiva, danza e, perché no, anche cinema.

[FP]: Definisci il tuo modo di scrivere con tre aggettivi.
[AV]: Che te ne pare di obliquo, insolito e sentimentale…? No questo mi pare scorretto. Direi sanguigno, carnale e alcolico.

[FP]: Cosa racconta il tuo libro “Il cielo sotto – viaggio insolito, obliquo e sentimentale nelle terre verdiane” e com’è strutturato?
[AV]: Racconta di un metaforico viaggio a bordo di un vecchio vespone attraverso le terre di Giuseppe Verdi e Giovannino Guareschi. Parla dell’invenzione del vero. E di quanto il sangue di una storia, attraverso lo strumento della narrazione, possa assumere un gusto più vero di quello della realtà. La struttura è quella “a cornice”. C’è un fil rouge che unisce diversi racconti convergenti.

[FP]: Quanta importanza attribuisci ai luoghi dove scegli di ambientare i tuoi romanzi?
[AV]: Beh, di solito l’ambientazione è fondamentale. Così come però potrebbe essere ininfluente. In certi casi come “La notte ha sempre ragione” o “Il cielo sotto” il protagonista è proprio il luogo.

[FP]: Quali sono le peculiarità delle terre che hanno dato i natali a Verdi e a Guareschi, ovvero le Terre Verdiane?
[AV]: Eh, eh… quanto tempo ho a disposizione? Diciamo che intanto è un luogo dove la terra, e il rapporto con essa, è fondamentale. Da un punto di vista, non solo produttivo, ma anche poetico ed esistenziale. Inoltre la cultura del fare è la dimensione più oggettiva di questi luoghi. Non è un caso che sia Verdi che Guareschi abbiano prodotto un’immensità di materiale letterario e musicale. E tutto ad altissimo livello. Poi c’è il fatto della nebbia che aiuta l’immaginazione e la creatività artistica. Noi il mare e le vette innevate non le contempliamo. Ce le inventiamo. Ti sei mai chiesta dove nascono (sto parlando di una forma d’arte consona ai nostri tempi) i rock and blues man più importanti della penisola: Ligabue, Vasco e Zucchero? Tutta gente della bassa.

[FP]: Perché è importante riscoprire le proprie radici attraverso la scrittura?
[AV]: Non so se sia così importante, ma io ci sono arrivato con il tempo. Da ragazzo mi interessava poco. La mia vita è stata una specie di circonferenza che mi ha portato da Kerouac a Zavattini. Ho vissuto un po’ in giro per il mondo. Ho viaggiato tanto (e non con Alpitour) e fatto cose che con la mia terra e le mie tradizioni c’entravano ben poco. Adesso mi piace imbottigliare per conto mio il lambrusco secco.

[FP]: Com’è nata la tua collaborazione con Andrea Pinketts?
[AV]: Direi che si tratta di collaborazione esistenziale più che letteraria. Scriviamo in modo diverso. Lui è una vecchia volpe dell’ambiente letterario, io ho fatto capolino da qualche anno. Mi ha accolto con educazione e rispetto. Ed è nata un’amicizia. Pinketts è un personaggio vero. Ogni tanto mi capita di imbattermi in qualche suo inquietante clone. Lui invece è proprio se stesso, con tutte le sue spigolosità. Possiede estro, creatività e cultura. Mi ha prefatto un romanzo. Io amo presentare i suoi. Si sono fatte cose insieme a Milano a “Le Trottoir” oppure al mitico “Sud Dinner Club” con Andrea Carlo Cappi.

[FP]: Nei tuoi romanzi ci sono personaggi ricorrenti che escono da un libro per entrare nel successivo?
[AV]: Ho utilizzato il maresciallo Ignazio Conte alcune volte. Per il resto sono tutte storie e personaggi differenti.

[FP]: Qual’è il trait d’union tra Teatro e scrittura?
[AV]: Sotto certi aspetti sono addirittura il contrario, anche se il teatro è un eccellente scuola di scrittura. La parola in teatro assume una forma così diversa dalla narrativa. Non è mai inchiodata sulla carta. Ma diventa farfalla, si confronta ogni giorno. Muta, scompare poi riappare. Il teatro è la forma d’arte più liberatoria ma anche più invasiva. Devastante. La narrativa è individuale. Meno “amante” e più “moglie”.

[FP]: Cosa ti piace leggere?
[AV]: Ultimamente, negli ultimi due anni, con tutte le presentazioni che ho in ballo, leggo libri su commissione. Non riesco più a scegliere. Sono indietro di una settantina di libri sulla tabella di marcia secondo i miei gusti. Adoro le forme narrative dure ma al contempo poetiche. Non è un ossimoro, basta pensare a Henry Miller. Adoro Francesca Mazzucato per esempio.

[FP]: Chi è Luciano Lutring? Raccontaci qualcosa di lui…
[AV]: A.Car (la casa editrice che ha sempre prodotto Lutring) mi ha commissionato un corto Thriller su di lui. Lo conobbi così. E mi ha emozionato da subito. Ho usmato un tesoro inestimabile nel cuore di un uomo che è stato considerato, per tanto tempo, un pericoloso criminale. Luciano Lutring ha svaligiato banche e gioiellerie in tutta Europa. Ha seminato paura e sgomento. In realtà io ci ho trovato un mondo di tenerezza. Un modo di porsi, uno stile di pensiero, che oggi può farci riflettere sul paradosso di questa società, appunto, senza bellezza. Lutring ha sempre dispensato, secondo il proprio stile, un modo magico e delicato di rapportarsi. Anche con il mitra in mano. La bellezza la si può trovare ovunque ma mai nell’appiattimento generale del desiderio. O addirittura dei sentimenti. Attraverso questa violenza vera ma occulta che subiamo ogni giorno. In un mondo dove il valore antico e obsoleto dell’onestà lo si può solo ricordare nell’animo gentile di un autentico rapinatore. Di un uomo come Lutring. Che ora è uno dei miei migliori amici.

[FP]: Qual’è il traguardo più ambizioso che vorresti raggiungere?
[AV]: Mantenere il mio stato. Firmerei per mantenere le mie posizioni. Sto parlando di rapporti, affetti, salute e tutto ciò che di altro possa sembrare così ovvio. La “carriera” letteraria è una cosa in più. Ma ci vuole calma. La bellezza di fare lo scrittore è soprattutto che a 48 anni suonati si è praticamente un bambino.

[FP]: Hai un sogno inconfessabile?
[AV]: Mia cara, potrei rispondere… tu ;)
A parti gli scherzi credo che essere felici da vergognarsene e non pretendere altro sia già, con i tempi che corrono, inconfessabile.

Archiviato il 3 aprile 2009 in Interviste.

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