Torna finalmente in libreria Jesper Stein con Akrash, terzo capitolo dedicato al poliziotto Alex Steen e a Nørrebro, il quartiere più malfamato e mal frequentato di Copenaghen.
Dopo le vicende de Il libro dell’inquietudine e Bye Bye Blackbird, Axel sembra risucchiato in una spirale discendente, tra hasish e cocaina e un dolore esistenziale che nemmeno l’amore per la figlia Emma riesce ormai a mitigare: quando Jens Jessen, ora suo capo, nonché nuovo compagno della sua ex moglie, viene a sapere che la mafia russa è riuscita a infiltrare un informatore nella polizia danese, Axel Steen, ovviamente, è tra i principali sospettati. Mentre tutto questo si stringe addosso ad Axel, la sua ex moglie assume in tribunale la difesa di Moussa, celebre capobanda di Nørrebro, accusato di essere il mandante di ben tre omicidi nell’ambiente del narcotraffico.
“Akrash” è molte cose: è un giallo, è un legal thriller, è sopratutto un ottimo romanzo.
Jesper Stein è stato per anni giornalista di guerra e giornalista d’inchiesta,  e questa formazione si avverte chiaramente nella capacità fondere egregiamente la trama poliziesca e il romanzo di denuncia, creando un romanzo che si muove in modo del tutto credibile  tra i bassifondi di Copenaghen e i quartieri bene, tra quartieri trasformati da hipster benestanti e narcotraffico, e lo fa mettendo a nudo l’ipocrisia del welfare danese e i problemi derivanti da una integrazione di facciata. Racconto aspro di una Copenaghen che cova sotto la facciata una violenza che inizia a deflagrare, e di personaggi bellissimi raccontati con uno sguardo affilato come la lama di un coltello.
Questi sarebbero di per sé ottimi motivi per scoprire un autore che in molti hanno paragonato a Jo Nesbø, anche se la scrittura di Stein è più rude e adrenalinica, cosa che rende tra l’altro i suoi romanzi più scorrevoli sopratutto rispetto agli ultimi lavori di Nesbø.
Ma Akrash è anche il romanzo durissimo e struggente di un uomo in caduta libera: la figura del poliziotto incorruttibile, di grande talento ma devastato da alcool o droghe è ormai un classico che rasenta il cliché, ed è forse arrivato il momento per gli scrittori di interrogarsi sul “conformismo dell’anticonformista”, e sull’improbabile brillantezza deduttiva di investigatori perennemente sotto sostanze plausibile solo in un romanzo o in un film.

Axel Steen è anche questo, ma la crisi di Axel Steel è anche la crisi di un mondo in dolorosa trasformazione. Quel “fuck akrash” (fottuti sbirri) scritto sui muri di  Nørrebro ricorda molto da vicino l’A.C.A.B. (All Cops Are Bastards) dei tardi anni 70 inglesi: un mondo violento con due fazioni nettamente contrapposte – gli ultrà e i poliziotti – ma che in qualche modo parlavano lo stesso linguaggio che oramai è un linguaggio naif, sorpassato e sopraffatto da una globalizzazione che globalizza anche la criminalità, con metodi che hanno fatto il salto di qualità verso il mondo della finanza e della collusione politica. Né del resto è molto meglio il fronte “dei buoni”: dietro la facciata del politically correct, dei questionari per il miglioramento dell’efficienza e del clima di lavoro, si palesano le ambizioni politiche e le rivalità di chi è al comando, per le quali possono essere sacrificati anche i colleghi. Axel così come Nørrebro sono la rappresentazione di un mondo in declino, che è anche il declino di un sogno sociale che non si è realizzato: un mondo a tinte fosche e difficile da rimpiangere, ma – come dice un personaggio di Akrash – sai cos’hai alle spalle, ma non sai cosa ti aspetta davanti.
Resta nel finale, per il lettore, un desiderio di redenzione per Axel , un personaggio bellissimo nella sua fragilità e rudezza.
Akrash è un romanzo di rara potenza, e Jesper Stein non è mai stato tanto bravo.

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Akrash
  • Jesper Stein
  • Editore: Marsilio